L’amaca di Michele Serra del 30/01/2014


amaca
“Leggendo i commenti più o meno autorevoli e tentando di ricavarne una media, il sedicente Italicum parrebbe meglio del Porcellum, ma con almeno un paio di gravi difetti: più o meno gravi, i difetti, a seconda che chi li misura veda favorita o sfavorita dai nuovi meccanismi elettorali la propria parrocchia. Come è umano che sia.
Ma al netto di ogni discussione l’Italicum, qualora arrivasse in porto, avrebbe una caratteristica decisamente unica, e alla luce del recente passato addirittura straordinaria: quella di esistere. Vorrei ricordare a tutti, per primo a me stesso, gli anni scialati attorno al nulla, con il povero Giachetti a digiunare e tutti gli altri a maledirlo, quel nulla, come prova provata di inettitudine politica, quando non di boicottaggio mascherato. E ciascuno di questi anni introdotto dal solenne e comune impegno a fare urgentemente una nuova legge elettorale, tanto ributtante era quella in vigore. Non serve essere renziani o antirenziani per cogliere, se l’Italicum arriva in porto, il nocciolo della questione: ci ha messo un mese a fare quello che gli altri non sono riusciti a fare in cinque o sei anni.”

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#dff9 “Think glocal”: il mondo a casa tua


Ho sentito persone vissute a New York, Londra e Shangai apprezzare dal profondo del cuore Ceccano e i suoi dintorni.
Ho visto una famiglia danese, con bambina di due anni al seguito, farsi venti ore di viaggio per raggiungerci, vedere il DieciMinutiFilmFestival e ripartire, col sorriso, ringraziando per l’ospitalità: “to be so helpful”.

C’erano due moldavi, due ungheresi, una slovacca, tre danesi, un austriaco, un tedesco e dieci ceccanesi in una pizzeria; e non è l’inizio di una barzelletta, ma la pura realtà, qui a Ceccano.

Ho parlato con un attore austriaco delle similitudini tra “being an actor and being a lawyer (avvocato)”, scoprendo che la pensiamo allo stesso modo sulla necessità che tutti conoscano le regole basilari della convivenza civile e lasciandoci con il reciproco augurio per le nostre “careers and not jobs” (nelle prime si ama ciò che si fa, nelle seconde si sopravvive e basta -mi fa notare Markus- ).

Ho cercato di tradurre cortometraggi per una ragazza cinese, arrivando a parlare di come siano differenti le nostre culture ed a capire quanto siano simili i modi di esprimere i sentimenti.

Ho visto un ragazzo giapponese salire sul palco del teatro Antares, intrattenendo il pubblico con decine di incomprensibili frasi nella sua lingua  ed infine trovare un trait d’union nell’universalità del doppiaggio, che ricompone la tanto frantumata quanto affascinante torre di Babele.

E mi rimarrà il sorriso della piccola Siry che, prima di tornare a Copenaghen, mi indica e stampa sul finestrino del treno uno di quei sorrisi che fai fatica a scordare anche nei giorni più tristi.

E la felicità di Emilia che, arrivata dalla Slovacchia in piena notte, ha la forza di illuminarsi davanti alla più bella vista che l’albergo diffuso di Castro (n.b-la Locanda del Ditirambo) possa offrirgli: “Can’t wait for tomorrow” (non vedo l’ora che arrivi domani), l’ultimo pensiero prima di cadere tra le soffici braccia di Morfeo.

Le foto al Castello dei Conti, i sorrisi, lo spassionato inneggiare a Ceccano di turisti entusiasti; il rammarico di altri per non averlo potuto visitare, la promessa unanime di tornare di nuovo qui, tutti insieme “to have a pizza or a cup of coffe togheter” (per mangiare una pizza o bere un caffè insieme).

Perchè l’importante è sentirsi amati, sentirsi a casa anche quando migliaia di chilometri te ne separano; avere intorno una “warmhearted organizing ” (gruppo dal cuore d’oro) come scriveranno gli ungheresi in una mail ad Alessandro Ciotoli, presidente di Indiegesta e ideatore del Festival.

E la sento una vittoria di Ceccano (e dintorni), di chi è rimasto per migliorare, di chi ha lottato e continuerà a farlo per un futuro migliore; di chi non ha mai smesso di credere nelle capacità dei propri concittadini, di chi non si è mai considerato irreversibilmente come parte della desolata periferia del mondo.

La vittoria dell’impegno e della competenza, sul denaro e sul clientelismo.

Mai come oggi dobbiamo far vincere i primi due per sentirci parte attiva del mondo.

Think glocal.

Gianluca Popolla

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