Don Pino Puglisi, un ricordo di chi l’ha conosciuto…


(pensiero scritto da Alessandro D’Avenia sul suo blog prof 2.0 http://www.profduepuntozero.it/)

Era una Palermo di sabbia quella del ’92-93.

Non la sabbia bianca di Mondello sulla quale fuggire dalla noia delle giornate scolastiche. Non la sabbia incrostata sulle macchine e le piante dopo una pioggia di scirocco. No. Era la sabbia nei sacchi a protezione delle camionette militari. Era la prima volta dopo la guerra che l’esercito veniva impiegato per ragioni di ordine pubblico. Dopo Falcone e Borsellino la città era sotto assedio, che neanche Beirut. L’operazione Vespri aveva riempito la città di militari. Solo l’esercito poteva proteggerla dall’assedio di sangue a cui l’avevano sottoposta i Corleonesi. Erano gli anni in cui frequentavo il liceo.

Per andare a scuola passavo tutti i giorni davanti alla casa di Falcone e c’era quell’albero sopravvissuto in modo paradossale, come spesso la vita in Sicilia, in mezzo al cemento. Quell’albero era fiorito di pezzi di carta. Dopo Capaci tutti avevano lasciato il loro messaggio a Giovanni Falcone. Era pieno di disegni di bambini, costretti a disegnare in una città che si fregia di essere tutto porto, ma poi le macchine saltano in aria proprio accanto a quel mare. Una città che a detta di un geografo della corte normanna “fa girare il cervello a chi la guarda”. Inconsapevolmente ne definiva l’essenza, tanto bella e complessa da far girare non solo gli occhi, ma anche il cervello a chi cerca di conoscerla.

Borsellino lo incontravo di domenica nella parrocchia di Santa Luisa, dove qualche giorno fa si è radunata una folla silenziosa per i funerali di Agnese, sua moglie. Lui arrivava un po’ dopo l’inizio della Messa per non destare troppo scompiglio. Con la scorta, in fondo. Anche io arrivavo un po’ dopo, per pigrizia. E così lo vedevo. Vicino c’era una stazione della via crucis che rappresentava il Cireneo, un uomo “costretto” a portare la croce di Cristo. Borsellino gli assomigliava, con i suoi baffoni. Poi un giorno di luglio “il botto” e un fungo atomico tra i palazzi. Via d’Amelio era saltata in aria con lui e la sua scorta. Così il Cireneo non c’era più, era rimasto schiacciato dalla croce. La croce di Palermo che Borsellino definiva diversamente dal geografo arabo: “Non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare”.

Poi c’era quel sacerdote del liceo Vittorio Emanuele II. Accanto alla Cattedrale arabo normanna che sembra una castello di sabbia costruito su un azzurro indicibile da qualsiasi aggettivo. Le cupole corallo di San Giovanni s’incendiavano lì vicino, l’oro dei mosaici della cappella palatina incastonata nel Palazzo dei Normanni ricordava che da quelle parti un giorno c’era stato l’eden e ne era rimasta qualche tessera. Il volto tragicamente sereno del Cristo pantocratore sembrava sapere che per amare quella città bisogna passare dalla croce.

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I Croods: non solo un film d’animazione…


di Gizzi Pierfrancesco

i croodsPuò un film d’animazione essere istruttivo? Può anche parlare di tematiche importanti, come la famiglia, la speranza nei sogni e nelle proprie idee? Decisamente si, I Croods possono.

Parliamo un pò del film. La storia parla di una famiglia cavernicola che vive al sicuro in una caverna oscura, al riparo dai pericoli dell’esterno. La loro organizzazione è semplice, si rimane al sicuro dentro la caverna perché questo  ha permesso loro di sopravvivere e questo faranno per sempre, e solo quando proprio la fame chiama escono per cacciare insieme; innovare/cambiare il loro piano di sopravvivenza? E’ sbagliato! Il capo famiglia Crug, ha fissato delle regole che tutti devono seguire giacché quelle li fanno rimanere in vita, nessuno osa cambiarle! Forse non proprio tutti, infatti la giovane Eep, si oppone al padre e a tutte le sue regole, poiché odia il buio della caverna al quale preferisce la luce del sole, ammettendo anche che quel loro “vivere” era solo un non morire! Ma in una notte tutto cambia, Eep incontra Guy, che le preannuncia che tutto quello che vede presto sparirà. Dopo esser stata costretta a tornare in caverna da Crug, accadrà la profezia di Guy, e  la famiglia Croods comincerà un lungo viaggio verso la salvezza della loro vite (e non solo), anche grazie all’aiuto di Guy, che diventerà membro fondamentale per questa spedizione.

Ok, si bella storia, la famiglia che prima non era unita ora si unisce grazie al viaggio, il ragazzo salva la ragazza, e vissero tutti felici e contenti…hey frena, non è questo il film! La storia racchiude in sè molto più. Andiamo per gradi.

1. La caverna e la luce. Per Crug ogni novità era vista come male, chiunque avesse cambiato stile di vita o avesse provato qualcosa di nuovo era morto, infatti il finale di ogni sua storia serale era questo: se non si seguono le regole, si muore. Ma quali regole? Regole fissate da un autorità da tutti riconosciuta ma che non guardava al futuro, infatti i tempi stavano cambiando e non andava più bene rinchiudersi in una caverna  (Il mondo stava crollando e con esso tutte le montagne!), bisognava cambiare! Ma Crug si oppone a questo, perché quelle regole e quel modo di vivere li aveva tenuti in vita e non serviva altro, loro erano cavernicoli avevano la loro sovrumana forza. Crug è un uomo che vive e impara dal passato, ma in modo ossessivo. Non pensa al futuro, ha paura di questa parola! Qui entra Guy, giovane ragazzo pieno di idee e proiettato al domani, e il suo stretto amico laccio. Lui non è un uomo delle caverne, conosce la realtà e sa che solo non avendo paura ma coraggio e speranza(voglia di vivere, conoscere, esplorare) potrà rimanere in vita. Proprio quest’ultimo elemento distingue Guy da Crug: infatti il primo (Guy) non ha paura dell’ignoto, sa adattarsi al presente e vive con lasperanza di un mondo nuovo nel futuro, tutto intorno crolla ma lui ha un sogno (verdere il domani) e farà di tutto (grande determinazione, quella che molti vogliono toglierci) per realizzarllo; poi c’è Crug che imposta la sua vita sulla paura, se hai paura vivi, se sei  coraggioso muori, meglio non cambiare, facciamo quello che abbiamo sempre fatto (abbarbicato al passato). Solo nel finale (che non vi svelerò, andate a vedere il film così capirete), Crug si accorge che non è più il tempo delle regole della paura (quel tempo è passato), ma è il momento di sfondare quel “velo” ed andare oltre, verso il domani. Lui non può farlo, ma la sua famiglia si, è pronta per quel coraggioso salto nell’ignoto. Qui Crug, burbero genitore che imponeva regole su regole ai propri figli, impedendogli di fare qualsiasi cosa per paura di perderli, apprende che quelle regole gli avevano impedito di voler veramente bene alla sua famiglia. Così fà quello che ogni genitore dovrebbe fare: dà l’unica cosa che aveva (la sua forza) per aiutarli ad oltrepassare quel “velo”, per permettergli di vivere appieno la loro vita, di volare verso il domani.

2. Le idee, la novità, il cambiamento, o più semplicemente il pensare. Crug dirà: <<Cosa farebbe Guy? Cosa farebbe Guy? No! Cosa farei IO?!>>. In questa società fatta di maschere e di falsi idoli, cerchiamo sempre la persona da seguire, quella a cui assomigliare, copiare lo stile di vita,  perché pensiamo che se diventiamo “come lui” saremo “lui”(avremo il suo successo). Oppure, bombardati da falsa informazione, dalle fiction e serie tv, che ci propongono i loro modi di pensare e vivere, crediamo che quella sia realtà o una realtà almeno auspicabile. Cari lettori, noi siamo la nostra realtà, noi siamo la nostra vita, pensare è una delle più potenti armi che abbiamo, ma dobbiamo istruirla per poterla ben usare. Allora ecco perché ci informiamo, studiamo, impariamo, lo facciamo per essere liberi e per poter oltrepassare il “velo della paura”, guardando al domani speranzosi.

PS Vi sconsiglio di vederlo, è un film veramente per tutti! 😉

“La società che prepara il collasso” di Alessandro D’Avenia


Ho 35 anni, sono fortunato ed orgoglioso di essere nato e cresciuto in questo Paese, per il quale nutro ancora qualche speranza, che ricevo e alimento facendo l’insegnante.
Ma mi preparo al voto rileggendo il bel saggio di J. Diamond «Collasso: come le società scelgono di vivere e di morire», relativo alla singolare sparizione di società fiorenti che più o meno consapevolmente si «suicidano», dagli abitanti dell’Isola di Pasqua, che tagliarono tutti gli alberi dai quali traevano il loro sostentamento, ai coloni dell’Australia che importarono, con calcolo e sforzo, animali che distrussero la ricchezza del nuovo ecosistema. Rischiamo il «collasso» anche noi? Abbiamo già tagliato l’ultimo albero che poteva tenerci in vita? Abbiamo apportato correttivi più nocivi dei benefici?

L’antropologo spiega che sono quattro i motivi per cui una società determina il suo declino: non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema, non si accorge che il problema è già in atto, se ne accorge ma non prova a risolverlo, cerca di risolverlo ma non ci riesce. Nel primo caso il gruppo prende decisioni disastrose perché il problema è talmente nuovo e imprevisto che non si sa come affrontarlo (spesso l’evento si era già verificato, ma è stato dimenticato per carenza di memoria storica…). Il secondo caso colpisce i popoli che scivolano gradualmente nel problema, che però ad un tratto supera la soglia di non ritorno e si fa evidente quando è ormai troppo tardi. Il quarto caso è quello che si verifica quando la soluzione è chiara, ma i costi e i modi di realizzazione sono troppo alti per le capacità del gruppo.

Lascio per ultimo il terzo caso perché penso sia quello che ci riguarda più da vicino. É il più frequente e sorprendente, per la paradossale non volontà di risolvere un problema evidente.

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