Pensieri, sul confine dell’anno


31 dicembre: è tempo di migrare, verso un nuovo anno. Cito, mio malgrado, un autore non particolarmente amato, ovvero D’Annunzio, per ripresentarmi in questa soleggiata vigilia di Capodanno. Vorrei, e potrei, augurare pace e felicità a tutti, cedere all’inflazionato e frenetico scambio di auguri, ma è il mio cuore che mi insegna, per questa volta, la prudenza. Scaglio io la prima pietra, perché ritengo di non essere immune da questo mea culpa, nostra culpa, ma ugualmente non sento di potermi riempire di finto buonismo, e di augurare buon anno a destra e manca a conoscenti e sconosciuti, motivato da un trasporto emotivo tanto ilare quanto fatuo. Oggi, e per i primi giorni del nuovo anno che è arrivato, rimarrò col mio animo in sordina, e a braccia conserte, convinto che questa notte, brillante degli ipocriti buoni propositi prima ancora che degli idioti fuochi d’artificio, non cambierà la sostanza delle persone: forse la loro pelle, magari scintillante di gioielli e vestiti luccicanti, ma non la sostanza.

Domattina, dopo aver smaltito la notte di bagordi, ancora intontiti dalle cene pantagrueliche che ci avranno visti protagonisti e ancora rimbambiti dalla gioia, sacrosanta, dello stare insieme, ci guarderemo nello specchio, e ci ritroveremo tali e quali a come eravamo alla stessa ora del 31, identici, come  figure congruenti nella loro geometrica indole; identici, scalfiti magari dagli occhi ancora assonnati, o dall’acconciatura elettrizzata, ma pur sempre immodificati nella nostra interiorità. Ci ricorderemo al massimo dei progetti gridati la sera prima, convinti però oziosamente di avere un intero anno davanti, un anno, dunque lunghissimo, per poter tentare; perciò cominceremo a rinviare già dal principio il primo buon proposito, l’unico che tacitamente ci accomuna: quello di essere più buoni e generosi.

Convinti di aver fatto una buona azione, accenderemo la tv e ci accorgeremo che anche lì nulla è cambiato, che non sarà stata una notte a cambiare il cuore degli uomini, a rimettere le coscienze davanti al loro mandato di ferocia e di violenza, e a tramutarle in cittadini redenti sulla strada della giustizia: ascolteremo, indignati ma anche un po’ assuefatti dall’abitudine, della nuova strage fatta dai botti illegali e delle ennesime giovani vittime della strada, o scopriremo che il sottomarino nucleare è ancora in fiamme, che la crisi dello stretto di Hormuz è tutt’altro che risolta, che altre bombe  hanno infiammato le chiese e le moschee della Nigeria. Non solo, ma le notizie allarmanti che fino a qualche ora prima della mezzanotte scorrevano sullo schermo, e che sembravano tanto in distonia con le nostre eccitazioni e che cozzavano con la nostra euforia, non solo non verranno cancellate, ma anzi si concretizzeranno ancor di più; non svaniranno, come un dolce miracolo, nel corso dell’ultima notte dell’anno, ma anzi svetteranno domani – e chissà ancora per quanto – su tv e giornali, lasciandoci l’amaro in bocca in tutti noi che, ingenui, avevamo creduto che il nuovo anno avrebbe portato redenzione e serenità. E allora quell’amarezza sembrerà davvero più paradossale, davanti a tutto lo sfarzo che ostenteremo stasera, in barba a tutti i venti di crisi – li’ mortacci suaquando per un inspiegabile bisogno di affetto assoluto, augureremo a tutti quanti, giovani e vecchi, cani e porci e polli e conigli, un cordialissimo ‘buon anno’, sguazzando in un’orgia di sentimentalismo new age e recando un altrettanto cordiale fanculo all’anno appena concluso, e ai fantasmi e agli scheletri che ci ha regalato e che impauriti relegheremo nella cantina dei nostri ricordi, chiusi in cassetti più o meno profondi come cicatrici che porteremo dentro la nostra individuale storia…

Ma ci sveglieremo, domattina, e quel che di negativo quest’anno ci ha portato sarà tutt’altro che scomparso. Ci accorgeremo che la camussiana peste è ancora in mezzo a noi, e forse più forte di ieri.

I volponi e i maiali della vecchia politica avranno aggiunto un altro anno al loro palmares personale.

La giustizia sociale tanto richiesta non avrà fatto nessun passo in avanti, i ricchi rimanendo al loro posto di comando e i poveri nel loro raccattar briciole di una torta consumata altrove.

La crisi non sarà finita, ma anzi dal primo gennaio farà sentire più forte la sua morsa, e il suo morso, sul didietro dei soliti trombati (ovvero gli onesti).

I giusti forse saranno ancora giusti, ma i violenti e gli ignoranti non avranno convertito la loro rotta, e i giusti e gli intelligenti continueranno a trovarsi nei ranghi di una minoranza tanto dignitosa quanto sparuta.

La terra sarà ancora inquinata fin nelle sue viscere da veleni che una notte, una singola notte avrà tutt’altro che smaltito; e così sarà per l’acqua del nostro tanto amato e vituperato Sacco, e delle falde che lo circondano, e così per l’aria, che per colpa dei botti si impregnerà del puzzo della polvere da sparo, alzando magari ancora un po’ il livello già preoccupante delle pm10.

Le strade si riempiranno di nuovo di spazzatura in eccedenza, prodotta in quantità industriali per soddisfare semplicemente i nostri desideri goderecci di cioccolata e di caramelle, con greve influenza degli imballaggi e con tanta gioia per i randagi, anche umani, che si divertiranno loro malgrado a rovistare nei rottami di questa ingiusta civiltà dell’opulenza e dello spreco.

Domattina, amici, nulla di tutto ciò sarà cambiato: prepariamoci piuttosto a un nuovo anno che si prospetta ben più duro del precedente, un anno pieno di appuntamenti importanti, forse decisivi per il nostro futuro – le elezioni comunali, intendo – ma pieno anche di progetti personali che speriamo di poter realizzare tutti quanti, ricordando però sempre i valori che abbiamo condiviso e che dovremmo continuare a difendere dagli attacchi delle belve e delle iene di cui questo mondo, a tutti i livelli, è pieno.

L’anno che si apre altro non è che il ricominciare del giro della stessa giostra. E noi, giovani di mezz’età a metà tra l’adolescenza ridente e il misterioso mondo adulto, su quella giostra ci siamo sopra, e dentro: armiamoci di tanta e tanta Speranza, la stella polare che, assieme all’Amore a livello sociale ed esistenziale, può salvarci dalla barbarie in atto. Questo 2012 sarà davvero un’Odissea, ma non nello spazio dell’universo, bensì nella nostra quotidianità…

Chiudo questo mio auspicio dolceamaro scomodando un grande della nostra letteratura, Elio Vittorini, che nel suo Diario in pubblico ha scritto, con lucidità sempre utopica, ma autentica:  «”Chi cavalca la tigre non potrà più scendere” dice un antico proverbio indiano. Ma chi ha voglia di scendere? Noi supponiamo che anche la tigre (basta resistere) può essere domata».

Con l’augurio di domare la tigre, ci vediamo ‘il mese prossimo’, ragazzi…

Alessandro Liburdi

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