L’Italia e la sindrome del Cola: appunti sul populismo


Sono anni che aspettiamo un autunno finalmente caldo. Quest’anno sembra arrivato, ma solo nel meteo, non nei cuori dell’opinione pubblica… Difatti, tutto tace in un immobilismo frenetico: a ciò corrisponde la campagna elettorale che oramai si è aperta a colpi di arma da fuoco – verbali, per fortuna… – nel nome della logica bipolaristica consueta, quella in breve che ha attraversato l’ultimo ventennio italico. Se fino a pochi mesi fa tutti i grandi partiti si erano sdraiati, proni e/o in genuflessione, con totale ossequio nell’udire il nome di Monti capo del nuovo governo ‘tecnico’, ora gli stessi grandi partiti (PD+L e PD-L oltre al grande finto equilibrista UDC) in unione a SEL, IDV, Lega e quant’altro hanno invertito la traccia e sono ripartiti tutti all’attacco: degli avversari di sempre, e soprattutto del governo, divenuto nel frattempo grande nemico delle loro scelte ‘democratiche’, dei loro programmi scritti per arrivare in soccorso dei ceti meno abbienti e della classe borghese, delle loro convenscions – mi si perdoni il vocabolo mangereccio – piene di claque e di simpatizzanti ben istruiti sulle modalità di voto (dalla Magna Charta norciana all’ “adesso” in salsa obamiana di Renzi).

La solita Italia? Beh, non proprio. In mezzo a tutto questo, ci sono da citare due eventi particolari. Il primo è sotto gli occhi e sulla bocca – ah, finalmente – di tutti gli italiani, una volta tanto uniti al di là delle battute da bar sport sul calcio della domenica: ed è ovviamente l’invadenza del malaffare nella politica italiana di tutti i livelli, che ha portato all’emersione assordante dei Fiorito, dei Maruccio, dei Penati, dei Zambetti sparsi in giro per la Penisola, a volte con la pericolosissima connivenza della malavita. Se non altro, rispetto alla mesta rassegnazione di qualche tempo fa, gli italiani sembrano aver finalmente riconosciuto il problema, e con animosità sono lì a intimare i forconi e le bombe sotto i palazzi. Peccato che lo facciano nella loro intimità, al massimo si limitino allo strepito e al grido di rancore, ma non facciano seguire a esso nessuna azione concreta: non c’è ancora un autentico ‘scarico di coscienza’, successivo a una presa di coscienza della problematica.Immagine

Perciò, il paragone avanzato in questi giorni tra la corruzione dilagante di oggi e la Tangentopoli di vent’anni fa regge fino a un certo punto: fino al punto che allora si parlava di cittadinanza davvero indignata, che faceva – almeno inizialmente – il tifo per magistratura e forze dell’ordine, mentre ora siamo qui a discutere di un’opinione pubblica arrabbiatissima, incazzatissima ma incapace di uscire dallo stagno paludoso di un giudizio nichilistico, dal «così fan tutti» con cui spesso si tronca la conversazione, esempio elementare di una becera e pericolosa ‘antipolitica’. Casomai, Tangentopoli non è mai finita, si è nel frattempo strutturata e radicalizzata, non solo nella communis opinio ma nello stesso agire quotidiano: il prendere soldi e il riceverli sono divenuti manovre solari ed evidenti; il rubare per soddisfare la propria gola e le proprie manie di grandezza è divenuta, per dirla con Eduardo,  cosa ‘e niente avallata  dall’indifferenza dei passanti; il privato (derivato da privus, ‘che sta da sé’) sciolto da ogni laccio costituzionale o legale, ha finito per prevalere sull’interesse pubblico, foraggiato da un malcostume che ha avuto in Berlusconi il campione indiscusso di questa ‘libertà s-regolata’; e il “familismo amorale” richiamato da Ginsborg ha finito per diventare facile moneta di scambio e nella pubblica amministrazione e nella gestione dei beni comuni.

La grossa novità comunque c’è. Ed è il caso meteoritico delle primarie del centrosinistra: meteoritico perché animato da schegge impazzite che colpiscono l’orizzonte della sinistra italiana, in un momento delicato in cui essa orbita in una fascia di asteroidi a velocità supersonica riempiti dal veleno della rabbia e della disperazione dell’opinione pubblica italiana (per i motivi di cui sopra); davanti a cotanto rancore, i politici dello schieramento non fanno che togliere petali alla rosa delle loro possibilità, nell’atroce (per loro) dilemma ‘mi candido/non mi ricandido’, finendo poi per scegliere la prima soluzione, in barba anche a una fedina penale – la loro, e quella dei loro avversari dell’altra sponda politica – che proprio pulita non è; e i leader delle varie correnti interne allo schieramento – divenuto un immenso vuoto cimitero, con le sembianze di una DC tutt’altro che monolitica – stanno lì a tirare acqua al proprio mulino, a presentarsi come gli autentici salvatori della patria, crociati investiti di una missione pseudo-divina pronti a sfidare i politici ‘infedeli’ che hanno tradito la fiducia del popolo gozzovigliando coi finanziamenti comunali/provinciali/regionali dei loro partiti.Immagine

I leader, appunto: è questa la parola che fa rabbrividire. L’eredità più scottante e pericolosa del post-berlusconismo è oramai sotto gli occhi di tutti. Il rischio, che con il Cavaliere si era già materializzato in annunci tv, sfilate in cartapecora e figuracce internazionali, si sta di nuovo materializzando davanti a tutti noi: ed è il populismo, la demagogia, la strumentalizzazione. Il populismo: mai come adesso, in questa fase di decadenza morale, di crisi culturale, di disaffezione rabbiosa nei confronti della politica, soffia forte il vento del populismo, portato dai conteggi di una storia remota ma mai svanita. La sindrome da  potenziale Cola di Rienzo, prima tribuno del popolo e poi malfattore, è sempre dietro l’angolo, mai come ora. D’altro canto, dopo la morte delle grandi ideologie non sono più i contenuti ideali a farla da padrone: è la forma politica quella che domina, la facciata patinata e democratica che ricopre i nuovi sciamani del fare comune a sancire l’adesione al loro progetto. Sciamani che attingono a tutto il loro repertorio personale per arringare dal palco con eloquio poetico e fascinoso (Vendola), o per convincere con la trovata del camper rottamatore tra la folla (Renzi). Mi si perdoni il rapido excursus su un’altra figura curiosa, che certamente non parteciperà alle primarie della sinistra, ma che rientra nella bagarre nelle vesti di un personaggio extra-vagante: ovviamente Grillo, che per entusiasmare gli elettori vecchi e nuovi è ricorso a una traversata a nuoto degna di un neo dictator.Immagine

L’excursus finisce qui, per segnalare come in realtà tutti questi stregoni siano alla ricerca del colpo perfetto, per deviare il consenso nelle proprie braccia, scalare i sondaggi ed estromettere l’avversario dell’escalation settimanale. I cittadini, esasperati da anni di malapolitica ma ancora convinti di un cambiamento a differenza dei nichilisti, sono lì sotto, a dividersi di nuovo nel tifo, come in un derby decisivo per lo scudetto: sono lì, a ri-illudersi di nuovo, ignari del fatto che la democrazia così difficilmente conquistata – o forse mai raggiunta – è molto vicina alla dissolvenza, se si continua a dare peso alle idee portate o scopiazzate da un singolo, da un leader, da un presunto tribuno della plebe che, all’atto della candidatura, non fa altro che diventare tribuno di se stesso e della stretta congrega di potere che intorno a lui si è coagulata. Il discorso vale, indifferentemente (e non nichilisticamente, si badi bene), per tutti i protagonisti della storia: vale per Renzi, di cui sono note le magagne combinate all’epoca della presidenza della provincia di Firenze; vale per Vendola, personaggio di indubbie qualità affabulatorie e popolaristiche ma poi ossequioso nei confronti dei Don Verze’ e abile costruttore di logiche di potere nelle ASL pugliesi; vale per Bersani – così felicemente rappresentato nelle imitazioni di Crozza… – capace in 3 anni di finta opposizione di uscire dalla dialettica sterilissima di un antiberlusconismo di facciata, gridando a bassa voce le dimissioni e senza proporre uno straccio di valida alternativa al governo dei gaglioffi e dei disonesti che Berlusconi aveva issato a coronamento del suo liberismo personale; vale per Grillo, campione della diffamazione e dell’offesa, che ha certo coagulato intorno a lui le euforie di centinaia di voti di protesta, ma che ha in questa pars destruens la punta del naso oltre la quale non riesce a vedere… Un quadro di certo desolante, che dà la misura del populismo in atto, della nuova – mica poi tanto, si diceva – frontiera della dialettica politica. Il guaio in effetti è questo: durante la Storia, nei momenti di difficoltà strutturale e culturale, i popoli sono ricorsi all’homo novus di turno che potesse rompere un certo ordine e instaurare pace e prosperità: e gli stessi gruppi di potere, da sempre burattinai degli umori del popolo, di esso si sono serviti per cacciare imperatori romani scomodi, imbelli sovrani medievali, o per sfatare le crisi cicliche del Novecento, ricorrendo ora a un Mussolini, ora a un Hitler con la speranza – valida per entrambi i casi – di poterli poi ridimensionare, ora a uno Stalin capace di auto investirsi con il bene placet della nomenklatura sovietica, e del festante popolo russo che tornava così ad avere un PadreImmagine

Il popolo ama il bastone del Grande Padre: il caso Kim Jong II in Corea del Nord è forse l’eccezione patetica che conferma una regola antropologica valida a ogni latitudine. Il punto resta comunque un altro: incapace di prendere in mano le redini del proprio destino, il popolo si affida a una mentalità eletta, di qualità superiore, e a essa spende il proprio potere decisionale, il voto, senza opporre troppi veti. E questo lo fa soprattutto, ripeto, in condizioni di fatiscenza sociale, quando la crisi – etica e morale – è evidente e improcrastinabile. Se il mare è in tempesta, e la nave va alla deriva, occorre un capitano: la morale è questa. E allora, ecco spuntare come funghi i pretendenti al timone, smaniosi di mostrare i muscoli orgogliosi e la tattica per uscire dalla procella. I leader: pane quotidiano del popolo, ma prefigurazione del potere. Un’uguaglianza che dimostra quanto sia ancora lontana la ‘rivoluzione in interiore homine’ patrocinata da quel talento di Bianciardi, unica strada per una democrazia responsabilizzata in ognuno di noi. Valide per l’Europa Orientale della fine degli anni Ottanta, è opportuno comunque prendere a prestito queste parole di Gyorgy Konrad:

“Qualsiasi approccio alla politica è destinato a fallire se ci si allontana dalla prospettiva di quel genio di Machiavelli, secondo il quale il fine del potere è il potere stesso e il principe non vuole soltanto prendere il potere ma anche mantenerlo e allargarlo. Questa è la funzione o se preferite il suo compito. [..] Non credo che l’Europa Orientale risorgerà sulle ali di movimenti essenzialmente basati sull’emotività, con pletori di tribuni del popolo e personalità rivoluzionarie. I nostri sentimenti non possono più essere influenzati da indignazione o rabbia. Tutto questo è sorpassato, è lostile di quelli che fanno leva, in maniera melodrammatica, sulle passioni degli altri o su una qualche ineludibile necessità storicaper conquistare il potere per se stessi. Niente sarebbe più grave per l’europa centro-orientale che cadere schiavi di un modo di pensare retorico e misticheggiante tipico della tradizione giacobino-leninista: la realtà richiede un comportamento diverso”. (Antipolitica, 1984)

ImmagineE questo comportamento diverso non può che venire da un’antipolitica seria, che distrugga finalmente la fiducia riposta nel sistema partitocratico e che riprenda in mano responsabilmente le redini di una biga che sta andandosi a schiantare nel precipizio del nulla e dell’oscurità, intellettuale e sociale, che sembra sempre più prossimo.

Alessandro Liburdi

https://cogitanscribens.wordpress.com/2012/10/24/litalia-e-la-sindrome-del-cola-appunti-sul-populismo/

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