Ceccano romana:una storia da rileggere.


“Frusinates, Ferentinates, Freginates, Fabraterni, Veteres, Fabraterni novi” (Plinio N.H III 9.64)

1)La storia della città di Ceccano non può non essere scritta tenendo conto delle notevoli testimonianze di epoca romana che, nel nostro territorio, affiorano. Numerosi reperti hanno dimostrato come il borgo posto sul fiume Sacco sia stato centro di un importante municipium nell’epoca romana e che gli stessi abitanti dell’Urbe hanno più volte gradito di soggiornare in questa città per le sue acque, allora, pulite e amabili.  Giovenale descrive nella sua terza satira come sia gradito vivere a Fabrateria: Antonino Pio eresse un tempio all’amatissima moglie Faustina ove oggi poggiano le mura del Santuario di S. Maria a Fiume. Fino a qui è storia già scritta, già documentata da attentissimi e valenti storici del posto. Ma c’è di più: qualcosa di recondito, di nascosto che, ahimè, pochi conoscono e che quindi resta oscurato nel tempo.  Dalla cinta muraria già possiamo osservare alcuni reperti che si trovano in prossimità delle Chiese principali del centro che allora erano tre: S. Giovanni Battista, S. Nicola e S. Pietro.  Le possenti mura di origine ciclopica, oggi quasi travolte dai rovi, fungono da basamento ai due luoghi di culto che da tempo lontano assolvono alla cura religiosa del popolo ceccanese. Non solo questo che forse i più conoscono, ma è bene citare come il territorio di Ceccano sia disseminato di tombe, epigrafi, spesso ritrovate per caso e che oggi, come la bellissima Erma Bifronte, si trovano esposte nei Musei Vaticani visitate da milioni di turisti ogni giorno e questo forse già quasi non si sapeva e meritava, come è giusto che sia, un ruolo di particolare rilievo in questa nostra trattazione.

2)Dal centro città, la nostra attenzione si sposta in campagna: sappiamo dalle fonti come il popolo romano amasse molto l’agro e vi passasse molto tempo. Orazio è esplicito e in una delle sue odi più belle così dice “Vides ut alta stet nive candidum” riferito al celebre Monte Soratte a nord di Roma. Vediamo ancora altri rilevi in Virgilio nelle Georigiche elogiando la vita campestre: “O fortunatos nimium , sua si bona nornit agricolas!” e ancora in Tibullo “Ipse seram teneras maturo tempore vitis rusticus et facili grandia poma manu”.  Tutti rilevi che inducono a pensare su come la natura abbia da sempre accolto il cives romanus. Nel nostro territorio sono tante le fonti, anche visibili in questo senso: percorrendo la strada che da Ceccano porta a Patrica, nella località “Casale di Colle Lami” prima dell’incrocio delle quattro strade ci sono i resti di una villa romana oggi molto malridotti. Andando verso Giuliano di Roma, in località Celleta resti di tombe alla cappuccina.  Un ulteriore elemento di stampo romano è quello posto oltre la zona Pescara, ove vi è una diramazione che porta a Colle Alto: presso la località Fontana delle Gatte ci sono i resti di una villa romana che doveva essere alquanto florida.  E’rimasto un muro, la cui altezza è di circa m 2.10 con una lunghezza di m.36. Oltre a questo reperto è possibile osservare anche un pavimento in cocciopesto. L’opera si fa risalire all’epoca repubblicana e assolveva alla funzione di fattoria per la sola sussistenza degli abitanti del luogo.

3)L’ambito poi dei resti romani non può non tenere conto del carattere funerario a cui i Romani hanno dato particolare rilievo: anche nel nostro territorio è possibile riscontrare una simile tematica con la presenza di tombe alla cappuccina. In località Maiura, tra il km 11 e il km 12 della SS Frosinone Gaeta sono state individuate tombe di questo genere: delle cinque oggi tre sono state recuperate. Tra i ritrovamenti: una moneta traianea e una lucerna del I secolo d.C.  Concludiamo questo nostro studio con un altro importante riferimento storico posto in località Forno Matarro presso la Chiesa della Madonna delle Grazie. Qui è presente un cunicolo in tufo nel cui interno è presente un pozzetto riconoscibile dalla fitta vegetazione ivi presente.  Nelle vicinanze sono presenti una grande quantità di frammenti in laterizio che, vanno a denotare l’esistenza di cunicoli che dovevano raccogliere l’acqua piovana per poi riversarle in una cisterna di cui rimangono delle tracce. L’opera è datata nella tarda epoca repubblicana.

4) Alla luce di quanto esposto possiamo ben dire che Ceccano è magna civitas! Un felice territorio dominante la valle di un fiume non poteva essere ignorato dal grande genio romano.  Tuttavia questo nostro patrimonio artistico è dimenticato e rischia di venir essere travolto dal tempo che tutto porta seco. Occorre quindi iniziare una campagna che sia finalizzata al recupero di questi reperti che rappresentano la storia di un abitato, la storia del nostro abitato, della nostra Ceccano! La ricerca delle proprie origini è fondamentale e merita una particolare attenzione da parte delle autorità competenti che , sovente, come appare in una prassi tutta italiana, sembrano rivolgere lo sguardo ad attività più futili dimenticando quello che è essenziale: l’identità! Roma e Ceccano dunque ci sembrano ancora più vicine di quanto non lo siano geograficamente parlando: i numerosi resti ci invitano ad aprire gli occhi su coloro che ci hanno preceduto e che hanno voluto tramandare qualcosa per il loro ricordo, per farci quasi rendere conto della loro grandezza. . L’invito dunque può essere definito in questo modo ! Ceccano riscopra se stessa e riscopra le sue nobili origini come monito per le future generazioni. Una Ceccano, che allora,, sicura del suo passato, sicura delle sue tradizioni, sicura della sua identità, si apra al mondo e metta a disposizione di chi verrà, le sue bellezze e i suoi tesori.

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Hangout con Il Presidente dell’Unione Europea José Manuel Barroso


tratto da Google Italia – Google +

ImmagineIl Presidente dell’Unione Europea José Manuel Barroso, ospitato dal team Global Conversation di Euronews, risponde ai cittadini dell’Unione in Hangout in diretta sulla pagina Google+ della Commissione Europea(google.com/+europeancommission).

L’appuntamento è per giovedi 12 settembre alle ore20:30.

Potete inviare le vostre domande con l’hashtag#askbarroso entro Mercoledì 11 Settembre alle 12:00 e avere così l’opportunità di partecipare all’Hangout. 

Per maggiori informazioni http://g.co/n3tj e http://euronews.com/askbarroso

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo


8 settembre 2013

Sap 9,13-19; Sal 89; Fm 9b-10.12-17; Lc 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?
Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Lc 14,25-33

L’evangelista Luca nota che «una folla numerosa andava con Gesù». Non basta però andare, bisogna scegliere di seguirlo, mettendolo al primo posto nella propria vita. Per questo Gesù si volta e mette in chiaro le condizioni della sequela.
Quella che propone è una scelta radicale: anteporlo a tutto e a tutti, anche a se stessi. Si tratta di una decisione che chiede il ribaltamento dei modi umani di pensare, possibile solo nella fede e nell’amore più grande. Scriveva don Tonino Bello: «Amare, voce del verbo morire, che significa decentrarsi», cioè mettere qualcun altro al centro. Gesù infatti non vuole tutto il posto, vuole il primo posto; poi con Lui ci stanno tutti gli altri.
L’amore oltre ogni confine, anche l’amore per i nemici è possibile solo se al centro della vita abita colui che per amore ha messo al centro ognuno di noi, fino a morire d’amore.
Senza questa condizione radicale non si può essere suoi discepoli.
Per questo nelle due brevi parabole Gesù ci chiede di valutare bene prima di scegliere. Viene spontaneo il riferimento al detto: «Chi ha messo mano all’aratro e poi si volta indietro non è adatto per il regno di Dio».
Se ci guardiamo attorno, notiamo testimonianze quotidiane di uomini e donne che hanno scelto Gesù e non si sono più tirati indietro. Uno per tutti, padre Pino Puglisi che, anteponendo Cristo alla sua vita, è stato crivellato dai colpi della mafia. Lui non si è voltato indietro. Uno dei peccati che commettiamo oggi come cristiani, senza fare di ogni erba un fascio, è quello di vivere una vita tranquilla, tenendo il piede in molte scarpe, finendo per essere credenti ma non credibili.
Come vivo la mia vita: ho coraggio di andare contro corrente quando è in gioco la fedeltà al primato di Cristo o accetto tranquillamente i compromessi più meschini?

Parola della settimana: 

Croce

«Ai suoi figli la Chiesa come madre deve un’educazione tale che tutta la loro vita sia penetrata dello spirito di Cristo; ma nel contempo essa offre la sua opera a tutti i popoli per promuovere la perfezione integrale della persona umana, come anche per il bene della società terrena e per la edificazione di un mondo più umano.»
(Gravissimum Educationis, 3)

 

tratto da: http://www2.azionecattolica.it//leggi-medita/xxiii-domenica-tempo-ordinario-1 (ultimo accesso 08/09/2013)

La religione e il diritto: l’un contro l’altro armati?


Carissimi!

Il titolo già è emblematico e richiede una particolare attenzione sopratutto in questo tempo in cui la tematica religiosa assume diversi connotati e tante sfumature e lo stesso diritto, pupilla di Dio sulla terra come Kant lo definiva, sta perdendo quella sua dimensione che è quella di dare certezza e di verità. La religione, si sa, è pietra miliare da ogni tempo: ogni popolo ha avuto una sua particolare predisposizione per le tematiche religiose, come risposta alle domande che affascinano: dal politeismo delle religioni più antiche, all’ideale cristiano radicato da quel messaggio nuovo e vitale che quel Gesù di Nazaret portò con sé usque ad mortem in croce. E’ da pur rilevare che il diritto, quella fatica del concetto, ha sempre avuto un suo vincolo con la religione tanto che nell’esperienza romana, la prima giurisprudenza si innesta con i pontefici massimi e solo dopo con i “prudentes”. Lo stesso sovrano, il rex, “colui che decide sullo stato di eccezione” ha avuto una sua particolare aura religiosa, tanto che con le cerimonie imperali, ufficiate dal Papa (l’ultima a Bologna da parte di Papa Clemente VIII a Carlo V), sono sempre state improntate alla cerimonia dell’unzione che vediamo bene essere usata nei riti spiccatamente religiosi come il sacramento della confermazione o dell’unzione degli infermi. Dunque, dicevamo del rapporto che il re, inteso come titolare del potere, assume verso la religione: una teologia politica dunque? S. Agostino ci avverte: non est potestas nisi a Deo che da un  lato pone una riflessione sulla presenza costante, nel mondo del diritto della sovranità e dall’altro spiega come il titolare del potere sia legato verso quella Lex divina da cui egli trae, il fondamento (ma non ogni elemento di quest’ultimo!) e verso un dovere di protezione del suddito. Un rapporto questo, certo non facile spesso connotato dal richiamo di posizioni antitetiche, da un rapporto problematico in cui, come notava Orlando, si scinde dalla prospettiva della parità tra lo Stato e il suo elemento personale cioè il popolo. Ma questo è su un altro settore che era bene sfiorare senza però lasciarci prendere il sopravvento. Dunque la religione e in particolare quella cristiana (senza affermare che le altre siano di portata inferiore). Lucidamente Hegel, affermava che con il cristianesimo compare per la prima volta il termine persona nella sua fisicità, senza appartenere a quella particolare comunità di individui. Proprio la persona, il significato di questo termine, è tipico del diritto che parla di persona, come “quell’individuo a cui è possibile imputare le proprie azioni” ovvero di “quell’individuo titolare di diritti e doveri” ovvero di “colui che ha una propria dignità”. Vediamo bene, dunque, che vi è già da questa prima battuta uno stretto legame tra diritto e religione. Il concetto di persona, dicevamo, è cristiano:l’invocazione, all’inizio della S. Messa alla presenza triplice di Dio in tre persone è già segno evidente che il termine persona nasce dal cristianesimo per poi essere traslato alla filosofia e quindi al diritto. Abbiamo utilizzato questo termine dunque che non significa solo un rapporto di individualità e di fisicità in senso totale. Non solo noi possiamo dire: Tizio è persona perché è viva, perché ha un corpo, perché è alto e\o basso, ma perché è “titolare di diritti e doveri, che  lo fanno inserire nella prospettiva della comunità statale in cui l’individuo deve sentirsi protetto e cercare di praticare una vita che lo porti al bene comune”.  Dunque vediamo che il rapporto sembra essere di facile lettura, ma è proprio così? Certo la religione da sempre ha portato a conflitti: si giustificavano guerre e attacchi, in nome di Dio: la prospettiva occidentale oggi è andata oltre questo e troppo spesso rinnega la religione in nome di una completa e totale laicità. L’Europa, si noti, è permeata dall’elemento religioso: dal cristianesimo nelle sue articolazioni che concorrono, al pari del progresso tecnologico, della crescita mentale del soggetto, a connotare quella realtà, per non cadere nella prospettiva di una frettolosa Europa,  in cui le lotte si faranno, è un rischio che possiamo correre, sempre intense in nome della religione. E’difficile, ma non impossibile, cercare una soluzione a questo: i fenomeni migratori oggi toccano l’Occidente in maniera sempre nuova: individui che cercano qui una casa, che cercano la pace, la serenità e troppo spesso si sentono esclusi, minacciati, in quelle che, definiva Virilio, oggi sono città panico in cui si assistono a fenomeni di violenza in nome anche di un simbolo religioso. Si veda la vicenda del giudice Moore nel 2001 accusato di aver fatto costruire una statua, dei Dieci comandamenti, che avrebbe violato la laicità dello Stato. Ma il rapporto dunque è di essere l’un contro l’altro armati? O bisognerebbe cercare un “medium” , una visione improntata, seppur tra le diverse opinioni, a vedere diritto e religioni abbastanza vicini tanto da essere “forza” e “collante” della nostra natura umana? Ebbene sì, la risposta vuole essere positiva.

Sappiamo che lo Stato democratico è tale, quando riconosce i diritti dell’uomo. Espressione questa fortissima, pericolosa nello stesso tempo:  abbiamo detto prima che l’uomo ha sua dignità e che questo concetto nasce dalla religione come attributo, anche della religione. Se uno Stato riconosce un valore pregnante ai diritti umani e se la religione, per prima nei secoli passati, ha riconosciuto l’uguaglianza, vediamo che c’è un nesso tra diritto e religione: una fonte pre-genesi.  Visione troppo riduttiva? Non del tutto, perché grandi studiosi, riconoscono che ci sono dei diritti morali (per tutti Habermas), che trovano una loro vicinanza con la religione, che trovano una loro collocazione nell’alto scarno delle costituzioni (art 13 s.s per fare l’esempio della nostra). Dunque la vicenda può essere chiusa qui?  Non del tutto: Hegel avverte che il simbolo, in quanto simbolo, ha una duplice dimensione: quella del significato e del significante che appare come portatore di diversità e di contrasto. Possiamo pure porci un’altra domanda: la religione è dunque portatrice di violenza? Si rinnega dunque quel valore della uguaglianza predicata? E il diritto allora cosa può fare? Ecco tre domande fondamentali, solenni e di non facile risposta. Cerchiamo di darne, faticosamente una risposta. La religione, è un elemento unificante: pensiamo a un gruppo religioso che predica questo o quel credo religioso che obbliga i fedeli a professare, in un certo modo la propria fede e pensiamo al diritto, invece, che cerca una sua funzione generale, una sua funzione di generalità, di applicare la giustizia, senza tener conto di questa o di quella fede giacché “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua o religione” (art 3 comma 1 della Costituzione). Ecco richiamo allora, la nostra bella costituzione che ci aiuta a cercare di superare questo problema: focalizziamo l’attenzione sugli art 19 e 20 del testo. Nel primo si riconosce la libertà religiosa, nel secondo si riconosce l’associazionismo religioso purché le associazioni “non (siano) causa di speciali limitazioni legislative”. Dunque si riconosce, ed è una libertà, di professare la propria fede a patto che essa non abbia motivi contrari alla legge e altri elementi come ben nota l’art 20.  E come non fare riferimento all’art 8? “Tutte le confessioni religiose sono uguali davanti alla legge: le confessioni religione diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi (…) in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano”. Ecco da questi tre articoli della Costituzione, si evince, cercando di fare un piccolo schema.

1) Una particolare attenzione del nostro costituente alla tematica religiosa 

2) Un riconoscimento dell’elemento religioso purché sia lecito e sia garantito a tutti (cfr capv art 19)

3) Il principio “super partes” del diritto e dell’ordinamento (cfr art 3 comma 1)

Dunque l’ordinamento non può non tenere conto dell’importanza religiosa giacché è innata nel uomo, così come, per riprendere Aristotele l’idea del bello e del brutto: la religione è un “dono” che viene dato a ciascuno di noi, nessuno escluso, affinché possiamo affacciarci nella prospettiva del mondo con speranza. “Spe salvi facti sumus” avverte S. Paolo: la speranza è valore religioso e morale e del diritto in una certa misura. Perché del diritto?  Perché la sua funzione è quella di arrivare a una concordia di popoli, per far sì che si produca la pace così da far riecheggiare quel “opus iustitiae pax” del profeta Isaia. Diritto e giustizia, dunque, per una valore che è anche religioso. Possiamo quindi aver risposto alle domande che ci siamo poste? Ebbene, seppure in maniera imparziale, sì: il diritto lasci spazio alla religione, tematica cara al già citato Hegel nel suo “Spirito soggettivo” e la religione si contenti di ciò, senza dover prendere il sopravvento in una società ove il rispetto tra le culture è elemento vitale, di primaria importanza per la concordia del mondo. Solo così e cioè con la concordia (utopica? Spero proprio di no) tra religione e diritto che si potrà cercare di far sì che quel tanto sospirato collegamento tra Atene e Gerusalemme, tra Occidente e Oriente, riprenda e cerchi, pur nel rispetto delle diversità, di trovare il bene della pace. Il Mare Mediterraneo, ritorni a essere “essenziale principio dei corpi e dello spirito”  in cui fede e ragione, diritto e religione non si facciano una guerra in cui tutti sarebbero vinti ma che invece, riflettendo cerchino, di essere portatori di un messaggio di speranza, verso la pace e la libertà.

G.R.