La favola di “Diversità”


di: JL

C’era una volta un paese in cui due vicini non erano molto d’accordo sul confine da porre tra i loro giardini ma condividevano la volontà di trovare una soluzione al problema, la migliore, il prima possibile: quel paese si chiamava democrazia. Per festeggiare il patto finalmente stabilito i due, la sera, decisero di andare a cena insieme. Entrambi preferirono una pizzeria in cui ordinarono due margherite, due birre e felicemente divisero il conto in due, tornarono a casa a piedi, voltando all’unisono gli occhi verso un clochard che chiedeva l’elemosina all’angolo, mostrando un cartone sporco e macilento dove qualcun altro aveva scritto la frase “l’uguaglianza è la morte di ogni democrazia”. I due non capirono ma furono felici quando, molte ore dopo il tramonto del sole, il sonno li colse in un preciso istante.

Nessuno aveva mai visto niente di simile. I due sembravano diventati grandi amici, quello che li aveva divisi era solo una parentesi da dimenticare, quello che li univa un castello da costruire con gli stessi mattoni, ordinati dalle loro stesse mani. Era una gioia vederli così e per questo molti si unirono a loro, felici di aver trovato persone con cui condividere le proprie esperienze che, per quanto dissimili, in fondo, si assomigliavano incredibilmente. Discutere diventò inutile e superfluo, furono aboliti tutti gli sport perché nessuno aveva ragione di essere diverso da un altro e tutti parteggiavano per un’unica grande squadra che nessuno capì mai bene quale fosse ma una cosa era certa: vinceva sempre e comunque sulle altre.
Perfino decidere qualcosa che andasse bene per tutti diventò un’operazione inutile, quello stesso orientamento si produceva come per magia, così palese da sembrare eretico chiunque avesse pensato altrimenti. Alcuni incominciarono a farsi delle domande perché non si spiegavano come fosse stato possibile che molte delle cose che avrebbero ritenuto, appena un mese prima, folli e incomprensibili, trovassero ora appoggio nell’opinione di tutti (che poi era una sola opinione). Sembrò carino distribuire cibo gratuitamente a tutti e tutti esultarono perché sarebbe così finita l’epoca della fame. Tutti i fattori del paese riversarono in un grande mercato improvvisato al centro della città quello che tenevano chiuso da anni dentro la dispensa. Tutti mangiarono felici e il banchetto festoso come qualsiasi felicità terrena, finì. Qualcuno tra i più corpulenti del villaggio chiedeva ancora altro cibo mentre i cittadini più gracili si lamentavano perché tutto era stato mangiato dai più ricchi secondo loro, questi se la presero con i poveri che, a quanto pare, erano stati i veri colpevoli di quel brutto marasma che aveva confuso l’ordine precedente ma alcuni, più d tutti levarono la loro voce e gridarono che tutto questo non contava. L’importante era ricordarsi di tutto quello che li aveva uniti, perché in fondo, loro si somigliavano ed erano più i punti di contatto che quelli di disaccordo, che, infine, come aveva dimostrato il lauto banchetto potevano vivere tutti insieme e tutti meglio. In quel momento si sentì in un angolo un rantolo sinistro e tutti accorsero a guardare da dove provenisse. Dietro un mucchio di stracci si nascondeva il clochard che chiedeva l’elemosina, nessuno, in effetti, lo aveva più visto da mesi. Ossuto e consumato, le guance scavate testimoniavano che non aveva preso parte al banchetto ma nessuno capì mai il perché, l’unica cosa che riuscirono a sentire tutti, chiaramente, prima che spirasse, fu “Non sono d’accordo”.

Raccolsero il corpo alla ricerca della sua casa ma invano trovarono un portone amico perché in tempi di ricchezza, immerso in un mondo che odiava profondamente (anche se sembrava il solo) il clochard aveva preferito vivere da solo piuttosto che dover dividere la propria tavola con chi non riconosceva più. Il corteo finì al cimitero dove lo seppellirono sotto uno dei tanti alberi che c’erano in giro. Qualcuno volle dire qualche parola ma improvvisamente si rese conto di non averne più e fu allora che un lembo di carta spuntò dal mantello che copriva quel corpo, dal quale si poteva leggere, solo strizzando gli occhi, la parola “Diversità”. Forse era questo il suo vero nome! Finito di seppellirlo il becchino prese una croce di legno che piantarono nel punto in cui avrebbe dormito “Diversità” e proprio lì scrissero il suo nome e piansero la sua morte anche se erano molto felici, senza sapere bene perché.

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