Caos.


Tra le tante deficienze che il mondo di oggi sicuramente possiede, quella che maggiormente appare è il caos. Questa parola è al centro di numerosi significati se non altro per la sua portata così vasta, così viva ma così oscura sopratutto a quanti vivono nel caos senza mai accorgersene. Viviamo in un’epoca che può essere sintetizzata come il crepuscolo dell’esistenza umana  tanto che si suole parlare di macchina e non di uomo ovvero di uomo-macchina, binomio troppo forte e pauroso! Il caos regna sovrano nella società del tempo presente ma la mia non vuole essere una critica anche perché non posso distaccarmi da questa realtà che è caotica, perché bisogna viverci per forza ma anche perché alla fine è piacevole (ah la terribile prassi della quotidianità) starci. Il mondo è al caos: il caos travolge le coscienze umane che perdono allora quella “profonda autonomia di pensiero trasformandosi in essere privi di mens o meglio essere mancati della mens umana”, divenendo quindi “meri esecutori perdendo la possibilità di decidere il cosa fare per una forma di mancanza di pensiero e anche per la non volontà”.  Caos nell’osservare gli squallidi movimenti che riecheggiano a periodi torbidi della società trascinandosi dietro a motti di battaglia che a stento essi stessi capiscono. E il caos li travolge.  Caos nella politica, infima ed egoista, in ossequio a tanti progetti di natura varia che naufragano come barche alla deriva, senza un timoniere. Io paragonerei questa nostra realtà a un mare in tempesta, quello dei grandi quadri ottocenteschi che i romantici amavano disegnare, privo di una meta, privo di un capo in cui tutti sono protagonisti, in cui nessuno è protagonista. La nave viene spinta dai marosi avvistando, ex longe, rade, illusorie spiagge ma non è meglio vivere in un pneuma piuttosto che assumere delle responsabilità? E’più facile, più economico in ossequio al quel famoso epiteto romano “Scialla” “Falla semplice”. Io vorrei che fosse tutto semplice, ah come sarebbe bello: nessun discorso, nessuna “palla” (mi si passi questo termine) filosofica ma questo non è stato concesso a noi uomini in quanto ci è stato dato questo “dono” di pensare e dobbiamo usarlo facendo parte del nostro essere. Certo, mi si dirà: ma si pensa, si fanno discorsi di senso con domande che suonano “Chi sono io?” “Ma perché sto sul mondo”. Ecco mi si aggiungerà noi pensiamo, non fare lo snob tu! Ma qui, ragazzi miei, non è questione di fare lo snob qui occorre prendere coscienza di quello che siamo diventati e non perché c’è stato imposto ma perché abbiamo voluto che ciò accadesse. La storia si sa è magistra vitae: l’esempio di coloro che c’hanno preceduto non si risolve in una dimensione del passato ma deve entrate nel nostro tempo come diceva ben Seneca “Hi tibi dabunt ad aeternitatem iter et te in illum locum ex quo nemo deicitur, sublevabunt”.  E siamo ancora nel caos e quanto ci piace essere nel caos! 

Forse la mia indagine sarà densa di quella allucinazione che capita sovente a certi individui e forse il mio discorso potrebbe essere liquidato con un sardonico, lapidale ma insignificante “è pazzo”. Mi sovviene l’Enrico IV del grande Pirandello; la pazzia, cari amici, la pazzia. Il pazzo dice ciò che vuole ma fosse la verità? Non lo so: almeno la superbia, quella no, non credo io d’averla. E allora come definire questo mio scritto? Una visione lucida su quanto io percepisco qui vicino a me: è la mia, non deve essere  necessariamente condivisa. A me fanno ridere, ve lo confesso, quanti assumono atteggiamenti da “super uomo”, quanti si pavoneggiano nella loro nebbia che, parafraso Pascoli, tutto avvolge in questo caso la veridicità dell’uomo. Ripeto: è un opinione mia, lucida forse ma personale.

Direte: ma che noia! Tutto questo proclama non ha una sua via d’uscita, una proposta concreta per superare questa mistificazione? Ebbene le risposte ci sono e le vie sono tante ma convergono all’uno. La riscoperta di sé. Ancora Seneca: “coditie apud me causam dico” cioè “e ogni giorno faccio il processo davanti a me stesso”. ma badiamo bene, non si tratta di gesti estremi ma di ritirarsi un po’ nella solitudine del proprio io, della propria unità. Ma, mi direte: non c’è tempo, il tempo è breve, il tempo fugge ed ecco Petrarca “La vita fugge et non s’arresta una hora” ma attenzione che vale pure la possibilità di una tregua. Ognuno di noi è forse portato a non voler vedere i problemi: “O greggia mia che posi, oh te beata che la miseria tua non sai!  dice Leopardi . Non cerchiamo di assumere connotati che non c’appartengono, non desideriamo essere qualcosa che non possiamo essere, non ci leghiamo dietro a cose che sappiamo essere fallaci e non corriamo dietro a falsi miti . Eviteremo pure una grande fatica, una spesa in termini vari;  non è una critica, è una candida esortazione che già so che non sortirà effetto. Indignatio? No , ve lo ripeto, riflessione critica sul mio essere uomo e in quello che io osservo.. Credo che sia tutto, già vi ho ammorbato e me ne scuso. Mi premeva di dirvelo. 

Con affetto. 

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