Crociate cosmicomiche


di: Giovanni Proietta

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Sono spesse, solide, le crociate contro i non lettori. Come se la lettura potesse essere una battaglia collettiva in nome del buon gusto laddove la lettura rappresenta invece la massima realizzazione della propria intimità in quel rapporto silenzioso che è il dialogo con se stessi. Un gesto solitario e disinteressato, slegato da dinamiche funzionali, libero e liberatorio. È bene interrogarsi sullo scarso tasso di lettura e di lettori in un Paese piuttosto che in un altro, cercando di misurare il tasso di civiltà mediante questo significativo indicatore, meglio sarebbe però se ci voltassimo a scorgere quanto sia infimo e incolore il valore sociale attribuito a questa sana pratica.  Quante delle persone che osserviamo occupare posti di riferimento nel mondo circostante fanno della lettura un vanto, un canale di realizzazione della propria esistenza? I lettori che conosco non sempre sono tenuti in conto, quasi mai a livello sociale sono presi seriamente in considerazione, insomma profumano di decadenza e romanticismo: la lettura resta un vezzo, persino eccentrico. Non c’è nulla di tutto questo nelle catilinarie genuine di tanti lettori. C’è il mondo della lettura, e l’altro mondo, quello della realtà, dove questo esercito silenzioso e timido vince di rado, schiacciato dall’ignoranza come valore (concetto vecchio e usurato). In entrambi i pianeti vivono numerosi i massimalisti, come coloro che credono che leggere un libro renda migliori, che la cultura elevi come un ascensore sociale. Ho conosciuto saggi analfabeti, e aridi coltivati. Bisognerebbe ribadire che leggere non è un vizio ma rende la vita migliore: finiremmo forse così per tornare inesorabilmente al punto iniziale del discorso. Se solo fosse possibile aggiungere una postilla alla lunga marcia della lettura, segandone le gambe della presunzione saremmo tutti un po’ meno snob e un pizzico più concreti: non risponderemmo più allo stereotipo del lettore stralunato. Kepler-186f sembra un nome pescato da un racconto del Calvino delle “Cosmicomiche”. Effettivamente Kepler è il nome di un telescopio (come lo è Palomar) che ha il merito di aver scovato un pianeta gemello della Terra con cui condivide la fortuna di trovarsi alla distanza giusta dalla stella attorno a cui gravita. Una lotteria vinta in due al concorso a premi della vita nell’universo. Chissà che Kepler-186f non sia interamente popolato da forme di vita lettrici.

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Confronti – Salamanca, Ceccano, i giovani


Di ritorno da uno stage linguistico a Salamanca (Spagna), ho pensato a delle considerazioni, riflessioni riguardo l’impatto con il “Diverso”, con L’altra cultura, che seppur simile per certi aspetti alla nostra, è particolare e tutta da scoprire. Già di buon mattino numerosi turisti affollano la bellissima “Plaza Mayor”, punto di ritrovo dei salmantini; qualche copia de “El Paìs” si intravede fra le mani di pensionati abitudinari e la routine scuola-lavoro-famiglia sembra essere la nostra stessa routine, il meccanismo automatico dall’ingranaggio stancante. C’è qualcosa, però, nell’aria di autentico, di autoctono, di unico e di diverso dalla piccola realtà che vivo ogni giorno nel mio paese, qualcosa che qui da noi, a Ceccano sembra essere cristallizzata e paralizzata da molto tempo. E’ il fermento culturale, il flusso inarrestabile di idee, iniziative, lo scambio di opinioni, il confronto fra giovani. La città è viva e lo è grazie ad un esercito di giovani la cui arma è la più semplice e la più nobile che possa esistere: la cultura. Esistono scambi di parole, di desideri, di ricordi e di sogni, un movimento tutto “giovane” che una volta stimolato è pronto a dare i suoi frutti. Qui, invece la realtà è tristemente diversa: mi chiedo se ai giovani vengano dati gli spazi giusti, se si possa creare movimento in situazioni e ambienti che sembrano stagnanti. Bisognerebbe, come scrisse Calvino nelle sue “Città Invisibili”, cercare e saper riconoscere << chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare e dargli spazio>>. L’inferno per chi è volenteroso di operare in qualche modo per la proprio città è la non collaborazione con chi gestisce dall’alto, il mancato dialogo, l’ottica di essere visto come disturbatore di una quiete distruttiva e improduttiva. Facciamo nascere comitati, associazioni, voci, innalziamo le vele della partecipazione, della collaborazione e della cultura e diamole ai venti. Non si tratta di utopia né di raggiungere l’isola che non c’è, si tratta di far vivere e dare consistenza a ciò che ci circonda. Miguel de Cervantes ne “El licenciado de Vidriera” descrisse Salamanca come quella città che una volta visitata invita sempre a tornarvi. Vorrei, un giorno, poter dire la stessa cosa della mia città.

Sara Bucciarelli