Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo


8 settembre 2013

Sap 9,13-19; Sal 89; Fm 9b-10.12-17; Lc 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Lc 14,25-33

L’evangelista Luca nota che «una folla numerosa andava con Gesù». Non basta però andare, bisogna scegliere di seguirlo, mettendolo al primo posto nella propria vita. Per questo Gesù si volta e mette in chiaro le condizioni della sequela.
Quella che propone è una scelta radicale: anteporlo a tutto e a tutti, anche a se stessi. Si tratta di una decisione che chiede il ribaltamento dei modi umani di pensare, possibile solo nella fede e nell’amore più grande. Scriveva don Tonino Bello: «Amare, voce del verbo morire, che significa decentrarsi», cioè mettere qualcun altro al centro. Gesù infatti non vuole tutto il posto, vuole il primo posto; poi con Lui ci stanno tutti gli altri.
L’amore oltre ogni confine, anche l’amore per i nemici è possibile solo se al centro della vita abita colui che per amore ha messo al centro ognuno di noi, fino a morire d’amore.
Senza questa condizione radicale non si può essere suoi discepoli.
Per questo nelle due brevi parabole Gesù ci chiede di valutare bene prima di scegliere. Viene spontaneo il riferimento al detto: «Chi ha messo mano all’aratro e poi si volta indietro non è adatto per il regno di Dio».
Se ci guardiamo attorno, notiamo testimonianze quotidiane di uomini e donne che hanno scelto Gesù e non si sono più tirati indietro. Uno per tutti, padre Pino Puglisi che, anteponendo Cristo alla sua vita, è stato crivellato dai colpi della mafia. Lui non si è voltato indietro. Uno dei peccati che commettiamo oggi come cristiani, senza fare di ogni erba un fascio, è quello di vivere una vita tranquilla, tenendo il piede in molte scarpe, finendo per essere credenti ma non credibili.
Come vivo la mia vita: ho coraggio di andare contro corrente quando è in gioco la fedeltà al primato di Cristo o accetto tranquillamente i compromessi più meschini?

Parola della settimana: 

Croce

«Ai suoi figli la Chiesa come madre deve un’educazione tale che tutta la loro vita sia penetrata dello spirito di Cristo; ma nel contempo essa offre la sua opera a tutti i popoli per promuovere la perfezione integrale della persona umana, come anche per il bene della società terrena e per la edificazione di un mondo più umano.»
(Gravissimum Educationis, 3)

 

tratto da: http://www2.azionecattolica.it//leggi-medita/xxiii-domenica-tempo-ordinario-1 (ultimo accesso 08/09/2013)

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