Primarie di centrosinistra: buoni motivi per partecipare


di: John Lilburne

Le cinque W



Domenica 25 novembre la coalizione di centrosinistra “Italia bene comune” (per puro caso anche la compagine bersaniana ha scelto questo nome, forse perché unica tutrice riconosciuta) ha deciso che la politica dello sfascismo più totale si combatte dando risposte concrete alle domande ineludibili poste dalla società civile, a cominciare dalla scelta dei propri leader. Piuttosto che lasciare l’argomento al pressappochismo (PDL), all’improvvisazione (Verso la Terza Repubblica), alla corrente modaiola (M5s) si è preferito evitare l’inutile snobismo di chi tende a derubricare il problema come roba da Seconda Repubblica.  Invece di tentare la via dello slalom facile i “Fantastici 5”, per merito dell’intelligenza politica di Bersani sia detto, si candidano apertamente ad essere a capo della propria coalizione di riferimento, ne parlano persino in un talk all’americana sicuramente  riuscito e siederanno al tavolo il giorno dopo per decidere come procedere. Chi è il colpevole? Qual è il movente? La mente è Grillo. Senza di lui avremmo avuto “il solito”, la pletora degli attendisti in completino bianco ad aspettare la palla, niente terremoti a scuotere il tepore della vittoria attesa oltre l’orizzonte. Finalmente qualcuno che spiegasse ai partiti che non rappresentano ormai nulla a fronte del potere crescente che sono chiamati a gestire (sul tema un ottimo libro  è “Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti, Laterza 2012” di Piero Ignazi). L’esecutore materiale del misfatto, invece, ha nome Matteo Renzi, cui va il merito di aver chiesto le stesse primarie che hanno fatto crescere il consenso nell’alveo del centrosinistra, l’unico attore politico in campo, infine,  capace di scombinare il premio di maggioranza  ad hoc, confezionato dagli sconfitti annunciati in funzione antigrillina (vergogna) o comunque per combattere qualsiasi vittoria nemica.

Fonte: CISE, 2012

Stereotipi sedimentati e pensiero unico

Questo messaggio purtroppo viene disturbato dai cliché divenuti verità di fede, stupidi ma consolidati, troppo semplici e per questo ingannevoli ma di assoluto interesse. Renzi è di destra, fa affari con le Cayman, è un politico ergo ruba, distrugge il PD hanno maggiore successo nei media di: Renzi si candida alle primarie del centrosinistra, ha chiesto un dibattito fra i candidati alle primarie sulla finanza senza ottenere risposta (gravissimo segnale,  questo), ha pubblicato sul suo sito i nomi e le somme del suo finanziamento (mentre l’allegro Ugo Sposetti, tesoriere del PD, svalvola consapevolmente e tira fuori numeri che sembra la Orlando de “Il lotto alle otto”) e, sullo stesso sito continua a pubblicare smentite motivate e puntuali delle mille storielle anti-Renzi che circolano in giro (a voi stabilire quale dei due contenuti vada per la maggiore, se le risposte di Renzi o le barzellette sull’”ebetino” di Firenze). Si aggiunga che Massimo D’Alema, dopo il birignao e le finte lacrime per il pupazzo baffuto finito sotto un camper e la divertente retorica della “rottamazione” come sinonimo di barbarie, inciviltà, boomerang ecc., non ha paura di dire che in caso di vittoria di Renzi sfascerà il PD, mentre il sindaco di Firenze è costretto quasi quotidianamente a ribadire la propria appartenenza anche  in caso di sconfitta. Una professione di fede politica diretta allo stesso partito dal quale  è stato trattato come un criminale mascherato, accusato del peggio del peggio da coloro che una volta si chiamavano “compagni” e da cui avrebbe, invece, tutte le ragioni per andarsene.


That’s the MEDIA, baby, the press.
And there’s nothing you can do about it. Nothing.

E’ questa la celebre battuta di Humphrey Bogart ne “L’ultima Minaccia” del 1952, opportunamente rivisitata. Ma insomma, dove avrà sbagliato Renzi? Ebbene, laddove tutti lo riconoscono come il candidato meglio dotato cioè sul versante della comunicazione lì ha clamorosamente toppato, in un punto preciso della campagna elettorale: l’inizio. Sceso in campo senza attendismi di sorta  si è letteralmente tuffato nel tritacarne dei media che hanno avuto tutto il tempo di produrre stereotipi e confezionare le stesse falsità ormai sedimentate nel sentire comune. Qualsiasi opera di convincimento non può che fallire quando il frame è stato già fissato. Altro errore, colto questo anche dallo stesso Renzi,  è stato quello di far passare il messaggio della difficoltà delle operazioni di voto quando, in linea teorica, basterà munirsi di tessera elettorale e carta di identità  per poi dirigersi presso il seggio stabilito. Questo ha scoraggiato buona parte dei potenziali partecipanti alle primarie e non ci riferiamo, certo, agli agit prop con un passato a Botteghe Oscure e la foto di Togliatti sul comodino. Votare sarà difficilissimo solo se le primarie saranno un successone. In quel caso –il CISE stima 12 milioni di partecipanti, un record nella storia delle primarie da Prodi in giù- preparatevi a lunghe code e a un inversione di tendenza storica, non so quale delle due sia più auspicabile.

Ai posteri l’ardua sentenza

Oltre i risultati andrà riconosciuto a Renzi che della sua battaglia beneficeranno un po’ tutti, detrattori inclusi. Voler allargare la base di un partito e di una area politica da sempre minoritari non è per nulla berlusconiano, anzi.  Si tratta forse di un’impresa impari ma non per questo terminata con l’esperienza delle primarie, qualsiasi sia il risultato. Il tempo magari aiuterà Renzi a spiegare il senso della sua candidatura anche dentro al suo partito che sembra aver dimenticato come per magia bicamerali, patti della crostata, ministri in piazza contro il governo (vi dice niente l’Unione), riforme elettorali mancate o peggio, “poltronismo” di sinistra, vittorie mutilate e risicate, partecipazione meglio che vittoria e la portata nefanda di quel lessico familiare a una sinistra da mettere nella differenziata dei ricordi, di quelli cattivi, che è bene lasciarsi alle spalle per evitare di ripeterne gli errori.

Fonti citate:

Lo studio da cui sono tratti i dati e i grafici, realizzato dal Centro Italiano Studi Elettorali (CISE): http://cise.luiss.it/cise/2012/11/22/sondaggio-cise-sulle-primarie-bersani-in-vantaggio-ma-con-renzi-la-coalizione-e-piu-competitiva/

“Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti” di Piero Ignazi, Laterza, 2012 – ISBN: 9788858106006

Breve recensione di Stefano Folli, ilSole24Ore:
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-11-11/leviatano-morente-081757.shtml?uuid=Aby7Bw1G

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Se questa è partecipazione

DIstrazione


ImmagineCari lettori,
seguendo molto da vicino la querelle sul regolamento delle primarie del centrosinistra ho ravvisato alcune incongruenze rispetto ai proclami di apertura alla “massima partecipazione” che hanno preceduto la definizione delle regole per il voto del 25 Novembre riguardante la scelta del leader della coalizione.

Premetto che l’elettore, di qualsiasi matrice politica, non può mai essere considerato un nemico o visto con sospetto e che, nel momento in cui si rivestano cariche pubbliche, queste vengono sempre esercitate nell’interesse generale, non solo dei propri elettori: elemento ordinario del berlusconismo.

Le regole pongono condizioni condivisibili tra cui la dichiarazione di sostenere il progetto politico del centrosinistra, altre invece tendono ad una restrizione dell’elettorato passivo molto forte.
La legittimazione popolare è direttamente proporzionale al numero di votanti, restringerne il numero significa rivolgersi ad una nicchia di affezionati, tutt’altro che vocazione maggioritaria.

1) Per votare bisogna firmar la cosiddetta Carta d’intenti: il programma di Bersani modificato in parte dall’incontro con Vendola. 
Se non si condivide il programma di Bersani non si vota.
Personalmente non condivido, si sarebbe potuta trovare una soluzione migliore.
Negli Usa Obama non ha firmato la carta d’intenti della Clinton.

2)Occorre una pre-registrazione presso un luogo diverso dalla sede del voto.
Perchè non unirla alla votazione? Un’inutile complicazione burocratica.
Il ragazzo fuori sede dovrà rientrare due volte nel proprio comune per poter votare, tre col ballottaggio: una scelta che svantaggia i giovani universitari o i lavoratori fuori sede.
Nonchè la generalità degli elettori che avranno un’ulteriore step burocratico da superare (in un luogo diverso dal seggio!) rispetto le ordinarie elezioni politiche: una perdita di tempo che scoraggerà in molti: una mamma con due bambini nella maggior parte dei casi rinuncerà a votare.

3) I diciassettenni non potranno votare.
Peccato che nel 2013 la maggior parte di essi avrà 18 anni e potrà votare per la Camera dei Deputati: votare alle Primarie sarebbe stata un’ottima occasione per coinvolgerli in un progetto, e invece si è preferito chiudere il cerchio con il rischio di perdere il loro consenso nel 2013.
Le Primarie devono essere un luogo di sviluppo per la coalizione, di coinvolgimento, non di separazione, di nicchia.

4)Non è possibile la registrazione on-line.
Nell’era della spending review, dell’agenda digitale, del web come principale mezzo di comunicazione soprattutto politico si decide di ignorarlo: tipico di una coalizione progressista.
Nessuno si spaventi quando il movimento 5 Stelle assorbirà parte dell’elettorato puntando, intelligentemente, sull’agorà del terzo millennio.

5) Stravolgimento totale delle regole.
Doppio turno, pre-registrazione ed altri cavilli che rendono queste Primarie totalmente differenti dalle precedenti del 2005 e del 2009 basate sul turno unico, registrazione e votazione contemporanea.
Forse perchè il rischio che non vinca il designato (Bersani) c’è e come.
Magari non è così, ma così sembra.

6) Albo pubblico dei votanti.
Da verificare è il rispetto delle norme sulla privacy, d’altronde non esiste albo pubblico nelle elezioni politiche.
L’elettore che non vuole mettere al corrente l’altrui persona delle proprie convinzioni politiche è costretto a desistere dal votare.
Senza parlare del lavoratore che, cosciente della pubblicità del suo voto, rinuncia ad esprimerlo per timore di ripercussioni da parte del suo datore di lavoro.
Esiste l’annullamento del licenziamento discriminatorio certo, ma sapete in quanti casi il lavoratore riesce a dimostrarne l’esistenza: pochissimi, tant’è vero che la norma processuale mai è stata oggetto di discussione nella riforma del mercato del lavoro.
E inoltre, si dimostra un’incomprensibile paura del nemico: l’ex elettore di centro destra, in tal modo considerato un nemico, una persona da cui diffidare.
Nel diritto civile la pubblicità delle sentenze serve a rendere più grave il pregiudizio nei confronti dell’autore dell’illecito, sottoponendolo al giudizio negativo della società, qui è generato un concetto simile.

Paura di perdere le primarie, paura di vincere le elezioni politiche.

I Millenaristi e il “tafazzismo” di una certa sinistra


di: John Lilburne

 

Con un pizzico di nostalgia guardo a quei “nanetti” comparsi sul Corriere di qualche hanno fa per mano del politologo Giovanni Sartori; per i profani nient’altro che i micropartiti col cerino in mano della traumatica esperienza targata Romano Prodi. L’Unione, non sempre fa la forza, o almeno sembrava questa la lezione ma evidentemente il Partito Democratico è duro di comprendonio. Nel carnet della alleanze, uscito vittoriosamente sminuzzato dalle lotte inutili e intestine, mosse a colpi di mozione dalle sigle più coraggiose, il PD si ritrova accerchiato da un paio di allegre comari, più che “nanetti” parlerei di una coppia di Biancaneve, malate dei propri vizi. Vendola, dopato di estrema sinistra, si ostina a marcare le differenze con il montiano partito democratico, puntando a prendere i voti di tutti coloro che votarono per la Sinistra Arcobaleno, invalidando quelli degli altri schieramenti, si sa, partecipare è bello, necessario ma non sufficiente ma c’è una certa scuola di pensiero purista che elegge a proprio comandamento il detto “meglio soli che mal’accompagnati”. Dall’altra parte del fiume Pierfischiettando Casini (come lo ha ribattezzato Travaglio su l’Espresso di qualche settimana fa) vive lo strano morbo del centrismo all’amatriciana, lo spettro di un anticomunismo che non ha più senso, di un cattolicesimo anacronistico da difendere da tutto e da tutti, tutti buoni motivi per gettarsi nelle braccia di uno che dell’anticomunismo fece una banderuola sotto cui raccogliere le ceneri dell’antica Democrazia Cristiana (operazione peraltro  riuscitissima e mai demodé). Al peggio andrà da solo incassando proporzionale e preferenze, montismo e moderatismo, ramazzando qua e là le posizioni lasciate per terra dal resto del cielo politico. Renzi, unico profeta del fantasma prodiano, giustamente ricorda che le alleanze fatte a tavolino hanno sempre poco successo dentro e fuori il palazzo, peccato che spesso, fagocitato dai media, venga presentato come una specie di Gabibbo del “nuovo” che usa la parola “rottamazione” come comodo intercalare. Nel frattempo Walter “vocazione maggioritaria” Veltroni annuncia in tv il suo allontanamento  dai banchi della politica parlamentare quando altri non ne hanno il coraggio. Ebbene, la battaglia per un New Labour nostrano sembra persa in partenza, per defezione dei suoi storici combattenti e sindrome da ballons d’essai.