Informazioni su cogitanscribens

Sono uno studente del Liceo che ha tanta voglia di parlare, di confrontarsi, stufo di subire passivamente la scuola... tutto qua

VI RACCONTO DANTE E DOSTOEVSKIJ…


Molti mi hanno chiesto di pubblicare i due video degli incontri tenuti a gennaio: Dostoevskij al Politecnico di Milano e la Vita Nova di Dante all’auditorium della Gran Guardia di Verona.

Si tratta di incontri (senza nessuna pretesa né possibilità di esaurire temi così ampi e complessi in poco tempo) gremiti da un pubblico molto eterogeneo, soprattutto giovani, in orario non scolastico. Cosa che dovrebbe far riflettere su una scuola che spesso fa odiare la lettura e la letteratura o su certi salotti (mediatici e non) auto-referenziali che fanno dei libri un vanesio articolo da sciorinare durante le visite degli amici (sempre quelli). Io sono solo un postino che porta le belle lettere di altri alla gente della strada, a cui anche io appartengo. Questo fa un insegnante. E cerco di tenermi equidistante dall’idolatria dei libri e dal facile consumismo da divano che nulla cambia nella e alla vita di tutti i giorni. Provo a portarvi la lettera. Voi la leggete. Ma poi tocca voi. Per dirlo mi servo delle parole di uno che di libri ne sapeva qualcosa:

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In preparazione alla GMG di Cracovia 2016


Il messaggio di Papa Francesco per la XXX Giornata Mondiale della Gioventù è un invito a continuare il pellegrinaggio spirituale sulla strada delle beatitudini evangeliche. Dal “discorso della montagna”, il Papa  si ferma a riflettere sulla sesta Beatitudine:«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Il Signore continua a chiamare gli uomini a seguirlo in quella strada che, nonostante le sfide, è la via della felicità. Viene sottolineato, citando i primi capitoli del libro della Genesi, che le insidie del percorso sono spesso causa di peccato e di infelicità; per questo occorre cercare Dio e ritrovare la direzione giusta.

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Natale 2014.


“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”

Ancora una volta è Natale ed ancora una volta il mio pensiero è quello di un augurio vivo, genuino, fresco a voi che seguite questo blog! Buon Natale! Tra poche ore ci si ritroverà a commemorare la nascita di Cristo. Sembra che sia passato davvero un attimo dallo scorso anno ma in realtà sono passi dodici mesi più o meno lieti ed ora eccoci qui, di nuovo, a festeggiare il Natale.
Isaia si esprime in modo suggestivo:il figlio di Dio irrompe nella storia illuminando, a giorno, la via di coloro che erano nella notte e lo fa scegliendo la via più umile, la via della povertà. In questo tempo difficile mi sembra davvero forte ricordare un simbolo del Natale, spesso passato in secondo piano, trascurato: il simbolo della capanna che è espressione di una completa umiltà che Dio ha voluto scegliere, che si esprime verso Maria e Giuseppe e e verso i pastori, ultimi tra gli ultimi, che per primi accorrono a venerare quel bambino in quella notte che per noi cristiani, diventa notte santa. L’immagine è semplice e incisiva nello stesso tempo: la via dell’umiltà ci appare una via tortuosa, una via non agevole e spesso si preferiscono altre strade, altri atteggiamenti tra cui quello della totale personalità di sé che può sconfinare nella superbia, questo male che ai giorni nostri si è tanto acutizzato, mietendo vittime seppur inconsciamente. Ecco il Natale è una scuola che ogni anno fornisce a noi tutti degli elementi nuovi e in questo 2014 ci insegna a prendere coscienza di noi stessi, del nostro essere “granelli sparsi nell’oceano” quasi insignificanti ma tutti egualmente belli dinnanzi a Dio. E’la scuola dell’umiltà il Natale: l’umiltà che ci fa essere virtuosi, capaci di gesti di accoglienza, di fraternità, di amore. Maria è maestra e madre dell’umiltà: nel Magnifcat si esprime al meglio allorché afferma “Perché si è ricordato dell’umiltà della sua serva” e Giuseppe anche egli, è maestro in tal senso: avrebbe potuto ripudiare Maria, l’avrebbe potuta condurla alla morte ma invece ha accettato questo tesoro che Ella custodiva, per nove mesi, fino a una terra quasi abbandonata ove Dio volle che suo Figlio si manifestasse. S. Leone Magno raccomandava: “Agnosce, Christiane, dignitatem tuam!”, una dignità che proprio con il ricordo del Natale si concretizza, si fa vita e rischiara, sebbene forse solo per un po’, il nostro cammino terreno: è la festa dell’amore è vero ma che questo amore non sia unilaterale ma si diffonda a tutti, agli emarginati, ai soli, ai deboli ma anche a coloro che hanno fatto di sé la propria divinità, a coloro che mirano al proprio tornaconto personale trascurando quella “dignità” della condivisione e della scelta di essere piccoli.
Sia dunque questo il mio pensiero per questo Natale 2014: un’opzione di pensabilità che voglio fornirvi, con questo mezzo, a voi tutti. Il Natale ci da forza e ci da vita, ci infonde coraggio! Che questo non rimanga carta morta ma tra le diverse realtà della nostra quotidianità si esprima e si sviluppi affinché scaturisca in noi un inno unanime e di gioia, il nostro Gloria, la nostra salvezza! Auguri! M.T.C

Primarie? Solo se aperte


Apprendiamo dai giornali che per scegliere il prossimo candidato a Sindaco della coalizione di centrosinistra ci saranno delle elezioni primarie. Ottimo. Un refrain già ascoltato che potrebbe poi infrangersi contro gli scogli della solita partitocrazia anche se stavolta sperare nel caos vigente sembrerebbe un cavallo su cui scommettere. Regna l’anarchia a livello provinciale e come antichi feudatari i maggiorenti del Partito Democratico non sapendo come risolvere la faccenda la buttano in Primarie. Tutti d’accordo perché nessuno è d’accordo su nulla ma se le parole sono importanti diventa legittimo avere delle aspettative e quindi battersi perché primarie, a questo punto, ci siano. Prevedere però un futuro prossimo in cui i signori delle tessere tolgano la palla ai cittadini per ributtarla nel campo rassicurante della politica e dei partiti è una prospettiva nauseante da respingere con ogni mezzo possibile: le primarie dovranno essere aperte alla cittadinanza.  Occorre dire da subito che qualsiasi altro tipo di alchimia sarebbe una truffa ai danni dei cittadini, un raggiro operato per ragioni di marketing elettorale.
Se poi potessimo imbastire un discorso un pizzico lungimirante diremmo che alle Primarie sarebbe bello far votare anche ragazzi tra i sedici e i diciotto anni. Farli partecipare, farli sperare nella politica. Cari democratici, cercate di guardare oltre il cortile, c’è una città meravigliosa, che aspetta di essere chiamata a decidere del proprio futuro. Un posto abitato da persone moderne, preparate, geniali, che potrebbe fare della nostra comunità il nostro orgoglio. Smettetela di vedere la politica con gli occhi del feudalesimo. Quell’epoca è finita vent’anni fa, forse i tempi stanno cambiando, magari siete voi ad essere in ritardo.

Renziani da mare


Dopo un lungo silenzio, misto tra indignazione e stupore, assisto nelle ultime settimane a rapidi rovesciamenti di fronte verso la salvifica meta del renzismo.
La prima regola che si impara con l’esperienza, è di vivere secondo le proprie convinzioni senza che sia una nostra arbitraria rappresentazione degli idoli ad indicarci una strada che non sa mai di noi.
Vivere per sentito dire, inseguendo la moda del (breve) periodo, è soltanto un palliativo per i mali che la mancanza di volontà provoca.

Rottamazione, ricambio generazionale, vicinanza ai cittadini, sono le espressioni (abusate) del momento e Matteo Renzi è il carro su cui tenta di salire chi mai non ha avuto le capacità politiche di fare delle scelte e soprattutto di pagarne le conseguenze (politiche).

E così vince Bersani le primarie e son tutti contenti, in prima fila nello spartirsi i meriti della vittoria.
Poi però il Pd perde le elezioni, Renzi vince le primarie e diventa premier; in qualsiasi azienda, famiglia e comunità vige il principio per cui ”chi sbaglia paga”, ma non in questo Pd.

Non in questa politica.

E si diventa convinti renziani, lì dove neanche si era presenti alle manifestazioni pro Renzi (che organizzai a Ceccano nel novembre 2012 con il Comitato) neanche come osservatori: “vanno isolati, bisogna essere indifferenti”; “ Renzi è un pericolo” dicevano.

Ma abbiamo continuato a lottare: quando credi in qualcosa non puoi fare altro che sostenerla e non interessa quali ostacoli avrai di fronte, conta soltanto mettere in gioco una parte di te che non puoi reprimere, ne va di te.

Adesso che tutti sono sul carro, risulta difficile capire chi siano, quale sia la loro visione politica, addirittura se ne abbiano una.
Da un lato, se fossero dall’inizio renziani e non l’avessero manifestato ai tempi della sfida con Bersani sarebbero politici incapaci di prendere scelte, e soprattutto di accettarne le conseguenze; dall’altro se l’avessero fatto soltanto per mantenere posti d’onore all’interno di un partito non sarebbero politici, in quanto darebbero maggiore importanza alla propria carriera rispetto all’interesse dell’intera comunità (e soprattutto di chi li vota).

In entrambi i casi non degni e non capaci di incidere positivamente sul nostro futuro, di custodire speranze e sogni di un territorio avvolto da gravi problemi in ogni settore; incapaci e indegni di governarci, retori a volte neanche piacevoli volti all’autoconservazione a discapito degli altri.

Il coraggio della legalità


tratto integralmente da: Avvenire

“Abbiate speranza. La speranza non delude. Non lasciatevi rubare la speranza”. In queste parole, a braccio, che Papa Francesco ha rivolto ai casertani al termine dell’omelia sta il messaggio forte a un popolo che soffre, come ha ricordato in un passaggio, per l’illegalità e il mancato rispetto dell’ambiente e della natura.

 

“Ma Cosa fare per possedere il regno di Dio?” Ha domandato ancora Francesco al popolo cristiano raccolto intorno all’altare. “Su questo punto Gesù è molto esplicito: non basta l’entusiasmo, la gioia della scoperta. Occorre anteporre la perla preziosa del regno ad ogni altro bene terreno; occorre mettere Dio al primo posto nella nostra vita, preferirlo a tutto. Dare il primato a Dio significa avere il coraggio di dire no al male, alla violenza, alle sopraffazioni, per vivere una vita di servizio agli altri e in favore della legalità e del bene comune. Quando una persona scopre Dio, il vero tesoro, abbandona uno stile di vita egoistico e cerca di condividere con gli altri la carità che viene da Dio. Chi diventa amico di Dio, ama i fratelli, si impegna a salvaguardare la loro vita e la loro salute anche rispettando l’ambiente e la natura. Ciò è particolarmente importante in questa vostra bella terra che richiede di essere tutelata e preservata, richiede di avere il coraggio di dire no ad ogni forma di corruzione e di illegalità”.

 

per l’articolo integrale vai su: Il Papa a Caserta: il coraggio della legalità

XVII Domenica del Tempo ordinario


tratto integralmente da: azione cattolica italiana

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

 

Il Vangelo di Matteo presenta le ultime tre delle sette parabole sul regno dei cieli. Regno di Dio, scrive Marco, Regno dei cieli, scrive Matteo, secondo la consuetudine del linguaggio rabbinico. Le due espressioni sono equivalenti. Gesù dà al regno di Dio il primo posto nella sua predicazione. L’insegnamento con cui si rivela ai discepoli, offre anche a noi la possibilità di addentrarci in quella realtà del regno a cui tutti siamo gratuitamente chiamati. Il regno dei cieli-regno di Dio è la dimora di Dio; è il progetto del Padre concepito per noi da tutta l’eternità, nel Figlio attraverso lo Spirito. È la sua presenza, vicinissima, di amore e di misericordia nella sua creazione, in noi sue creature, in tutto ciò che esiste. Presenza resa visibile e operante in Gesù Cristo che ci rende figli di Dio e fratelli: è Lui il compimento del Regno. Padre nostro che sei nei cieli… venga il tuo regno, ci ha insegnato a pregare Gesù.
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo… è simile a un mercante di perle…». È comune alle due parabole la gioia di cercare e trovare Dio e di decidersi a possederlo anche rinunciando ai propri beni. Occorre prima di tutto saper cogliere il valore del tesoro e della perla, stimare come primario e assoluto il regno al di sopra di ogni altra cosa o persona. Il regno è il dono di Dio per eccellenza, il valore essenziale che bisogna acquistare a prezzo di tutto ciò che si possiede. È necessario avere un cuore di “povero”, un atteggiamento di “bambino”, attivare la “ricerca” del regno e della sua giustizia, fare la volontà del Padre collaborando al servizio di una società giusta e fraterna. Noi discepoli di Gesù siamo in grado, in forza dello Spirito che ci abita, di estrarre cose nuove e cose antiche per camminare sempre più speditamente nel Regno dei cieli.

 

Parola della settimana: 
Cercare
 

Nell’epoca moderna l’attuazione del bene comune trova la sua indicazione di fondo nei diritti e nei doveri della persona. Per cui i compiti precipui dei poteri pubblici consistono nel riconoscere, rispettare, tutelare e promuovere quei diritti; e nel contribuire a rendere più facile l’adempimento dei rispettivi doveri (PIT 36).

XVI Domenica del Tempo ordinario


Grano d'oratoIn quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo:«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”».

Gesù continua a parlarci in parabole, il linguaggio più appropriato per comunicare i segreti di Dio. In questo caso sarà Gesù stesso a svelare il significato nascosto nella prima parabola.
Non dubiteremo, dunque, che tutto il mondo è campo di Dio e che Lui non semina se non buona semente.
Non possiamo ignorare che un nemico agisce anche nel campo, perciò troviamo simultaneamente in esso il bene e il male. Con pazienza Dio aspetta i frutti; siamo noi a dimostrare fretta, intolleranza, nel voler separare il bene dal male, i buoni dai cattivi, ignorando che ambedue si trovano in noi, nella società e nella storia. Altri servitori, spiega Gesù, realizzeranno la definitiva separazione. Nella seconda parabola è un seme a catturare l’attenzione degli ascoltatori, perché pur essendo “il più piccolo”, diventerà un albero, il “più alto” tra le piante dell’orto e accoglierà gli uccelli tra i suoi rami. Se il regno dei cieli è simile al granello di senapa e a questo albero accogliente, perché temere o diffidare dei piccoli semi di bene che vediamo crescere, invece di affidarci alla forza germinativa inarrestabile della presenza di Dio tra noi? Qualcosa di simile ci suggerisce la terza parabola. Poco lievito fa fermentare una quantità enorme di farina, e ciò senza che la donna faccia nulla da parte sua. Quante volte Gesù fanciullo avrà visto sua madre Maria impastare il pane e a quante domande sue lei avrà risposto! Di nuovo ci immaginiamo la spiegazione di Gesù ai suoi: il Regno sta dentro di voi, temete il lievito dei farisei, ma sapete che nel mondo agisce silenziosamente un altro lievito. Viviamo fiduciosi in Dio, padrone buono del nostro campo, senza disprezzare i piccoli semi di beni che possiamo offrire ai nostri fratelli o che troviamo sparsi nell’umanità. Rallegriamoci, perché c’è un lievito che, senza rumore, sta sempre agendo perché fermenti il Regno in questo nostro mondo.

Parola della settimana: 
Gradualità

Non si dimentichi che la gradualità è la legge della vita in tutte le sue espressioni; per cui anche nelle istituzioni umane, non si riesce a innovare verso il meglio se non agendo dal di dentro di esse gradualmente (PIT 86).

 

fonte: http://www2.azionecattolica.it//leggi-medita/xvi-domenica-tempo-ordinario-2

Precisazioni su ‘La Banda degli 11’


di: Giovanni Proietta
Molto clamore ha destato sia il titolo che il contenuto del mio ultimo articolo. Su quest’ultimo punto, brevemente, rivendico il diritto concesso a tutti noi di esprimere la propria opinione come scritto nella prima parte della nostra Costituzione all’articolo 21. Mi permetto di aggiungere dall’alto della mia scarsa esperienza che spesso la politica e i partiti dovrebbero tentare di capire le ragioni delle critiche piuttosto che montare su inutili impalcature di giustificazioni, come sta avvenendo in questi giorni per arginare la larga protesta contro il gesto dei famigerati undici. Spesso vedere dietrologie inutili ci protegge dalla verità o comunque dal dubbio che potrebbe strapparci dalla nostra di verità. Indipendentemente da quanto ne pensi io, che sono un osservatore e un cittadino, bisognerà pure guardare a cosa ne pensa tutto il resto delle elettorato. Sul titolo ho forse rincorso una metafora alta risultando poco chiaro. Chi contesta il grillismo deteriore del mio ‘banda degli 11’ semplicemente non mi conosce o molto più probabilmente sconta una mancata chiarezza che é la ragione di questo commento. La banda dei 4 era il gruppo di gestori del potere fino alla morte di Mao in Cina. Persone che all’indomani della fine del leader della Repubblica popolare vennero fortemente condannate. Un morto e dei condannati, politicamente per carità. Ho peccato di altezza e ho perso la chiarezza facendo una pessima allitterazione, infine. Ma di altro non voglio essere accusato.

11 uomini sulla cassa del torto


di Giovanni Proietta (Forum Democratico)
Un anno ci divide dalla fine del mandato del commissario. Un anno di campagna elettorale che dovrà avere il compito di spazzare via la maggior parte dei protagonisti di un ventennio fallimentare sul piano culturale, economico e sociale. Ceccano ha bisogno di novità. Non ha bisogno di nuovismo, volto ammiccante dietro cui si celano i volti dei soliti noti. Cognomi familiari spolverati di belle speranze e specchietti per le allodole. Ceccano ha bisogno di guardare a tre fari: la competenza, l’onestà e la capacità politica, caratteristica senza la quale si finisce inevitabilmente impigliati nelle fauci dei navigati amministratori di questa città, di destra e di sinistra. Il treno della modernità, del progresso, anzi meglio, dello sviluppo sostenibile, farà fermate solo per chi sarà capace di capirne l’arrivo. I tempi sono maturi perché una città abitata da persone con esigenze impegnative e aspettative interessanti sia governata finalmente da amministratori all’altezza delle sfide del futuro. Negli ultimi vent’anni la qualità della vita ceccanese è andata peggiorando, laddove altrove la capacità di qualche raro buon amministratore è riuscita a donare alla comunità una visione di futuro. Una classe dirigente ha fallito e ora si è chiaramente identificata. Nei prossimi giorni avremo modo di vedere come si disporranno i vari interessi. Indipendentemente da questo, cerchiamo tutti, per quanto ci è possibile, di non essere rappresentati ancora una volta da politici non all’altezza dei nostri sogni, delle nostre necessità. Evitiamo di prolungare la lunga nenia della lamentela. Ovunque impegniamoci, ognuno a modo suo, per evitare altri anni di decadenza e degrado per la nostra comunità. Persone preparate, pronte a questa sfida, non mancano. Nei prossimi giorni occorrerà capire come si distribuiranno o se, ancora peggio, a ridosso dalle elezioni, preferiranno ancora una volta le solite fazioni, dietro a simulacri di rappresentazione che dietro al personalismo non celano ormai neanche uno sparuto seguito. Le vecchie formule hanno fallito, occorre trovarne di nuove.
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