#1 Note a margine de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino


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Se Paolo Sorrentino morisse domani (non glielo auguriamo), oppure questo stesso pomeriggio stando a Proust, non ci sarebbe alcun problema: ha appena girato il suo film migliore. Un traguardo e una trappola, allo  stesso tempo. Solo nel prossimo film infatti potremo osservare se il regista sia stato poi ammaliato dal fascino della ripetizione.  Nel frattempo auguri a tutti i critici cinematografici perché dovranno lavorare d’impegno stavolta mentre  al resto degli scribacchini, come me, non resta che testimoniare (e a favore).
Innanzitutto bisognerà procedere per categorie e incasellamenti, in secondo luogo evitando monumenti equestri e mitizzazioni eccessive , attenti alla logorrea delle citazioni. Paolo Sorrentino ultimo epigono del cinema felliniano?  No. Un film sulla decadenza del nostro Paese? Non solo. C’è tutto questo certo ma sarebbe da scriteriati ridursi alla banalità di una sinossi (ricompresa in un trailer impietoso col senno di poi). Nell’insiemistica ricca della cinematografia mondiale sapremmo riconoscere questo film grazie al volto del suo vicino di banco, 8 e ½ (film preferito dal regista N.d.A), in un paragone sicuramente esagerato ma calzante. Anche questo una riflessione globale sul cinema e sulla vita umana, sul rapporto tra la spiritualità e le passioni mondane, critica socio-politica e poetica delle nuvole, momenti di intimità dell’alto e del basso. Un film ricco eppure vuoto.  Tutto e niente come il tema del romanzo dei sogni di Flaubert. In questo slalom vive la grande bellezza di questo capolavoro, ineffabile come la cornucopia di metafore contrastanti che Sorrentino ci offre. Pontificare, per adesso, è un’operazione facile ma occorre puntare gli occhi sui film che verranno. ”La grande bellezza” è un passo avanti rispetto alla video arte stancante di “This must be the place” e la trama è forse più nelle corde del suo regista perché sebbene più opulento del precedente a livello di scrittura risulta organico e scorrevole. La lentezza di “Le conseguenze dell’amore” è stata vittima di un perfetto lavoro di cesellatura, ora le pause non intimoriscono gli spettatori. L’opera forse più adulta di Sorrentino presenta invece qualche tratto in comune con “L’uomo in più”. Qua e là però, è bene notarlo,  si avverte un certo scricchiolio di quelle dinamiche consolidate nel cinema di Sorrentino, in futuro potrebbe aprirsi la valanga. La napoletanità falso nobiliare ostentata  dall’eterno personaggio interpretato da Tony Servillo finirebbe per annoiare. E la ricerca maniacale dei colori diventerebbe un vezzo inutile. Ancora una volta: il prossimo film ci dirà se siamo al vertice di una piramide o in un punto imprecisato di una direttrice cosmica. Non ci resta che cercare il filo, delle nostre vite come di questo film.

Vittorio Gapi

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