E’ solo uno sport, no, è lo sport più bello del mondo…


di Gizzi Pierfrancesco

Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre. (W. Churchill)

Il calcio. Lo sport più bello del mondo., quello sport dove tutto è possibile, dove il racconto di Davide e Golia si rispecchia e si ripete molto spesso in quel rettangolo verde.

Ieri si è disputata la partita più importante per il mondo del calcio fra club, la finale di Champions, dovei si sono incontrati due squadre tedesche Bayer Monaco e Borussia Dortmund.

Due squadre che hanno costruito questa finale in modo per alcuni punti diverso, ma con la stessa passione per il calcio, come gioco di squadra, e con molta pazienza e costanza.
Per il Bayer, l’abbiamo visto ieri, il gioco di squadra è il punto di forza e questo è uno dei tanti motivi per cui ha conquistato la vittoria di ieri, tanto agognata.
Per il Borussia, il suo punto di forza è la grande presenza di giovani ragazzi in campo, cosa che difficilmente si vede in una finale di Champions, per molti dei quali era la prima volta ad un livello così elevato di gioco.
Progetto e pazienza. Queste squadre devono tutto, non ad un continuo esonero di allenatori, o ad un continua gogna sociale dei tifosi, ma una continua costruzione di una “Squadra”, termine che in Italia è presente solo nel Vocabolario.

Roma e Lazio, finale di Coppa Italia. La partita più sentita, a livello emotivo, di tutti i tempi. La sconfitta di una squadra sarebbe la manna dal cielo dell’altra. Ma questo per chi?

Per i tifosi forse che così potranno sfogare anni di insulti e prese in giro o sfogare tristezze e angosce? Per le società calcistiche che così credono di aver concluso un anno stellare? Per il calcio italiano che ogni anno si indebolisce a livello europeo?

Il calcio è bello quando viene giocato in maniera pulita e divertente, quando tu spettatore dello stadio, porti la tua famiglia al completo allo stadio di Domenica e tuo figlio piccolo, inscritto a qualche scuola calcio del paese, ti dice che un giorno lui sarà lì, in quel rettangolo verde, a giocare. Quando rivedrò un nuovo gran Torino, oppure una squadra di serie B salire e vincere il campionato di Serie A, puntando tutto sui suoi vivai e sulla fiducia della societa e dei tifosi.

Si, questa per me sarà la Domenica di calcio perfetta, quando questo sport diventerà un sogno per tutti, per la famiglia, per un giovane, per una città. Voglio un calcio fatto di “sogni”, perché sono quelle le vere emozioni che dovremmo provare quando vediamo una partita, no odio, no violenza, ma voglia di cambiare, voglia di dire “Se l’hanno fatto loro, lo posso fare anch’io”.

Quando lo sport diventerà così, cioè una fonte di ispirazione, allora si che diventerà il gioco più bello del mondo.

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“La società che prepara il collasso” di Alessandro D’Avenia


Ho 35 anni, sono fortunato ed orgoglioso di essere nato e cresciuto in questo Paese, per il quale nutro ancora qualche speranza, che ricevo e alimento facendo l’insegnante.
Ma mi preparo al voto rileggendo il bel saggio di J. Diamond «Collasso: come le società scelgono di vivere e di morire», relativo alla singolare sparizione di società fiorenti che più o meno consapevolmente si «suicidano», dagli abitanti dell’Isola di Pasqua, che tagliarono tutti gli alberi dai quali traevano il loro sostentamento, ai coloni dell’Australia che importarono, con calcolo e sforzo, animali che distrussero la ricchezza del nuovo ecosistema. Rischiamo il «collasso» anche noi? Abbiamo già tagliato l’ultimo albero che poteva tenerci in vita? Abbiamo apportato correttivi più nocivi dei benefici?

L’antropologo spiega che sono quattro i motivi per cui una società determina il suo declino: non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema, non si accorge che il problema è già in atto, se ne accorge ma non prova a risolverlo, cerca di risolverlo ma non ci riesce. Nel primo caso il gruppo prende decisioni disastrose perché il problema è talmente nuovo e imprevisto che non si sa come affrontarlo (spesso l’evento si era già verificato, ma è stato dimenticato per carenza di memoria storica…). Il secondo caso colpisce i popoli che scivolano gradualmente nel problema, che però ad un tratto supera la soglia di non ritorno e si fa evidente quando è ormai troppo tardi. Il quarto caso è quello che si verifica quando la soluzione è chiara, ma i costi e i modi di realizzazione sono troppo alti per le capacità del gruppo.

Lascio per ultimo il terzo caso perché penso sia quello che ci riguarda più da vicino. É il più frequente e sorprendente, per la paradossale non volontà di risolvere un problema evidente.

Continua su: http://www.profduepuntozero.it/2013/02/16/la-societa-che-prepara-il-collasso/

Si alzò e andò in fretta….


di Gizzi Pierfrancesco

301-Domenico_ghirlandaio_visitazione_louvre_01In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Lc 1,39-45

È il primo viaggio di Gesù di cui abbiamo documentazione: nel grembo di Maria viene portato fino alla casa della cugina Elisabetta. È un viaggio senza motivi apparenti: «Maria si alzò e andò in fretta». Perché? Aveva forse saputo che Elisabetta attendeva un figlio? Voleva confidarsi e raccontarle che un angelo le era apparso e le aveva predetto cose meravigliose?
Le due cugine erano certamente intime amiche, anche se non potevano incontrarsi e parlarsi con la frequenza dei giovani di oggi. Possiamo allora pensare che il linguaggio del cuore e degli affetti può comunicare senza strumenti umani: le persone che si vogliono bene, sensibili ai bisogni degli altri, sanno sempre cosa bisogna fare e trovano il modo opportuno per realizzarlo.
Nei gesti di Maria sorprendono i due verbi «si alzò e andò in fretta». Alzarsi è un gesto che indica prendere coscienza di un bisogno; sapere che il tempo delle scelte è arrivato e a noi è chiesto di intervenire. Ma alzarsi significa anche acquisire dignità, raggiungere uno stato superiore di vita. Maria si alza dunque con la consapevolezza che qualcosa di grande sta avvenendo e lei vuole essere protagonista, compartecipe.
Maria «andò in fretta». La fretta, talvolta cattiva consigliera, in questo caso è sinonimo di trepidazione, di amore che non può attendere, di desiderio di vita e condivisione.
È questo il messaggio per il Natale ormai imminente. A noi è chiesto di accogliere Gesù che viene con il decoro di chi si alza per dare dignità al nascituro e con l’urgenza di chi non può attendere nulla di più grande e più importante che Gesù bambino.
Nel bambino Giovanni che sussulta nel grembo di Elisabetta, abbiamo la conferma che Maria ha scelto la via migliore.
Una via oggi richiesta anche alla nostra vita: vogliamo alzarci e accogliere in fretta Gesù nel nostro cuore?

Parola della settimana: 

Umiltà

«Maria Vergine, la quale all’annunzio dell’angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo, è riconosciuta e onorata come vera madre di Dio e Redentore.» (Lumen Gentium, 53)

Parte sopra tratto da “Date voi stessi da mangiare, testo per la meditazione personale Azione Cattolica Italiana, 2012-2013”

Alzarsi e andare in fretta. Lo facciamo quasi sempre tutte le mattine, chi corre in reparto, chi a prendere il treno, chi perché ha lezione e non è mai in orario. Poi alzarsi non è molto più presente tra le nostre azioni quotidiane, abbiamo le connessione a fibra ottica o in LTE, basta un click e possiamo fare qualsiasi cosa: parlare, massaggiare, vedersi.

Allora quale è la differenza tra il nostro alzarci e quello di Maria? L’amore, la trepidazione, il voler essere parte di questa storia e non solo comparsa. Banale?

Ogni giorno ci alziamo e andiamo a lavorare, studiare, seguire lezione , in questi giorni intorno a noi vediamo persone, sentiamo venti, viviamo esperienze, che molto spesso ci scivolano sopra come pioggia, nulla ci tocca, ormai siamo automi indipendenti con l’istinto della sopravvivenza. Siamo diventati machine da formula 1, siamo tecnicamente capaci di compiere grandi cose, di andare alla velocità massima, ma siamo utili solo su un percorso costruito adatto a noi. La nostra vita è una corsa solitaria, un testa a testa con l’altro per sopraffarlo in tutti modi; dobbiamo cominciare a rallentare, a scendere di marcia, goderci il panorama (quel poco che ci è rimasto almeno).

Ad esempio avete presente le stazioni ferroviare? Bene quelli sono luoghi pieni di velocisti durante il giorno, ma la notte si trasformano in luoghi pieni di solitudine e di richiesta di aiuto. Provate ad andare specialmente ora, vi stupirete. Quei luoghi diventano il punto di raccolta di chi ha perso la casa, oppure di chi una casa non l’ha e non è l’unica cosa che gli manca. Con la “Comunità Primavalle di Sant’Egidio” (la quale ringrazio), abbiamo vistato una stazione di Roma, dove molte persone (dico persone e non barboni o clochard come spesso la stampa usa dire), si ritrovavano per (e fate attenzione) il ristoro e l’ascolto. Il ristoro a volte non basta mai, perché chi ha bisogno aumenta sempre di più ogni settimana, per non parlare di chi vive sotto i ponti che per colpa di una società cieca e dedita ai soldi e al potere, lascia queste povere persone senza una coperta per la notte e un luogo dove dormire al caldo. Si, avete letto bene senza una coperta con tutto il freddo che fa in questi giorni! Il punto è che queste persone sono state sfortunate nella vita, non hanno avuto nessuno vicino per aiutarli veramente ed ascoltare le loro storie ci fa capire che chiunque può ritrovarsi da solo, senza più una speranza in cui credere, abbandonato a se stesso. Alzarsi e andare in fretta? Si, e aggiungerei anche “più veloce di Speedy Gonzales”, sono un esempio le persone che sono nella cmunità Primavalle che si impegnano per cercare coperte o sacchi a pelo, chiedendo anche alle famiglie di fare un regalo di Natale solidare, poiché di aiuto ce ne è sempre bisogno, oppure quelle aiutano l’ormai famoso “angelo di Milano” per assistere chi è nel bisogno ma ha paura ha chiedere aiuto.

Ora un ultimo punto sui giovani, molto breve sennò nessuno vedendo quest’articolo lo leggerà! Cosa ci sta offrendo ogni la nostra società? Oppure le nostre città, i nostri politici? Fa tutto schifo? La nostra Italia è un orrore rispetto ai nostri altri alleati europei? Non ci sono politici veri? Nella nostra città non c’è niente di accogliente e adatto a noi giovani per divertirsi in compagnia?

<<…si alzò e andò in fretta>>. Non essere solo una comparsa nella storia del tuo paese, sii tu il protagonista, cambia insieme agli altri le cose che non vanno. C’è un problema? Confrontati, risolvilo collaborando. Ti sei laureato ma il lavoro non c’è, crealo, credi nei tuoi sogni, mettici la passione, sollevati, alzati! Ama il prossimo tuo come te stesso cosicché creerai una società giusta, costruita intorno all’uomo e per l’uomo, e non intorno al denaro e al profitto.

Basta così, sennò vi annoio troppo! Buon Santo Natale a tutti e felice anno nuovo. Che il Signore benedica voi e le vostre famiglie. Pace a voi!