I Croods: non solo un film d’animazione…


di Gizzi Pierfrancesco

i croodsPuò un film d’animazione essere istruttivo? Può anche parlare di tematiche importanti, come la famiglia, la speranza nei sogni e nelle proprie idee? Decisamente si, I Croods possono.

Parliamo un pò del film. La storia parla di una famiglia cavernicola che vive al sicuro in una caverna oscura, al riparo dai pericoli dell’esterno. La loro organizzazione è semplice, si rimane al sicuro dentro la caverna perché questo  ha permesso loro di sopravvivere e questo faranno per sempre, e solo quando proprio la fame chiama escono per cacciare insieme; innovare/cambiare il loro piano di sopravvivenza? E’ sbagliato! Il capo famiglia Crug, ha fissato delle regole che tutti devono seguire giacché quelle li fanno rimanere in vita, nessuno osa cambiarle! Forse non proprio tutti, infatti la giovane Eep, si oppone al padre e a tutte le sue regole, poiché odia il buio della caverna al quale preferisce la luce del sole, ammettendo anche che quel loro “vivere” era solo un non morire! Ma in una notte tutto cambia, Eep incontra Guy, che le preannuncia che tutto quello che vede presto sparirà. Dopo esser stata costretta a tornare in caverna da Crug, accadrà la profezia di Guy, e  la famiglia Croods comincerà un lungo viaggio verso la salvezza della loro vite (e non solo), anche grazie all’aiuto di Guy, che diventerà membro fondamentale per questa spedizione.

Ok, si bella storia, la famiglia che prima non era unita ora si unisce grazie al viaggio, il ragazzo salva la ragazza, e vissero tutti felici e contenti…hey frena, non è questo il film! La storia racchiude in sè molto più. Andiamo per gradi.

1. La caverna e la luce. Per Crug ogni novità era vista come male, chiunque avesse cambiato stile di vita o avesse provato qualcosa di nuovo era morto, infatti il finale di ogni sua storia serale era questo: se non si seguono le regole, si muore. Ma quali regole? Regole fissate da un autorità da tutti riconosciuta ma che non guardava al futuro, infatti i tempi stavano cambiando e non andava più bene rinchiudersi in una caverna  (Il mondo stava crollando e con esso tutte le montagne!), bisognava cambiare! Ma Crug si oppone a questo, perché quelle regole e quel modo di vivere li aveva tenuti in vita e non serviva altro, loro erano cavernicoli avevano la loro sovrumana forza. Crug è un uomo che vive e impara dal passato, ma in modo ossessivo. Non pensa al futuro, ha paura di questa parola! Qui entra Guy, giovane ragazzo pieno di idee e proiettato al domani, e il suo stretto amico laccio. Lui non è un uomo delle caverne, conosce la realtà e sa che solo non avendo paura ma coraggio e speranza(voglia di vivere, conoscere, esplorare) potrà rimanere in vita. Proprio quest’ultimo elemento distingue Guy da Crug: infatti il primo (Guy) non ha paura dell’ignoto, sa adattarsi al presente e vive con lasperanza di un mondo nuovo nel futuro, tutto intorno crolla ma lui ha un sogno (verdere il domani) e farà di tutto (grande determinazione, quella che molti vogliono toglierci) per realizzarllo; poi c’è Crug che imposta la sua vita sulla paura, se hai paura vivi, se sei  coraggioso muori, meglio non cambiare, facciamo quello che abbiamo sempre fatto (abbarbicato al passato). Solo nel finale (che non vi svelerò, andate a vedere il film così capirete), Crug si accorge che non è più il tempo delle regole della paura (quel tempo è passato), ma è il momento di sfondare quel “velo” ed andare oltre, verso il domani. Lui non può farlo, ma la sua famiglia si, è pronta per quel coraggioso salto nell’ignoto. Qui Crug, burbero genitore che imponeva regole su regole ai propri figli, impedendogli di fare qualsiasi cosa per paura di perderli, apprende che quelle regole gli avevano impedito di voler veramente bene alla sua famiglia. Così fà quello che ogni genitore dovrebbe fare: dà l’unica cosa che aveva (la sua forza) per aiutarli ad oltrepassare quel “velo”, per permettergli di vivere appieno la loro vita, di volare verso il domani.

2. Le idee, la novità, il cambiamento, o più semplicemente il pensare. Crug dirà: <<Cosa farebbe Guy? Cosa farebbe Guy? No! Cosa farei IO?!>>. In questa società fatta di maschere e di falsi idoli, cerchiamo sempre la persona da seguire, quella a cui assomigliare, copiare lo stile di vita,  perché pensiamo che se diventiamo “come lui” saremo “lui”(avremo il suo successo). Oppure, bombardati da falsa informazione, dalle fiction e serie tv, che ci propongono i loro modi di pensare e vivere, crediamo che quella sia realtà o una realtà almeno auspicabile. Cari lettori, noi siamo la nostra realtà, noi siamo la nostra vita, pensare è una delle più potenti armi che abbiamo, ma dobbiamo istruirla per poterla ben usare. Allora ecco perché ci informiamo, studiamo, impariamo, lo facciamo per essere liberi e per poter oltrepassare il “velo della paura”, guardando al domani speranzosi.

PS Vi sconsiglio di vederlo, è un film veramente per tutti! 😉

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Si può fare! Come il business sociale può creare un capitalismo più umano…


di Gizzi Pierfrancesco

Salve a tutti i nostri followers!!!! Ciao Cogitanti!!

Anch’io oggi voglio unirmi ai miei colleghi e consigliarvi, attraverso una recensione, un libro che parla di economia ma anche di speranza.

Si può fare!

Come il business sociale può creare un capitalismo più umano.

In questo libro Muhammad Yunus vuole presentarci un nuovo strumento che rivoluzionerà l’economia mondiale e non solo: il business sociale. Abbattere la povertà, per farla diventare solo un ricordo, è sempre stato l’obiettivo chiave di Yunus fin dal principio quando con i suoi pochi dollari diede l’inizio al “Microcredito”. Ora il “banchiere dei poveri”(nomigliolo dato dai giornalisti a Yunus) ci presenta un’altra grande realtà (e non sogno): il business sociale; non dico sogno perché nel libro egli ci presenta degli esempi reali di business sociale ad opera di aziende multinazionali che in joint venture con la Grameen, hanno creato “le prime scintille di una fiamma”, di una rivoluzione che cambierà il mondo dell’economia e del welfare. Nel libro Yunus delinea bene quest’idea di business sociale in modo che non la si possa confondere con altre entità cosidette “sociali”, delineando una lista di principi da rispettare per essere definiti un impresa con finalità sociali.

“Se puoi sognarlo puoi farlo” (Walt Disney)

<<Tutto cominciò prestando un paio di dollari ad alcune donne del mio villaggio…>> dice Yunus <<volevo rendermi utile per il mio villaggio e scoprii che invece potevo essere d’aiuto a più persone… Tutto parte da un piccolo gesto, non dovete cercare di risolvere, in primo acchito, grandi e complessi problemi, ma piccoli e poi risolti quelli, vedere se quelle risoluzioni sono buone per risolvere problemi in altri punti della terra…dovete prendere il “seme” di quello che avete fatto in una zona e piantarlo in un’altra>>[1]. Se uno può sognarlo, vuol dire che si può fare: Yunus ha avuto come sogno di far sparire la povertà nel suo piccolo villaggio, ora la povertà potrà sparire in tutto il mondo. Non importa quanto grande o fattibile sia questo sogno, bisogna sempre crederci, perché un piccolo gesto di solidarietà nel nostro piccolo è una goccia che andrà a formare un oceano. Creare un’impresa con finalità sociali è più difficile  che crearne una con finalità lucrative poiché nella prima non c’è un profitto per gli investitori ma solo un miglioramento/soluzione di un problema sociale. C’è bisogno di sognatori che siano preparati al business sociale, ma c’è bisogno soprattutto che essi siano sempre “gioiosi” nel mettersi  in gioco per migliorare il mondo. Noi non siamo stelle, eterni spettatori della realtà del mondo (come diceva sir Barrie), ma dobbiamo essere i fautori del nostro destino.

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno.

Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita. (Proverbio Cinese)

Come mette in evidenza bene Yunus nella descrizione di Cos’è e cosa non è il business sociale nel capitolo 2, un impresa sociale non è una fondazione di beneficienza (può accogliere soldi da una fondazione o da una Ong), è un impresa con finalità sociali che si impegna a migliorare e risolvere (se è possibile) un problema sociale importante, mantenendo l’autosufficienza economica e finanziaria, rispettando una linea di condotta aziendale sostenibile dal punto di vista ambientale, concedendo ai dipendenti salari pari alla media di mercato e condizioni di lavoro superiori alla media. (estratto dai 7 punti stilati da Yunus per definire un impresa con finalità sociali).

La beneficienza è molto importante perché indica quanto le persone vogliono aiutare chi  è nel bisogno e questo Yunus lo sottolinea nel suo libro dicendo anche che ogni volta che parla di business sociale a uomini d’affari o altri professionisti viene sempre travolto dalla numerose domande e dall’entusiasmo di queste persone che vogliono intraprendere la strada del business sociale. Proprio da questa voglia di fare che arrivano grandi idee e grandi soluzioni come la Gramen-Danone oppure la Gramen-Veolia, le quali non sono solo opere di carità ma vere e proprie imprese con cui risolvere sia l’attività economica del paese (dando occupazione ed insegnando un mestiere a chi era senza lavoro e non sapeva far nulla) sia un problema di welfare (migliorando le condizioni di vita), due piccioni con una fava insomma.  Non si danno pesci, ormai si danno solo lezioni di pesca!

Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. (Matteo 25, 40)[2]

L’ultima crisi, che ancora sta colpendo milioni di persone, ha messo in discussione questo capitalismo selvaggio senza etica e senza un volto umano, le persone vogliono poter aiutare, vogliono essere il centro di quest’economia e non solo il mezzo (come auspica Benedetto XVI nella sua Caritas in veritate). Sarà proprio dalla benevolenza del macellaio, usando una frase di Smith, che l’economia potrà cambiare, infatti essendo le persone, con le loro relazioni (e con i loro sentimenti) a creare il mercato, renderà quest’ultimo ricco di quella caratteristica fino ad ora dimenticata: la carità. Sono i sentimenti (le motivazioni) a creare le azione e quindi è giusto che vengano considerate nelle teoria economica.

Le opportunità del business sociale sono limitate solo alla nostra immaginazione, bisogna essere creativi e gioiosi. Le imprese scese in campo a livello internazionale per attivare imprese con finalità sociale sono numerose, tanto quanto le persone che vogliono contribuire a migliorare questo concetto di business sociale e tanto quanto le idee messe in campo dai numerosi studiosi di tutto il mondo (come un mercato di azioni di imprese sociali, corsi di studio di business sociale, trust fiduciari, e chi lo sa cosa ci aspetta nel domani). Il tempo è pronto: si può fare!

La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso.[3]


[1] Yunus Muhammad, Si può fare!, Feltrinelli, 2010

[2] La Sacra Bibbia, San Paolo Edizioni, 2010

[3]  Benedetto XVI, Caritas in Veritate, Libreria Editrice Vaticana, 2009

Nuova rubrica: Il Suggeritore! Tra poco sui vostri schermi


Ho realizzato che i libri possono salvare la vita o, almeno cambiarla, che mettere nelle mani di un bambino “La Peste” di Albert Camus può servirgli più di centinaia di messe obbligatorie la domenica mattina. Ho imparato, tanto per stravolgere la diade marxista struttura-sovrastruttura, che le vere leve dei destini umani sono quelle sospinte da moventi culturali. Per questo, memore della lezione socratica secondo cui la maggiore saggezza sta nella propria cosciente ignoranza, proverò a dare un contributo, minimo certamente, alla lotta quotidiana  contro la bellezza accattivante e orgogliosa dell’ignoranza che avvicina molte intelligenze promettendo “magnifiche sorti e progressive”. Sapere è potere! Conoscere se stessi e il mondo che ci circonda, non per forza nella totalità delle sue pieghe (attenzione ai tuttologi di professione), dev’essere uno degli imperativi di una nuova umanità, finalmente consapevole delle proprie potenzialità, della propria posizione storica, del proprio potere appunto. In un momento in cui tutti sembrano voler abbandonarsi e dimenticare le asperità circostanti il mio vuole essere un richiamo demodé e, forse per questo, estremamente moderno, a riprendere coscienza di cosa siamo, ad esplorare la parola cultura senza che questa evochi  immagini di tomi polverosi e abbandonati. Coltivare il giardino dei nostri colori, delle nostre immagini , delle nostre parole vuol dire dotarci di nuovi strumenti per esprimerci al meglio e soprattutto per migliorarci. Essere prima che cittadini degli uomini. David Maria Turoldo, un intellettuale, in un’intervista ricorda: “[..] Kierkegaard dice che quando nasce un uomo nasce una infinita possibilità, ecco io credo che questo dovrebbe essere l’impegno: l’uomo deve dire che uomo vuole essere. […] Se tu chiedi a chiunque: <<Tu cosa vuoi diventare?>>[…] <<Voglio diventare un campione, un ingegnere, un astronauta>> Ma nessuno dice: <<Voglio diventare Uomo>>” . Lontano da una risposta definitiva sul tema, come molti altri che con me condividono l’esperienza burrascosa della vita, provo intanto a dare qualche ipotesi, sperando che qualche viaggiatore preferisca fermare gli occhi su qualcosa che possa elevarlo invece di preferire questa modernità soporifera che invita a sedersi, aspettare, evitando di riflettere. Per questa mia piccola battaglia metterò da parte qualche lettura, nel senso più ampio del termine, anche solo qualche semplice suggestione, non per forza letteraria (anche se ci sono molte letterature), per spingervi, quasi obbligarvi a riflettere, sperando di instillare in qualcuno di voi quel desiderio di conoscenza che spinse Ulisse, visceralmente, al proprio “folle volo”. Un desiderio che spesso una scuola obbligatoria non riesce facilmente a far nascere.

Abbiate il coraggio di sapere, “Sapere Aude!” , come scriveva Kant!

 Il Suggeritore

P.S.: Tra poco avrete mie notizie in questa nuova veste, da Suggeritore.