Non voglio più essere chiamato “renziano”


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Dopo l’8 Dicembre, dopo la tanto attesa vittoria di Matteo Renzi alle primarie del Pd è giunta l’ora per me di cogliere l’opportunità di essere coerente con quanto detto e sostenuto con forza sino ad ora.
Non voglio essere più definito renziano.
Non voglio partecipare al banchetto della vittoria perchè, sebbene ci siano i presupposti per raggiungerla, ancora c’è tanta strada da percorrere per avere un’Italia migliore.

Il compito di ogni politico, sarò ripetitivo, non è di vincere le elezioni ma di migliorare il futuro delle generazioni che verranno.

E adesso che è partita la caccia all’acquisizione del nobile titolo di “renziano” mi tiro indietro dallo sterile gioco, perchè non c’è niente di più bello e utile che portare avanti le proprie idee da sconfitto e metterle in discussione quando la vittoria elettorale sia stata raggiunta.

Sono e rimango sostenitore del programma del neo segretario del Pd, siamo chiari.
Ma adesso è l’ora di cambiare sul serio, non di rivendicare la vittoria, è l’ora di affrontare le pesanti responsabilità che chi vince in democrazia porta con sé.

Responsabilità che hanno forma e nome di ogni cittadino che ha donato la sua fiducia, e in alcuni casi i suoi risparmi, ad un’idea d’Italia migliore basata sulla competenza, sulla meritocrazia sull’eliminazione di quelle barriere che impediscono agli uomini di esprimersi.
E sono quelle che ci danno Mario e Francesca per cui dare la vita ad un bambino è diventato un lusso, o Paolo e Lorenzo il cui amore non è “valido” per le istituzione, sono le responsabilità del cinquantenne cassintegrato che non troverà mai più lavoro per mancanza di seri corsi di formazione, e del ragazzo laureato che non trova lavoro, e di chi il lavoro ce l’ha ma ogni notte si addormenta col pensiero di poterlo perdere.

Davanti a questi concittadini sarebbe pretestuoso fregiarsi del titolo di renziano: voglio essere qualcosa in meno per la politica e qualcosa in più per loro.
Conscio che non esistono altre classificazioni in politica se non quella che indivdua chi vuole migliorare il futuro del nostro paese e chi vuole vivere sulla rendita delle proprie appartenenze politiche.

Ecco se veramente si vuole essere fedeli al percorso che ci ha portato qui, e che due milioni di persone hanno votato l’8 Dicembre, ora l’obiettivo non deve essere tanto capovolgere gli organigrammi del Pd quanto informare la propria azione sulla base di opposti principi; e tra questi in primis il rispetto e l’integrazione delle diversità di pensiero.

Per cambiare la politica non possono utilizzarsi gli stessi metodi di chi l’ha resa tale.

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Se questa è partecipazione

DIstrazione


ImmagineCari lettori,
seguendo molto da vicino la querelle sul regolamento delle primarie del centrosinistra ho ravvisato alcune incongruenze rispetto ai proclami di apertura alla “massima partecipazione” che hanno preceduto la definizione delle regole per il voto del 25 Novembre riguardante la scelta del leader della coalizione.

Premetto che l’elettore, di qualsiasi matrice politica, non può mai essere considerato un nemico o visto con sospetto e che, nel momento in cui si rivestano cariche pubbliche, queste vengono sempre esercitate nell’interesse generale, non solo dei propri elettori: elemento ordinario del berlusconismo.

Le regole pongono condizioni condivisibili tra cui la dichiarazione di sostenere il progetto politico del centrosinistra, altre invece tendono ad una restrizione dell’elettorato passivo molto forte.
La legittimazione popolare è direttamente proporzionale al numero di votanti, restringerne il numero significa rivolgersi ad una nicchia di affezionati, tutt’altro che vocazione maggioritaria.

1) Per votare bisogna firmar la cosiddetta Carta d’intenti: il programma di Bersani modificato in parte dall’incontro con Vendola. 
Se non si condivide il programma di Bersani non si vota.
Personalmente non condivido, si sarebbe potuta trovare una soluzione migliore.
Negli Usa Obama non ha firmato la carta d’intenti della Clinton.

2)Occorre una pre-registrazione presso un luogo diverso dalla sede del voto.
Perchè non unirla alla votazione? Un’inutile complicazione burocratica.
Il ragazzo fuori sede dovrà rientrare due volte nel proprio comune per poter votare, tre col ballottaggio: una scelta che svantaggia i giovani universitari o i lavoratori fuori sede.
Nonchè la generalità degli elettori che avranno un’ulteriore step burocratico da superare (in un luogo diverso dal seggio!) rispetto le ordinarie elezioni politiche: una perdita di tempo che scoraggerà in molti: una mamma con due bambini nella maggior parte dei casi rinuncerà a votare.

3) I diciassettenni non potranno votare.
Peccato che nel 2013 la maggior parte di essi avrà 18 anni e potrà votare per la Camera dei Deputati: votare alle Primarie sarebbe stata un’ottima occasione per coinvolgerli in un progetto, e invece si è preferito chiudere il cerchio con il rischio di perdere il loro consenso nel 2013.
Le Primarie devono essere un luogo di sviluppo per la coalizione, di coinvolgimento, non di separazione, di nicchia.

4)Non è possibile la registrazione on-line.
Nell’era della spending review, dell’agenda digitale, del web come principale mezzo di comunicazione soprattutto politico si decide di ignorarlo: tipico di una coalizione progressista.
Nessuno si spaventi quando il movimento 5 Stelle assorbirà parte dell’elettorato puntando, intelligentemente, sull’agorà del terzo millennio.

5) Stravolgimento totale delle regole.
Doppio turno, pre-registrazione ed altri cavilli che rendono queste Primarie totalmente differenti dalle precedenti del 2005 e del 2009 basate sul turno unico, registrazione e votazione contemporanea.
Forse perchè il rischio che non vinca il designato (Bersani) c’è e come.
Magari non è così, ma così sembra.

6) Albo pubblico dei votanti.
Da verificare è il rispetto delle norme sulla privacy, d’altronde non esiste albo pubblico nelle elezioni politiche.
L’elettore che non vuole mettere al corrente l’altrui persona delle proprie convinzioni politiche è costretto a desistere dal votare.
Senza parlare del lavoratore che, cosciente della pubblicità del suo voto, rinuncia ad esprimerlo per timore di ripercussioni da parte del suo datore di lavoro.
Esiste l’annullamento del licenziamento discriminatorio certo, ma sapete in quanti casi il lavoratore riesce a dimostrarne l’esistenza: pochissimi, tant’è vero che la norma processuale mai è stata oggetto di discussione nella riforma del mercato del lavoro.
E inoltre, si dimostra un’incomprensibile paura del nemico: l’ex elettore di centro destra, in tal modo considerato un nemico, una persona da cui diffidare.
Nel diritto civile la pubblicità delle sentenze serve a rendere più grave il pregiudizio nei confronti dell’autore dell’illecito, sottoponendolo al giudizio negativo della società, qui è generato un concetto simile.

Paura di perdere le primarie, paura di vincere le elezioni politiche.

Programma di Matteo Renzi: l’Europa dal basso (punto2)


 

In una fase nella quale è necessario assumere decisioni di portata storica sul futuro dell’Europa, però, è necessario che le istituzioni europee godano della piena legittimazione democratica che solo un governo politico, scelto dai cittadini, può garantire, sulla linea di quello che avevano immaginato i padri fondatori.

Per superare la crisi ci vuole più Europa, non meno Europa.

L’idea di poter costruire l’Europa dall’alto, attraverso meccanismi di natura puramente tecnocratica si è rivelata un’illusione.

a. Istituzioni europee al servizio della stabilità e della crescita.
L’euro ha mostrato altri elementi di fragilità. Il primo è la mancanza di un sistema finanziario e bancario integrato. A farne le spese sono stati i contribuenti.
Per far fronte a questo problema la Commissione europea ha proposto l’integrazione della vigilanza europea presso la BCE.  Ma anche questo non basta.
Ci vuole anche un sistema integrato di risoluzione delle crisi bancarie, a livello di unione monetaria,che riduca i costi per i contribuenti derivanti dalle crisi bancarie e favorisca soluzioni più efficienti e di mercato. Altrimenti saranno sempre i più deboli a pagare.

Il fondo salva-stati (EFSF/ESM) non ha una dimensione sufficiente.
Bisogna dunque lavorare su un sistema di assicurazione reciproca, che in ultima istanza può sfociare su titoli di debito comuni (Eurobond), la cui emissione sia soggetta a vincoli comunitari e venga svolta da un’agenzia del debito europea.

b. Un nuovo modello di integrazione: fare gli europei.
Bisogna riportare una vocazione europea nella cooperazione politica tra i paesi membri, ponendo obiettivi di unificazione politici di lungo periodo e individuando un percorso istituzionale che conduca:
1. all’elezione diretta da parte dei cittadini europei di una figura che sommi le cariche di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo;
2. alla piena iniziativa di legge per i componenti del Parlamento europeo e alla sua sua riforma in senso bicamerale;
3. ad una vera politica estera e di difesa comune.

 Il progetto che ha dato i migliori risultati, contribuendo un vero spirito europeo negli oltre tre milioni di studenti che ne hanno beneficiato in un quarto di secolo è il programma Erasmus. E’ su quella falsariga che bisogna proseguire, se vogliamo davvero arrivare a una vera integrazione dei popoli. Non nel corso di una legislatura, certo, ma di una generazione.

4. Investire sul capitale umano: un quarto degli studenti all’università siano di altri paesi europei.
Proponiamo che l’Unione Europea finanzi un nuovo programma di mobilità internazionale, molto più ambizioso di quelli attualmente in essere, con borse di studio e prestiti sull’onore, che consenta al 25% degli studenti di ciascun paese di studiare in un’università di un altro paese UE.

5. Un servizio civile europeo. 6 mesi, su base volontaria, per aiutare a costruire la nuova società europea sul modello della proposta avanzata da Daniel Cohn- Bendit e da Ulrich Beck.

6. L’Europa del lavoro e dei diritti. L’Europa deve porsi la questione di come venire incontro ai problemi di milioni di disoccupati, soprattutto giovanili. Ciò non significa che tutti i problemi possano essere affrontati a quel livello, ma che è giunto il momento di dar vita a un progetto comune, in grado di integrare le politiche del lavoro talvolta inadeguate e inefficienti che vengono messe in atto in alcuni paesi. E’ necessario rifinanziare e ridefinire in modo più incisivo gli interventi del Fondo Sociale Europeo.

Il programma di Matteo Renzi: 1-Ritrovare la democrazia (parte 1)


di Gianluca Popolla

“Ritrovare la democrazia”
, questo è il primo dei 10 punti dell’agenda politica del sindaco di Firenze Matteo Renzi.

La democrazia, spiega, “e’, prima di tutto, l’idea che una comunità possa determinare il proprio destino, che non sia in balia degli eventi o di una qualche forza superiore” e necessità di una politica degna del suo nome: “la politica non è credibile se continua a chiedere sacrifici senza mai farne.”

Il concetto generale di rinnovamento dello Stato viene specificato con una serie di proposte tese a snellire gli organi politico-amministrativi rendendoli più efficienti, legati all’elettorato e meno costosi.

L’eliminazione di una camera, sostituita da un organismo non elettivo legato alle regioni e agli enti locali (“composto da delegati delle Regioni e da sindaci”), porterebbe ad un sistema monocamerale composto da un numero di persone “non superiore alle 500”.

La possibilità, inoltre, dell’organismo non elettivo di “proporre emendamenti alla legislazione statale su cui la Camera elettiva decide in ultima istanza, eventualmente a maggioranza qualificata.” è ritenuta da Renzi una soluzione per sviluppare una sana collaborazione tra i differenti livelli di Governo mettendo fine al sistema attuale definito di “bicameralismo dei doppioni inutili”.

Un filo diretto tra elettori e cittadini si potrà avere con l’elezione diretta del primo ministro sulla base dei successi già ottenuti a livello cittadino: l’investitura popolare servirà a garantire maggiore governabilità e stabilità dell’esecutivo; anche i singoli deputati “devono essere scelti tutti direttamente, nessuno escluso, dai cittadini”.

Le proposte anti-casta sono incentrate sull’abolizione di tutti i vitalizi, l’adeguamento alla media europea delle risorse per i parlamentari, nonché la definizione di un costo standard “per il complessivo funzionamento delle assemblee legislative regionali fissandolo ad un valore compreso tra gli 8 e i 10 euro annui per abitante” relativamente al compenso e, sottolineando la necessità di “un budget per le attività di servizio uguale in tutte le regioni”.

N.b.
Per motivi di spazio il rimanente del primo punto verrà discusso nell’articolo successivo.