Rappresentanza e governabilità: risposta ad Angelino Loffredi


di Gianluca Popolla

Il dibattito iniziato il 24 Aprile presso la biblioteca di Ceccano, in seguito all’evento promosso dall’associazione “Forum Democratico Ceccano” apre nuovi spazi di dibattito all’interno dell’opinione pubblica cittadina: un dialogo costruttivo permesso anche dall’abilità del dottor Vincenzo Iacovissi nell’analizzare i punti salienti della riforma del Senato e del titolo V della carta costituzionale, presentata nel ddl Boschi-Renzi.
Uno dei pareri più autorevoli è quello dell’ex Sindaco  Angelino Loffredi che pone l’accento sull’importanza della rappresentanza nell’assemblea legislativa nazionale individuando non pochi rischi celati dietro l’esigenza di più governabilità (clicca qui per leggere l’articolo integrale).

E’ evidente che la posizione del Loffredi sia ispirata a principi e valori costituzionali che di sicuro hanno permesso al nostro Stato di uscire dalla situazione di conflitto politico esistente all’interno della stessa Assemblea Costituente, come sottolineato in più di qualche circostanza dallo stesso relatore.
Il timore dell’affermazione di una nuova autocrazia e della presa di potere dell’avversario spinse infatti la Dc ed il Pc a costruire un sistema sbilanciato sulla rappresentatività a discapito della contrapposta esigenza di governabilità: gli innumerevoli governi succedutisi fino al 1992 ne sono la dimostrazione più lampante.

Ma dal 1948 (anno dell’entrata in vigore della nostra Carta) ad oggi il nostro sistema politico è cambiato: la minore polarità ideologica, il maggiore riconoscimento dell’avversario e la poca inclinazione delle forze minori di raggiungere un compromesso con il partito di maggioranza della coalizione governante, richiedono una modificazione dell’impronta costituzionale nel senso di garantire maggiore governabilità.

Prima di tutto alcun dubbio sulla conformità a costituzione: se i padri costituenti avessero voluto la supremazia di uno dei principi in questione l’avrebbero espressamente specificato non lasciando adito ad alcuna interpretazione nell’uno o nell’altro senso; invece si è voluta garantire la possibilità di adeguare l’assetto politico-istituzionale ad ogni cambiamento politico, sociale ed ideologico.

Inoltre una maggiore governabilità se da un lato diminuisce la rappresentatività del Parlamento nel breve periodo, dall’altro rende evidenti ai cittadini le responsabilità di chi governa: si evita così l’eterno rinvio sulla titolarità dell’inefficienza programmatica, leit motiv dell’esperienza governativa post Tangentopoli.
Fondamentalmente dopo cinque anni, le forze politiche di governo si presenteranno innanzi agli elettori senza la possibilità di addebitare il loro fallimento ad altrui, generando così i meccanismi dell’alternanza, del rinnovamento della classe politica e della funzione di opposizione che sino ad ora non hanno funzionato e che invece producono ottimi risultati nell’esperienza britannica e statunitense.

Senza considerare che i partiti minori in caso di fallimento degli obiettivi di Governo potrebbero, nel medio termine, aumentare il loro consenso e aspirare a ruoli più incisivi nella funzione di indirizzo politico rispetto a quelli attualmente goduti; pertanto dovrebbero abbandonare l’italica usanza di criticare aspramente l’operato altrui senza poi realmente produrre un programma che non si limiti ad una “wishlist” elettoralisticamente orientata.

Nell’Italia in cui il compromesso è visto come il peggiore dei mali e le larghe intese si leggono inciucio continuare a favorire la rappresentatività sulla governabilità equivarrebbe ad un errore storico.

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