“Gli sdraiati” di Michele Serra (Feltrinelli)


di: Giovanni Proietta

ImmagineCos’è “Gli sdraiati” di Michele Serra? Un racconto spurio colpevole di bellezza. Se le recensioni dovessero arrestarsi sulla soglia delle sei parole, saremmo a cavallo. La tentazione forte è di proseguire prendendo subito le distanze dal ritratto della nostra generazione (a parlare è un ventitreenne) presentatoci da Michele Serra. Delle amebe sdraiate, senza un futuro che non sia la ripetizione eterna di un presente di precarietà, appeso ad oggetti e luoghi inutili e labili. Finiremmo così per essere noi i colpevoli, di snobismo stavolta, quando l’analisi di Serra fotografa bene molti dei nostri reali difetti, senza generalizzare mai. La narrazione mescola sapientemente riflessioni saggistiche con il racconto di un padre alla ricerca del tempo perduto da lui e da suo figlio per dare un senso a quella catena di cui si sente l’ultimo anello. Una distinzione ontologica tra ciò che è stato e le generazioni protagoniste del futuro, per la prima volta perdenti, offuscate da una schiera di anziani che vive del proprio ricatto anagrafico.

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Fly from here, Yes (2011)


di Corrado Capobianco

Dopo 10 anni di assenza dal panorama musicale tornano alla carica gli Yes storico gruppo di Progressive Rock nato nella fine degli anni 60 con un nuovo album dal titolo : “Fly From Here”.Non ritroveremo però la storica e inconfondibile voce degli Yes ossia di Jon Anderson di cui è stato anche il fondatore, al suo posto Benoît David che fino ad ora era il cantante dei Close to the Edge, una delle più note tribute band degli Yes.
Seguito con attenzione da Chris Squire bassista del gruppo, unico componente che è presente dalla fondazione, viene scelto come cantante grazie agli ottimi lavori con i Close to the Edge.
La musica rimarca abbastanza fedelmente il marchio di fabbrica YES, quelli meno prog ma anche meno pop, voce compresa, data la discreta somiglianza della voce di Benoît a quella di Anderson, e i nuovi brani risultano freschi e guardano al futuro con l’occhio rivolto al passato. Il risultato di Fly From Here è un album, che seppure perde enormemente il confronto con gli album storici del gruppo, evidenzia una forma smagliante per dei vecchietti capaci sempre di scrivere brani di alta classe. Fly From Here riesce a catturare grazie alle melodie sognanti, agli ottimi accompagnamenti di Howe, ma soprattutto per merito della voce a tratti ipnotica di Benoît, che dimostra di essere a suo agio, integrato perfettamente nella sua partecipazione anche alla scrittura di Into The Storm, brano posto in chiusura ma che è forse il più brillante e variegato.

Il Cinema di Q. Tarantino – Riflessioni personali


Mr. TarantinoAlla domanda fatidica “Che cos’è il cinema di Quentin Tarantino?” risponderanno in tanti meglio e più abbondantemente di me, ma quello che mi interessa questa sera (e si evince dal titolo spero) è parlarvi di quella parte di Tarantino che in questi giorni non smette mai di colpirmi con nuovi giochi di luce inaspettati.

Guardo “Bastardi senza Gloria” da turista occasionale del Cinema e dei suoi derivati artistici, avvinto più da un bel romanzo che da un bel film, e mi rendo conto di essere seduto di fronte ad un capolavoro.  La scelta di quelle parole, di quegli attimi, di quei profumi, è lavoro di un cesellatore abile, la cui mente non può che lasciarmi basito, stupito e catturato, dalle perversioni, dalle idee folgoranti.

Tarantino mi racconta finalmente qualcosa in un mondo in cui forse non ha più senso dire altro. Dire qualcosa di nuovo e stupefacente è la grande caratteristica del suo cinema. Toccare tutte le corde dell’animo umano, le più basse come le più alte, stimolare la fantasia, anche quella più abietta, per svelare come tutte le sfaccettature che propagano dall’umanità possano essere degnamente raccolte nella fondamentale tensione Bene-Male.

Appassionarsi a questo cinema è difficile, come dice lo stesso regista “O lo si odia o lo si ama”, ma non è un cinema insipido, che lascia in bocca il sapore del nulla. E’ piuttosto un film saporito che può facilmente trasformarsi in disgustoso.

Genio e sregolatezza si rincorrono nei capolavori folli di un pazzo. Nella trilogia Pulp (Una vita al Massimo, Le Iene e Pulp Fiction) è contenuta una concezione del mondo che strizza l’occhio ad una generazione di adolescenti vissuti e viventi in un mondo cadente, ai quali questo sguardo sicuramente trasversale regala un sorriso beffardo, ironico, infantile. Si può ancora ridere di questo mondo? Della violenza?

Se, da una parte, Tarantino ci insegna a giocare con le regole tradizionali della morale, per ricomporle a suo e a nostro favore; dall’altra è un’abile descrittore dei bassifondi della vita e dell’uomo mostrato nella sua veste peggiore. In medio stat virtus e la sua virtù è riassunta abbastanza bene in una scena di Pulp Fiction dove Vincent Vega (J. Travolta) e Jules (Samuel L. Jackson) mentre battibeccano come due allegre comari, ripuliscono con Vetril e guanti da casalinga, i resti di un cadavere ucciso accidentalmente da Vega.

Date una telecamera in mano ad un adolescente colto, pazzo, visionario e vedrete cosa succede… Ne verrà fuori uno schifoso cinema ben fatto…”pulp”, mescolato nel frullatore sporco di Budd, in Kill Bill 2…

Per menti folli e stomaci forti

il ReCensore