L’Italia e la sindrome del Cola: appunti sul populismo


Sono anni che aspettiamo un autunno finalmente caldo. Quest’anno sembra arrivato, ma solo nel meteo, non nei cuori dell’opinione pubblica… Difatti, tutto tace in un immobilismo frenetico: a ciò corrisponde la campagna elettorale che oramai si è aperta a colpi di arma da fuoco – verbali, per fortuna… – nel nome della logica bipolaristica consueta, quella in breve che ha attraversato l’ultimo ventennio italico. Se fino a pochi mesi fa tutti i grandi partiti si erano sdraiati, proni e/o in genuflessione, con totale ossequio nell’udire il nome di Monti capo del nuovo governo ‘tecnico’, ora gli stessi grandi partiti (PD+L e PD-L oltre al grande finto equilibrista UDC) in unione a SEL, IDV, Lega e quant’altro hanno invertito la traccia e sono ripartiti tutti all’attacco: degli avversari di sempre, e soprattutto del governo, divenuto nel frattempo grande nemico delle loro scelte ‘democratiche’, dei loro programmi scritti per arrivare in soccorso dei ceti meno abbienti e della classe borghese, delle loro convenscions – mi si perdoni il vocabolo mangereccio – piene di claque e di simpatizzanti ben istruiti sulle modalità di voto (dalla Magna Charta norciana all’ “adesso” in salsa obamiana di Renzi).

La solita Italia? Beh, non proprio. In mezzo a tutto questo, ci sono da citare due eventi particolari. Il primo è sotto gli occhi e sulla bocca – ah, finalmente – di tutti gli italiani, una volta tanto uniti al di là delle battute da bar sport sul calcio della domenica: ed è ovviamente l’invadenza del malaffare nella politica italiana di tutti i livelli, che ha portato all’emersione assordante dei Fiorito, dei Maruccio, dei Penati, dei Zambetti sparsi in giro per la Penisola, a volte con la pericolosissima connivenza della malavita. Se non altro, rispetto alla mesta rassegnazione di qualche tempo fa, gli italiani sembrano aver finalmente riconosciuto il problema, e con animosità sono lì a intimare i forconi e le bombe sotto i palazzi. Peccato che lo facciano nella loro intimità, al massimo si limitino allo strepito e al grido di rancore, ma non facciano seguire a esso nessuna azione concreta: non c’è ancora un autentico ‘scarico di coscienza’, successivo a una presa di coscienza della problematica.Immagine

Perciò, il paragone avanzato in questi giorni tra la corruzione dilagante di oggi e la Tangentopoli di vent’anni fa regge fino a un certo punto: fino al punto che allora si parlava di cittadinanza davvero indignata, che faceva – almeno inizialmente – il tifo per magistratura e forze dell’ordine, mentre ora siamo qui a discutere di un’opinione pubblica arrabbiatissima, incazzatissima ma incapace di uscire dallo stagno paludoso di un giudizio nichilistico, dal «così fan tutti» con cui spesso si tronca la conversazione, esempio elementare di una becera e pericolosa ‘antipolitica’. Casomai, Tangentopoli non è mai finita, si è nel frattempo strutturata e radicalizzata, non solo nella communis opinio ma nello stesso agire quotidiano: il prendere soldi e il riceverli sono divenuti manovre solari ed evidenti; il rubare per soddisfare la propria gola e le proprie manie di grandezza è divenuta, per dirla con Eduardo,  cosa ‘e niente avallata  dall’indifferenza dei passanti; il privato (derivato da privus, ‘che sta da sé’) sciolto da ogni laccio costituzionale o legale, ha finito per prevalere sull’interesse pubblico, foraggiato da un malcostume che ha avuto in Berlusconi il campione indiscusso di questa ‘libertà s-regolata’; e il “familismo amorale” richiamato da Ginsborg ha finito per diventare facile moneta di scambio e nella pubblica amministrazione e nella gestione dei beni comuni.

La grossa novità comunque c’è. Ed è il caso meteoritico delle primarie del centrosinistra: meteoritico perché animato da schegge impazzite che colpiscono l’orizzonte della sinistra italiana, in un momento delicato in cui essa orbita in una fascia di asteroidi a velocità supersonica riempiti dal veleno della rabbia e della disperazione dell’opinione pubblica italiana (per i motivi di cui sopra); davanti a cotanto rancore, i politici dello schieramento non fanno che togliere petali alla rosa delle loro possibilità, nell’atroce (per loro) dilemma ‘mi candido/non mi ricandido’, finendo poi per scegliere la prima soluzione, in barba anche a una fedina penale – la loro, e quella dei loro avversari dell’altra sponda politica – che proprio pulita non è; e i leader delle varie correnti interne allo schieramento – divenuto un immenso vuoto cimitero, con le sembianze di una DC tutt’altro che monolitica – stanno lì a tirare acqua al proprio mulino, a presentarsi come gli autentici salvatori della patria, crociati investiti di una missione pseudo-divina pronti a sfidare i politici ‘infedeli’ che hanno tradito la fiducia del popolo gozzovigliando coi finanziamenti comunali/provinciali/regionali dei loro partiti.Immagine

I leader, appunto: è questa la parola che fa rabbrividire. L’eredità più scottante e pericolosa del post-berlusconismo è oramai sotto gli occhi di tutti. Il rischio, che con il Cavaliere si era già materializzato in annunci tv, sfilate in cartapecora e figuracce internazionali, si sta di nuovo materializzando davanti a tutti noi: ed è il populismo, la demagogia, la strumentalizzazione. Il populismo: mai come adesso, in questa fase di decadenza morale, di crisi culturale, di disaffezione rabbiosa nei confronti della politica, soffia forte il vento del populismo, portato dai conteggi di una storia remota ma mai svanita. La sindrome da  potenziale Cola di Rienzo, prima tribuno del popolo e poi malfattore, è sempre dietro l’angolo, mai come ora. D’altro canto, dopo la morte delle grandi ideologie non sono più i contenuti ideali a farla da padrone: è la forma politica quella che domina, la facciata patinata e democratica che ricopre i nuovi sciamani del fare comune a sancire l’adesione al loro progetto. Sciamani che attingono a tutto il loro repertorio personale per arringare dal palco con eloquio poetico e fascinoso (Vendola), o per convincere con la trovata del camper rottamatore tra la folla (Renzi). Mi si perdoni il rapido excursus su un’altra figura curiosa, che certamente non parteciperà alle primarie della sinistra, ma che rientra nella bagarre nelle vesti di un personaggio extra-vagante: ovviamente Grillo, che per entusiasmare gli elettori vecchi e nuovi è ricorso a una traversata a nuoto degna di un neo dictator.Immagine

L’excursus finisce qui, per segnalare come in realtà tutti questi stregoni siano alla ricerca del colpo perfetto, per deviare il consenso nelle proprie braccia, scalare i sondaggi ed estromettere l’avversario dell’escalation settimanale. I cittadini, esasperati da anni di malapolitica ma ancora convinti di un cambiamento a differenza dei nichilisti, sono lì sotto, a dividersi di nuovo nel tifo, come in un derby decisivo per lo scudetto: sono lì, a ri-illudersi di nuovo, ignari del fatto che la democrazia così difficilmente conquistata – o forse mai raggiunta – è molto vicina alla dissolvenza, se si continua a dare peso alle idee portate o scopiazzate da un singolo, da un leader, da un presunto tribuno della plebe che, all’atto della candidatura, non fa altro che diventare tribuno di se stesso e della stretta congrega di potere che intorno a lui si è coagulata. Il discorso vale, indifferentemente (e non nichilisticamente, si badi bene), per tutti i protagonisti della storia: vale per Renzi, di cui sono note le magagne combinate all’epoca della presidenza della provincia di Firenze; vale per Vendola, personaggio di indubbie qualità affabulatorie e popolaristiche ma poi ossequioso nei confronti dei Don Verze’ e abile costruttore di logiche di potere nelle ASL pugliesi; vale per Bersani – così felicemente rappresentato nelle imitazioni di Crozza… – capace in 3 anni di finta opposizione di uscire dalla dialettica sterilissima di un antiberlusconismo di facciata, gridando a bassa voce le dimissioni e senza proporre uno straccio di valida alternativa al governo dei gaglioffi e dei disonesti che Berlusconi aveva issato a coronamento del suo liberismo personale; vale per Grillo, campione della diffamazione e dell’offesa, che ha certo coagulato intorno a lui le euforie di centinaia di voti di protesta, ma che ha in questa pars destruens la punta del naso oltre la quale non riesce a vedere… Un quadro di certo desolante, che dà la misura del populismo in atto, della nuova – mica poi tanto, si diceva – frontiera della dialettica politica. Il guaio in effetti è questo: durante la Storia, nei momenti di difficoltà strutturale e culturale, i popoli sono ricorsi all’homo novus di turno che potesse rompere un certo ordine e instaurare pace e prosperità: e gli stessi gruppi di potere, da sempre burattinai degli umori del popolo, di esso si sono serviti per cacciare imperatori romani scomodi, imbelli sovrani medievali, o per sfatare le crisi cicliche del Novecento, ricorrendo ora a un Mussolini, ora a un Hitler con la speranza – valida per entrambi i casi – di poterli poi ridimensionare, ora a uno Stalin capace di auto investirsi con il bene placet della nomenklatura sovietica, e del festante popolo russo che tornava così ad avere un PadreImmagine

Il popolo ama il bastone del Grande Padre: il caso Kim Jong II in Corea del Nord è forse l’eccezione patetica che conferma una regola antropologica valida a ogni latitudine. Il punto resta comunque un altro: incapace di prendere in mano le redini del proprio destino, il popolo si affida a una mentalità eletta, di qualità superiore, e a essa spende il proprio potere decisionale, il voto, senza opporre troppi veti. E questo lo fa soprattutto, ripeto, in condizioni di fatiscenza sociale, quando la crisi – etica e morale – è evidente e improcrastinabile. Se il mare è in tempesta, e la nave va alla deriva, occorre un capitano: la morale è questa. E allora, ecco spuntare come funghi i pretendenti al timone, smaniosi di mostrare i muscoli orgogliosi e la tattica per uscire dalla procella. I leader: pane quotidiano del popolo, ma prefigurazione del potere. Un’uguaglianza che dimostra quanto sia ancora lontana la ‘rivoluzione in interiore homine’ patrocinata da quel talento di Bianciardi, unica strada per una democrazia responsabilizzata in ognuno di noi. Valide per l’Europa Orientale della fine degli anni Ottanta, è opportuno comunque prendere a prestito queste parole di Gyorgy Konrad:

“Qualsiasi approccio alla politica è destinato a fallire se ci si allontana dalla prospettiva di quel genio di Machiavelli, secondo il quale il fine del potere è il potere stesso e il principe non vuole soltanto prendere il potere ma anche mantenerlo e allargarlo. Questa è la funzione o se preferite il suo compito. [..] Non credo che l’Europa Orientale risorgerà sulle ali di movimenti essenzialmente basati sull’emotività, con pletori di tribuni del popolo e personalità rivoluzionarie. I nostri sentimenti non possono più essere influenzati da indignazione o rabbia. Tutto questo è sorpassato, è lostile di quelli che fanno leva, in maniera melodrammatica, sulle passioni degli altri o su una qualche ineludibile necessità storicaper conquistare il potere per se stessi. Niente sarebbe più grave per l’europa centro-orientale che cadere schiavi di un modo di pensare retorico e misticheggiante tipico della tradizione giacobino-leninista: la realtà richiede un comportamento diverso”. (Antipolitica, 1984)

ImmagineE questo comportamento diverso non può che venire da un’antipolitica seria, che distrugga finalmente la fiducia riposta nel sistema partitocratico e che riprenda in mano responsabilmente le redini di una biga che sta andandosi a schiantare nel precipizio del nulla e dell’oscurità, intellettuale e sociale, che sembra sempre più prossimo.

Alessandro Liburdi

https://cogitanscribens.wordpress.com/2012/10/24/litalia-e-la-sindrome-del-cola-appunti-sul-populismo/

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Se questa è partecipazione

DIstrazione


ImmagineCari lettori,
seguendo molto da vicino la querelle sul regolamento delle primarie del centrosinistra ho ravvisato alcune incongruenze rispetto ai proclami di apertura alla “massima partecipazione” che hanno preceduto la definizione delle regole per il voto del 25 Novembre riguardante la scelta del leader della coalizione.

Premetto che l’elettore, di qualsiasi matrice politica, non può mai essere considerato un nemico o visto con sospetto e che, nel momento in cui si rivestano cariche pubbliche, queste vengono sempre esercitate nell’interesse generale, non solo dei propri elettori: elemento ordinario del berlusconismo.

Le regole pongono condizioni condivisibili tra cui la dichiarazione di sostenere il progetto politico del centrosinistra, altre invece tendono ad una restrizione dell’elettorato passivo molto forte.
La legittimazione popolare è direttamente proporzionale al numero di votanti, restringerne il numero significa rivolgersi ad una nicchia di affezionati, tutt’altro che vocazione maggioritaria.

1) Per votare bisogna firmar la cosiddetta Carta d’intenti: il programma di Bersani modificato in parte dall’incontro con Vendola. 
Se non si condivide il programma di Bersani non si vota.
Personalmente non condivido, si sarebbe potuta trovare una soluzione migliore.
Negli Usa Obama non ha firmato la carta d’intenti della Clinton.

2)Occorre una pre-registrazione presso un luogo diverso dalla sede del voto.
Perchè non unirla alla votazione? Un’inutile complicazione burocratica.
Il ragazzo fuori sede dovrà rientrare due volte nel proprio comune per poter votare, tre col ballottaggio: una scelta che svantaggia i giovani universitari o i lavoratori fuori sede.
Nonchè la generalità degli elettori che avranno un’ulteriore step burocratico da superare (in un luogo diverso dal seggio!) rispetto le ordinarie elezioni politiche: una perdita di tempo che scoraggerà in molti: una mamma con due bambini nella maggior parte dei casi rinuncerà a votare.

3) I diciassettenni non potranno votare.
Peccato che nel 2013 la maggior parte di essi avrà 18 anni e potrà votare per la Camera dei Deputati: votare alle Primarie sarebbe stata un’ottima occasione per coinvolgerli in un progetto, e invece si è preferito chiudere il cerchio con il rischio di perdere il loro consenso nel 2013.
Le Primarie devono essere un luogo di sviluppo per la coalizione, di coinvolgimento, non di separazione, di nicchia.

4)Non è possibile la registrazione on-line.
Nell’era della spending review, dell’agenda digitale, del web come principale mezzo di comunicazione soprattutto politico si decide di ignorarlo: tipico di una coalizione progressista.
Nessuno si spaventi quando il movimento 5 Stelle assorbirà parte dell’elettorato puntando, intelligentemente, sull’agorà del terzo millennio.

5) Stravolgimento totale delle regole.
Doppio turno, pre-registrazione ed altri cavilli che rendono queste Primarie totalmente differenti dalle precedenti del 2005 e del 2009 basate sul turno unico, registrazione e votazione contemporanea.
Forse perchè il rischio che non vinca il designato (Bersani) c’è e come.
Magari non è così, ma così sembra.

6) Albo pubblico dei votanti.
Da verificare è il rispetto delle norme sulla privacy, d’altronde non esiste albo pubblico nelle elezioni politiche.
L’elettore che non vuole mettere al corrente l’altrui persona delle proprie convinzioni politiche è costretto a desistere dal votare.
Senza parlare del lavoratore che, cosciente della pubblicità del suo voto, rinuncia ad esprimerlo per timore di ripercussioni da parte del suo datore di lavoro.
Esiste l’annullamento del licenziamento discriminatorio certo, ma sapete in quanti casi il lavoratore riesce a dimostrarne l’esistenza: pochissimi, tant’è vero che la norma processuale mai è stata oggetto di discussione nella riforma del mercato del lavoro.
E inoltre, si dimostra un’incomprensibile paura del nemico: l’ex elettore di centro destra, in tal modo considerato un nemico, una persona da cui diffidare.
Nel diritto civile la pubblicità delle sentenze serve a rendere più grave il pregiudizio nei confronti dell’autore dell’illecito, sottoponendolo al giudizio negativo della società, qui è generato un concetto simile.

Paura di perdere le primarie, paura di vincere le elezioni politiche.

La chiesa bella del concilio…la nostra esperienza


Di Gizzi Pierfrancesco

Il tempo non era dei migliori, le nuvole minacciavano un bel temporale dai finestrini dell’autobus, ma questo non ha scoraggiato noi giovani e giovanissimi dell’Azione Cattolica della Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino. Siamo partiti con grande gioia e convinti che lì a San Pietro ci aspettava qualcosa di grande e di bello insieme: la chiesa bella del concilio, appunto. A  Roma nonostante il tradizionale traffico siamo riusciti a giungere in perfetto orario a Castel San’Angelo dove abbiamo trovato subito lo stand “Accoglienza” dell’AC, che dopo le varie indicazioni e i rifornimenti di materiale, ci ha indicato il punto di raccolta davanti al palco del primo momento della serata.

In questo primo momento ci sono state le testimonianze di quei giorni caldi del pre-concilio, seguiti da canti del coro di Roma, molto belli, ma la cosa più bella di questo momento era che ovunque voltavi lo sguardo, vedevi le bandiere dell’AC sventolare in aria con grande fierezza, e su ognuna c’era scritto il luogo di provenienza del gruppo. E’ stato bello perché proprio in questi momenti ti senti parte di qualcosa di più grande di te, in questi momenti sei parte del popolo di Dio. Infatti una maggior convinzione di questo è stata resa ancora più evidente nel momento della fiaccolata verso San Pietro, là si che si poteva cantare realmente “Il tuo popolo è in cammino”. Un fiume di fiaccole nella notte dell’undici ottobre, sembrava una fotografia della fede del nostro tempo, piccole luci di fede nella notte (buio delle tenebre del peccato) che insieme però riscaldavano il cuore e davano un bagliore di faro a tutta Roma e al mondo. Arrivati in piazza San Pietro, il presentatore della serata ha annunciato che eravamo oltre 50mila che avevano preso parte all’evento. Poi ci sono stati i discorsi del presidente dell’AC Franco Miano e di mons. Sigalini.

Il primo ha parlato di come tutti ci sentiamo in cammino e in cammino insieme.” La Chiesa è popolo di Dio che cammina nella storia. Siamo qui per testimoniare che con umiltà ci assumiamo le nostre responsabilità per questo tratto di strada che ci è affidato, a servizio del Vangelo e solidali con gli uomini e le donne del nostro tempo, a cominciare dai più poveri, per trasmettere con gioia il dono della fede alle giovani generazioni. Siamo qui, convinti che questo è il momento favorevole in cui operare insieme, in cui “stare nel presente per potere dare forma al futuro” (Benedetto XVI udienza generale 10 ottobre 2012) e fare un passo ulteriore nella costruzione del Regno. Siamo qui perché vogliamo impegnarci a far fruttificare il grande dono ricevuto cinquanta anni fa: il dono della Chiesa bella del Concilio”.

Mons. Sigalini ha aggiunto nel suo discorso che bisognava celebrare quel momento in quanto “Noi siamo  il popolo di Dio, nato dal Concilio, siamo la bella chiesa del Concilio: bella perché Gesù ne è il Signore Crocifisso e Risorto che noi ogni giorno celebriamo nell’Eucaristia, bella perché sta ad ascoltare Dio che parla, non vive di congetture o di intellettualismi, ma di Parola di Dio; bella perché è un popolo non abbandonato a se stesso che ha delle guide sicure; bella perché tutti ci sentiamo corresponsabili, non collaboratori chiamati e lasciati secondo i bisogni, bella perchè condividiamo le gioie e le speranze di tutti gli uomini”.

In conclusione della serata il papa Benedetto XVI ha ricordato che 50 anni fa anche lui era lì in piazza ad ascoltare le parole del beato papa Giovanni XVIII e che in quella piazza si respirava grande gioia ed entusiasmo. Ma nonostante questo il papa ha ricordato che “In questi 50 anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce sempre, di nuovo, in peccati personali che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave. E qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato?”, questa è una parte delle esperienze fatte in questi 50 anni.”

Anche aggiunto questo: “Abbiamo avuto anche la nuova esperienza della presenza del Signore, della Sua bontà, della Sua forza. Il fuoco dello Spirito Santo, il fuoco di Cristo, non è il fuoco divoratore e distruttivo, è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà e di verità, che trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica, anche oggi in modo umile il Signore è presente e dà calore ai cuori, nostra vita, crea carismi di bontà e carità che illuminano il mondo e sono per noi garanzia della bontà di Dio.

Se Cristo vive è con noi anche oggi e possiamo essere felici anche oggi perché la sua bontà non si spegne, è forte anche oggi.”

La serata si è quindi conclusa con le parole del Beato Giovanni XVIII che resero famosa quella notte (Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite che è del papa), che Benedetto XVI ha fatto sue, e con la benedizione finale.

Tornando verso l’autobus, ci siamo sentiti tutti più uniti e pronti per continuare il cammino. Siamo convinti che la strada che abbiamo davanti è ancora lunga, che la chiesa bella del concilio deve ancora risplendere del tutto, abbiamo fatto un piccolo passo. L’AC come associazione è vicina al papa e alla chiesa e con loro lavora per fare la sua parte qui, oggi. Tornare a casa dopo questo grande giorno ci rende consapevoli che la zizzania c’è ed anche tanta, che il vento contrario è forte, ma noi dobbiamo avere fede in Gesù perché Lui non dorme, sulla prua della barca della chiesa, ma veglia sempre su di noi, basta avere  fede in Lui e la tempesta si placa e la zizzania verrà divisa dal grano buono.

I Millenaristi e il “tafazzismo” di una certa sinistra


di: John Lilburne

 

Con un pizzico di nostalgia guardo a quei “nanetti” comparsi sul Corriere di qualche hanno fa per mano del politologo Giovanni Sartori; per i profani nient’altro che i micropartiti col cerino in mano della traumatica esperienza targata Romano Prodi. L’Unione, non sempre fa la forza, o almeno sembrava questa la lezione ma evidentemente il Partito Democratico è duro di comprendonio. Nel carnet della alleanze, uscito vittoriosamente sminuzzato dalle lotte inutili e intestine, mosse a colpi di mozione dalle sigle più coraggiose, il PD si ritrova accerchiato da un paio di allegre comari, più che “nanetti” parlerei di una coppia di Biancaneve, malate dei propri vizi. Vendola, dopato di estrema sinistra, si ostina a marcare le differenze con il montiano partito democratico, puntando a prendere i voti di tutti coloro che votarono per la Sinistra Arcobaleno, invalidando quelli degli altri schieramenti, si sa, partecipare è bello, necessario ma non sufficiente ma c’è una certa scuola di pensiero purista che elegge a proprio comandamento il detto “meglio soli che mal’accompagnati”. Dall’altra parte del fiume Pierfischiettando Casini (come lo ha ribattezzato Travaglio su l’Espresso di qualche settimana fa) vive lo strano morbo del centrismo all’amatriciana, lo spettro di un anticomunismo che non ha più senso, di un cattolicesimo anacronistico da difendere da tutto e da tutti, tutti buoni motivi per gettarsi nelle braccia di uno che dell’anticomunismo fece una banderuola sotto cui raccogliere le ceneri dell’antica Democrazia Cristiana (operazione peraltro  riuscitissima e mai demodé). Al peggio andrà da solo incassando proporzionale e preferenze, montismo e moderatismo, ramazzando qua e là le posizioni lasciate per terra dal resto del cielo politico. Renzi, unico profeta del fantasma prodiano, giustamente ricorda che le alleanze fatte a tavolino hanno sempre poco successo dentro e fuori il palazzo, peccato che spesso, fagocitato dai media, venga presentato come una specie di Gabibbo del “nuovo” che usa la parola “rottamazione” come comodo intercalare. Nel frattempo Walter “vocazione maggioritaria” Veltroni annuncia in tv il suo allontanamento  dai banchi della politica parlamentare quando altri non ne hanno il coraggio. Ebbene, la battaglia per un New Labour nostrano sembra persa in partenza, per defezione dei suoi storici combattenti e sindrome da ballons d’essai.

Programma di Matteo Renzi: l’Europa dal basso (punto2)


 

In una fase nella quale è necessario assumere decisioni di portata storica sul futuro dell’Europa, però, è necessario che le istituzioni europee godano della piena legittimazione democratica che solo un governo politico, scelto dai cittadini, può garantire, sulla linea di quello che avevano immaginato i padri fondatori.

Per superare la crisi ci vuole più Europa, non meno Europa.

L’idea di poter costruire l’Europa dall’alto, attraverso meccanismi di natura puramente tecnocratica si è rivelata un’illusione.

a. Istituzioni europee al servizio della stabilità e della crescita.
L’euro ha mostrato altri elementi di fragilità. Il primo è la mancanza di un sistema finanziario e bancario integrato. A farne le spese sono stati i contribuenti.
Per far fronte a questo problema la Commissione europea ha proposto l’integrazione della vigilanza europea presso la BCE.  Ma anche questo non basta.
Ci vuole anche un sistema integrato di risoluzione delle crisi bancarie, a livello di unione monetaria,che riduca i costi per i contribuenti derivanti dalle crisi bancarie e favorisca soluzioni più efficienti e di mercato. Altrimenti saranno sempre i più deboli a pagare.

Il fondo salva-stati (EFSF/ESM) non ha una dimensione sufficiente.
Bisogna dunque lavorare su un sistema di assicurazione reciproca, che in ultima istanza può sfociare su titoli di debito comuni (Eurobond), la cui emissione sia soggetta a vincoli comunitari e venga svolta da un’agenzia del debito europea.

b. Un nuovo modello di integrazione: fare gli europei.
Bisogna riportare una vocazione europea nella cooperazione politica tra i paesi membri, ponendo obiettivi di unificazione politici di lungo periodo e individuando un percorso istituzionale che conduca:
1. all’elezione diretta da parte dei cittadini europei di una figura che sommi le cariche di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo;
2. alla piena iniziativa di legge per i componenti del Parlamento europeo e alla sua sua riforma in senso bicamerale;
3. ad una vera politica estera e di difesa comune.

 Il progetto che ha dato i migliori risultati, contribuendo un vero spirito europeo negli oltre tre milioni di studenti che ne hanno beneficiato in un quarto di secolo è il programma Erasmus. E’ su quella falsariga che bisogna proseguire, se vogliamo davvero arrivare a una vera integrazione dei popoli. Non nel corso di una legislatura, certo, ma di una generazione.

4. Investire sul capitale umano: un quarto degli studenti all’università siano di altri paesi europei.
Proponiamo che l’Unione Europea finanzi un nuovo programma di mobilità internazionale, molto più ambizioso di quelli attualmente in essere, con borse di studio e prestiti sull’onore, che consenta al 25% degli studenti di ciascun paese di studiare in un’università di un altro paese UE.

5. Un servizio civile europeo. 6 mesi, su base volontaria, per aiutare a costruire la nuova società europea sul modello della proposta avanzata da Daniel Cohn- Bendit e da Ulrich Beck.

6. L’Europa del lavoro e dei diritti. L’Europa deve porsi la questione di come venire incontro ai problemi di milioni di disoccupati, soprattutto giovanili. Ciò non significa che tutti i problemi possano essere affrontati a quel livello, ma che è giunto il momento di dar vita a un progetto comune, in grado di integrare le politiche del lavoro talvolta inadeguate e inefficienti che vengono messe in atto in alcuni paesi. E’ necessario rifinanziare e ridefinire in modo più incisivo gli interventi del Fondo Sociale Europeo.

11 ottobre 1962- 11 ottobre 2012.


Cari amici!


L’11 ottobre 1962 nella Basilica Vaticana si apriva la prima sessione di un grande avvenimento per la Chiesa e per il mondo: il Concilio Vaticano II. L’11 ottobre 2012,l’Azione Cattolica Italiana si è radunata per salutare il Papa e dare avvio all’anno della fede. Ieri sera nella tarda serata romana, mentre il Sole moriva dietro Monte Mario, un numeroso concorso di popolo ha percorso, esultante tutta via della Conciliazione terminando la sua corsa nella scenografica piazza S. Pietro circondati da un alone di storia millenaria. L’aria tersa, a tratti ventosa, ha accentuato l’avvenimento: quella sera stessa, cinquant’anni prima, il beato Papa Giovanni XXIII pronunziava,magna cum voce,  il famoso discorso alla luna che terminava con la commovente frase: “Tornando a casa troverete i bambini: date loro una carezza e dite: Questa è la carezza del Papa”.  Ieri sera, il successore di Pietro, Papa Benedetto XVI, ha rifatto sue quelle sublimi parole che sono risuonate non solo per l’ampia piazza ma si sono diffuse, portate da chissà  quali mezzi, su tutta Roma e su tutto l’orbe. Io c’ero e confesso di aver provato una grande emozione: la facciata del Maderno, di notte, ha tutto un altro sapore: quelle bellissime fiaccole tenute da centinaia di mani non potevano non intenerirmi. Uno scenario da ricordare, una splendida serata che funge da inizio all’anno della fede: un anno intenso, da non perdere.

Ma il Concilio cosa è stato? L’eco ancora si sente e quelle singolari parole di Papa Giovanni XXIII ancora s’odono: “Gaudet Mater Ecelsia” “Gioisca la Madre Chiesa”. Un’assise fondamentale: la Chiesa, imago Christi, si affaccia ad un mondo che, già schiavo del consumismo, non riusciva a capirla. Il messaggio, la lieta novella, che quel vecchio pontefice bergamasco pronunciò quella mattina d’ottobre, con chiaro latino, dinnanzi ai padri sinodali in mitra e piviale, rappresentò quasi una rivoluzione. La stessa curia romana quasi ne rimase sbalordita tanto che, sempre in quella straordinaria mattina, Papa Giovanni diceva: “At Nobis plane dissentiendum esse videtur ab his rerum adversarum vaticinatoribus, qui deteriora semper praenuntiant, quasi rerum exitium instet.”ossia “. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”.  Una ventata di ottimismo con queste parole disarmanti che annunziavano la nuova primavera nella Chiesa Cattolica.

Il messaggio Conciliare, apertosi fin dalla sua chiusura, l’8 dicembre del 1965, ancora oggi è al centro di dibattiti interessantissimi e seguitissimi: le numerose riforme che hanno visto una maggior appartenenza da parte dei fedeli al corpo della Chiesa presentano varie lacune a cui, tuttavia, si lavora per sanare.  Non dirò qui delle polemiche sulla riforma della Messa (cosa non contemplata nelle costituzioni si veda la Sacrosantum Concilum del 1964), ,ma vorrei solo focalizzare ancora una volta l’attenzione all’11 ottobre 1962. 

Nei momenti in cui si affacciavano all’orizzonte gli spettri della guerra missilistica tra URSS e USA, mentre l’Italia e l’Europa vivevano la stagione del boom economico, mentre ci si dedicava alle conquiste spaziali, mentre la musica “sfornava” successi destinati a diventare pietre miliari della musica pop, rock, la Chiesa si affacciava al mondo con la serenità e la fiducia che solo un grande Papa, come Giovanni XXIII, assieme al suo successore Paolo VI, potevano capire.

M.T.C

La favola di “Diversità”


di: JL

C’era una volta un paese in cui due vicini non erano molto d’accordo sul confine da porre tra i loro giardini ma condividevano la volontà di trovare una soluzione al problema, la migliore, il prima possibile: quel paese si chiamava democrazia. Per festeggiare il patto finalmente stabilito i due, la sera, decisero di andare a cena insieme. Entrambi preferirono una pizzeria in cui ordinarono due margherite, due birre e felicemente divisero il conto in due, tornarono a casa a piedi, voltando all’unisono gli occhi verso un clochard che chiedeva l’elemosina all’angolo, mostrando un cartone sporco e macilento dove qualcun altro aveva scritto la frase “l’uguaglianza è la morte di ogni democrazia”. I due non capirono ma furono felici quando, molte ore dopo il tramonto del sole, il sonno li colse in un preciso istante.

Nessuno aveva mai visto niente di simile. I due sembravano diventati grandi amici, quello che li aveva divisi era solo una parentesi da dimenticare, quello che li univa un castello da costruire con gli stessi mattoni, ordinati dalle loro stesse mani. Era una gioia vederli così e per questo molti si unirono a loro, felici di aver trovato persone con cui condividere le proprie esperienze che, per quanto dissimili, in fondo, si assomigliavano incredibilmente. Discutere diventò inutile e superfluo, furono aboliti tutti gli sport perché nessuno aveva ragione di essere diverso da un altro e tutti parteggiavano per un’unica grande squadra che nessuno capì mai bene quale fosse ma una cosa era certa: vinceva sempre e comunque sulle altre.
Perfino decidere qualcosa che andasse bene per tutti diventò un’operazione inutile, quello stesso orientamento si produceva come per magia, così palese da sembrare eretico chiunque avesse pensato altrimenti. Alcuni incominciarono a farsi delle domande perché non si spiegavano come fosse stato possibile che molte delle cose che avrebbero ritenuto, appena un mese prima, folli e incomprensibili, trovassero ora appoggio nell’opinione di tutti (che poi era una sola opinione). Sembrò carino distribuire cibo gratuitamente a tutti e tutti esultarono perché sarebbe così finita l’epoca della fame. Tutti i fattori del paese riversarono in un grande mercato improvvisato al centro della città quello che tenevano chiuso da anni dentro la dispensa. Tutti mangiarono felici e il banchetto festoso come qualsiasi felicità terrena, finì. Qualcuno tra i più corpulenti del villaggio chiedeva ancora altro cibo mentre i cittadini più gracili si lamentavano perché tutto era stato mangiato dai più ricchi secondo loro, questi se la presero con i poveri che, a quanto pare, erano stati i veri colpevoli di quel brutto marasma che aveva confuso l’ordine precedente ma alcuni, più d tutti levarono la loro voce e gridarono che tutto questo non contava. L’importante era ricordarsi di tutto quello che li aveva uniti, perché in fondo, loro si somigliavano ed erano più i punti di contatto che quelli di disaccordo, che, infine, come aveva dimostrato il lauto banchetto potevano vivere tutti insieme e tutti meglio. In quel momento si sentì in un angolo un rantolo sinistro e tutti accorsero a guardare da dove provenisse. Dietro un mucchio di stracci si nascondeva il clochard che chiedeva l’elemosina, nessuno, in effetti, lo aveva più visto da mesi. Ossuto e consumato, le guance scavate testimoniavano che non aveva preso parte al banchetto ma nessuno capì mai il perché, l’unica cosa che riuscirono a sentire tutti, chiaramente, prima che spirasse, fu “Non sono d’accordo”.

Raccolsero il corpo alla ricerca della sua casa ma invano trovarono un portone amico perché in tempi di ricchezza, immerso in un mondo che odiava profondamente (anche se sembrava il solo) il clochard aveva preferito vivere da solo piuttosto che dover dividere la propria tavola con chi non riconosceva più. Il corteo finì al cimitero dove lo seppellirono sotto uno dei tanti alberi che c’erano in giro. Qualcuno volle dire qualche parola ma improvvisamente si rese conto di non averne più e fu allora che un lembo di carta spuntò dal mantello che copriva quel corpo, dal quale si poteva leggere, solo strizzando gli occhi, la parola “Diversità”. Forse era questo il suo vero nome! Finito di seppellirlo il becchino prese una croce di legno che piantarono nel punto in cui avrebbe dormito “Diversità” e proprio lì scrissero il suo nome e piansero la sua morte anche se erano molto felici, senza sapere bene perché.