Awà: la diversità sotto scacco


di : Vittorio Gapi

Awà, la tribu più minacciata al mondo

La biodiversità è una ricchezza da proteggere anche quando ad addormentarsi per sempre non sono esemplari del mondo animale o vegetale tout court. La civiltà umana intesa nella sua totalità è una risorsa culturale inestimabile, la prima a meritare le nostre cure come l’opera d’arte  più bella che possiamo lasciare in eredità all’umanità del futuro. Solo con questa disposizione d’animo possiamo essere capaci di leggere la storia, gli usi e le tradizioni millenarie di un popolo differente dal nostro, animati da una curiosità autentica nei confronti dell’altro.

La convivenza, si sa, è sempre un compromesso. Si cede qualcosa per acquistare diritti, sicurezze,possibilità. La società occidentale ha rinunciato a un bagaglio antichissimo di conoscenze con l’obiettivo di innovarsi continuamente e sono state forse l’elasticità e la continua capacità di riadattamento le vere fortune di questa frammento di umanità. La direttrice storica su cui viaggiano le grandi conquiste tecnologiche e scientifiche  della nostra parte di mondo è tutto quello che abbiamo e non possiamo che prescindere da questo quando approcciamo realtà differenti , è il nostro difetto di fabbrica. Con la mente ai disastri che questa categoria del pensiero ha causato in giro per il mondo (uno su tutti il caso del genocidio delle popolazioni indigene lungo tutto il continente americano) dobbiamo porci a guardare il mondo dall’alto e forse proprio per questo più da vicino. E’ proprio osservando le cose da un altro punto di vista che si comprende con facilità quanto molto spesso siamo e siamo stati esportatori di inciviltà e altre tremende malattie.

La storia che raccontiamo ha inizio in Amazzonia  quando – siamo negli anni 70’- vede la luce Programma Gran Carajás finanziato dalla Banca mondiale e dall’Unione Europea con lo scopo di sfruttare i giacimenti  locali di ferro tramite la costruzione di una miniera e di una ferrovia. La conversione al capitalismo selvaggio – questo sì-  incontra sulla propria strada una fetta importante della foresta e la tribù che abita questa  zona, quasi completamente debellate entrambe a colpi di deforestazione selvaggia e sindrome influenzale. Fortuna vuole che la caparbietà di qualche sognatore diventi realtà ed è così che l’associazione internazionale Survival  punta quest’anno i riflettori  sulla condizione divenuta insostenibile degli Awà (che vuol dire “uomo” nella loro lingua), popolo nomade di raccoglitori e cacciatori minacciato periodicamente da un esercito di taglialegna che, nel silenzio dell’illegalità, massacrano quotidianamente quella che ormai è stata definita come “la tribù più in pericolo del mondo”. E’ questo poi il claim della campagna virale inaugurata dalla stessa associazione nel dicembre del 2012 in tutto il mondo. L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale perché faccia pressione nei confronti di una classe politica (quella brasiliana in particolar modo) troppe volte indifferente a tematiche di questo tipo . Capita talvolta che le buone idee abbiano  dalla loro parte – per fortuna- i numeri , i nomi e i volti per poter imporsi con coraggio nell’agenda delle cose da fare assolutamente. Survival ci sta riuscendo. La pensano così anche i 41.000 folli (sottoscritto compreso) che hanno inviato una mail al ministro della Giustizia  brasiliano per spingerlo a intervenire, tramite il form sul sito www.survival.it/awa. Uno dei volti è quello di Colin Firth, protagonista mediatico e non solo della campagna. Protagonisti però sono tutti coloro che credono che la diversità sia sempre e comunque un valore da difendere; un ideale, questo,  per cui vale la pena combattere.

(pubblicato nel numero di febbraio del giornale universitario della LUISS “360- il giornale con l’università intorno”)

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