Il Piantagrane di Marco Presta


Immaginedi: Vittorio Gapi

L’ultimo romanzo di Marco Presta (speaker e coautore dell’epico “Ruggito del Coniglio”), pubblicato l’anno scorso da Einaudi, è un racconto piacevole prima che una metafora interessante. Credo non fosse nelle intenzioni dell’autore ma l’occhio svetta sulla natura osservata, molto probabilmente per deformazione professionale. Un solo aggettivo potrebbe fare da spoiler considerato il fatto che sono le ultime due pagine la lapide definitiva posta sui circostanti ragionamenti del Presta. Colpiscono, come pallonate ben assestate in volto, l’invenzione, il fraseggio, il ritmo, un florilegio di arnesi (perché di vivaisti si tratta) pescati dalla cassetta degli attrezzi di un ottimo  battutista. La storia narrata è quella di Giovanni, vivaista sui quaranta appunto,  improvvisamente trascinato dal pacifico mondo dei vegetali a quello, sicuramente più caotico, dell’attivismo politico sovversivo. Al suo fianco Granchio, un compare tutto nervi e slang del sottoproletariato romano. Giovanni ha un potere devastante, è questo il suo problema: in sua presenza le cose vanno come dovrebbero. Il mondo potrebbe cambiare sul serio se solo i poteri occulti, visti e descritti tramite i capi d’abbigliamento indossati (sineddoche riuscita, saramaghiana), non si mettessero di traverso. “Il piantagrane” è la storia di una lotta, di un’amicizia, di uno stillicidio benevolo, insomma di un’avventura piovuta in una vita qualsiasi. Scopriamo con stupore una lezione apparentemente scontata: sono semplici scelte le azioni che governano la rivoluzione, precisamente quelle che risiedono nel recinto delle nostre concrete possibilità.  Un carcerato che impara a suonare la chitarra in galera, sostiene Presta, questo illustre scrocchiazeppi che, grazie a un pressing metaforico d’esperienza, mette la pulce nell’orecchio di noi lettori, costringendoci a riflettere nostro malgrado. Malgrado tutto.

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