Obama e i suoi nemici/La caduta di Re Mida


di Giovanni Proietta

Il golden boy della politica americana Barack Obama sembra non brillare più. Ce lo racconta proprio lui in un’intervista rilasciata qualche giorno fa al giornalista della Abc-Yahoo, George Stephanopoulos, stilando la lista dei colpevoli: sul piatto della bilancia innanzitutto la crisi economica, croce e delizia dell’avventura forse solo one-term di Obama, da non dimenticare, poi, la cattura di Bin Laden, ma non siamo più nel 2001 e gli americani guardano con maggiore attenzione a tasse, crescita economica e disoccupazione (per la cronaca al 9%).
In periodo di crisi si ingrossano la file degli avversari – facile sparare sulla croce rossa – che propongono la propria candidatura alle prossime primarie del Partito Repubblicano. Dopo un’agosto in cui si era fatto il nome della meteora Rick Perry, considerato dal deputato democratico Mike Villareal “un talentuoso animale politico” mentre qualche collega di partito lo definisce come un “Bush, però senza cervello” si è tornati in autunno al candidato “seat belt” della compagine repubblicana: Mit Romney che, a una linea politica ambigua (non sembra avere il background identitario necessario) accompagna qualcosa di fondamentale se si vuole fare politica oltreoceano, the money. Vero è che non convince i conservatori ma se la campagna elettorale verrà impostata sul buttare giù un sovrano detestato, basterà mettere in pista il meno peggio. Se invece il partito repubblicano preferirà uno scontro muscolare allora sarà la volta dei membri del Tea Party, quei deputati in fondo decisivi dopo aver strappato il Congresso ai Democratici nelle midterm elections del novembre scorso, con buona dose di populismo (Sarah Palin nel caso sarebbe stata un buon candidato).
Scardinare il dogma del liberismo non è facile in un Paese che si fonda sulla libertà. Lo sa bene anche Obama che probabilmente vedrà bocciata la sua proposta di introdurre un’aliquota del 35% sul reddito di chiunque guadagni più di un milione di dollari l’anno, poco importa se destinata a finanziare una manovra di 447 miliardi a favore dell’occupazione. Tutto questo mentre la Corte d’appello di Atlanta accoglie il ricorso di 26 Stati contro la famigerata riforma sanitaria dichiarandola incostituzionale.
In fila, secondo indiscrezioni ad oggi smentite dallo stesso protagonista di queste, c’era anche il corpulento governatore del New Jersey Chris Cristhie, l’outsider che ama dire la verità, lontano dalla letteratura del politico perfetto; ruvido, forse goffo, ma connotato da una vena antipolitica molto comoda in tempi di magra per il consenso dei partiti americani classici, sfilatosi dalla corsa alle presidenziali, ufficialmente, per dedicarsi al suo mandato e rimandare la sua candidatura a data da destinarsi.
L’opposizione Usa, a casacche invertite (dello stesso “colore” forse per ironia della sorte), condivide con quella nostrana la ricerca del Papa nero, mutatis mutandis del Cavaliere bianco.
Muovendoci dalla politica di palazzo scopriamo quella parte di società civile indignata, fatta non solo di liberal, che nei giorni scorsi ha occupato il ponte di Brooklyn finendo sulle prime pagine della stampa internazionale. Sarebbe un errore politico grave derubricare l’Occupy Wall Street Movement (questo è il loro nome) a gruppo di freakkettoni, veterani e studentelli della East Cost, specie per Obama, che a quel pubblico elettorale ha sempre strizzato l’occhio. Si tratta del popolo, in costante crescita, dei delusi. Dal terrore di una double- dip, certo, ma soprattutto dal loro Presidente che volente o nolente è stato quello che ha visto volgere l’American Dream in un incubo umano, prima che politico.

(pubblicato in parte sul giornale universitario "LUISS 360" nel numero di novembre)
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