Il PIL non misura la felicità di un popolo: impressioni sul discorso di Bob Kennedy


Ci sono esempi, impolverati dalla Storia, che portano con sé la miscela esplosiva dell’energia e della luce: lampade votive accese come testimonianze di un coraggio che non si è spento, di un’alternativa che si è tentata pur in mezzo all’inevitabile ostruzionismo dei potenti; di un cambiamento che è stato sognato, immaginato, costruito, prima che Madama Storia inghiottisse tutto nel gorgo muto dell’indecifrabilità.

E gli esempi che vengono dal passato servono – dovrebbero servire – a regolare il presente, a migliorare il tempo immediato, a programmare un futuro possibilmente più stabile e con meno violenze, meno sprechi, meno indifferenze. E a volte questi esempi giungono dalle parole, pronunciate in un discorso carico di speranza, davanti a un gruppo di giovani seduti ad ascoltare in coro pieni di passione. I discorsi, ecco: a volte sono i discorsi che si propongono di fare la Storia, perché indicano la via futuribile, si rivolgono a migliaia di persone adunate in attesa di una catarsi dello spirito, di un’elevazione delle proprie aspettative di vita, di uno slancio rivoluzionario verso il cambiamento. E, quando rapportati al presente, quei discorsi – lontani dal propagandismo dittatoriale che il Novecento c’ha insegnato a ogni latitudine – valgono molto più di un discorso: diventano lectio magistralis pro vitae, parole in cui è stampato il futuro auspicabile, molto più del presente asfittico e calcolato.

Le parole sono importanti, diceva qualcuno. E, nel caso di Bob Kennedy, fratello di JFK e ucciso in un attentato nel 1968 durante la campagna per la propria candidatura alle presidenziali, le parole contano molto più dei numeri, quelli incasellati nei dati statistici, che definiscono – definirebbero – la potenza economica di una nazione, il suo benessere, la sua prosperità. Le parole che scaturiscono dal coraggio e dall’idealismo, e che si spingono al di là dei confini imposti da quel coagulo di interessi inteso, oggi, come ‘politica’. Molto più dei numeri, allora, le parole. Quelle pronunciate da RKF alla Student Union della Kansas State University a Topeka, USA, il 18 marzo 1968. Sullo sfondo, la guerra in Vietnam, i primordi della contestazione giovanile, le solite contraddizioni di un Paese teso tra la ricchezza bellica e le sacche di indomita povertà:

  « Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni materiali. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitmane il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani. »

Il discorso integrale potete leggerlo qui: http://www.benessereinternolordo.net/joomla/index.php?option=com_content&task=view&id=8&Itemid=2. La parola ‘America’ vale qui come una variabile x, equivalente a ‘Italia’, o meglio alla tanto auspicata ‘Europa unita’. Sono parole dotate di una contemporaneità pazzesca, tanto sembrano anticipare  e descrivere i nostri tempi, cavalcati dal pessimismo famelico dei buchi di bilancio e della disoccupazione alle stelle. Ma i benpensanti, i freddi e ostentati calcolatori, i borghesi banchierizzati sorrideranno di scherno davanti a queste parole, perché per loro – sciamani immersi nella numerologia cabalistica di features, BOT, spread & Co. – le parole sono merce da scambio, trait d’union utile esclusivamente a commentare gli andamenti della Borsa, i tagli della BCE e le classifiche delle agenzie di rating. Loro, fattucchieri di un neocapitalismo che ha tentato per anni di fare soldi sui soldi, imbottendo di steroidi i propri conti bancari trasformandoli in pazzi cavalli incontrollabili, e che si ritrovano ora a gestire una crisi economica di proporzioni bibliche che loro hanno causato, e a cui cercano di porre rimedio con tagli ingloriosi alla spesa pubblica e lotta all’evasione fiscale di quarto livello – quella che colpisce il negoziante per uno scontrino mancato, ma che poi salvaguarda i grandi redditi.

Seduti sulla riva delle nostre speranze, sarebbe per tutti di ottimo giovamento guardare le parole piene di futuro di Bob Kennedy, e poi guardarci intorno, in un Occidente che sembra stia decollando verso il baratro, un baratro ripieno di calcoli, di monete, di numeri, di carta straccia che tintinnano suoni sinistri e cercano di arginare gli scricchiolii di alcune certezze – economiche – che ci avevano insegnato a credere immutabili ed eterne. Davanti a questo sfacelo matematico-finanziario, cerchiamo intanto di recuperare il salvabile: ripartiamo dalle idee, dal loro furore e dalla loro passione. Rivendichiamo spazi e diritti per i bambini di tutti i Mississippi, per gli Indiani di tutte le riserve, per gli orgogliosi uomini di tutte le colline dell’Appalachia, per le persone di tutti i ghetti neri: sparsi in tutto il mondo o viventi a fianco alle nostre case, o nelle nostre strade seminate di buio e di disperazione. È lì che la politica deve agire, se vuole muoversi in direzione della democrazia e della giustizia – e giustezza – di meriti e possibilità. Convinti, come lo era sicuramente Bob Kennedy, che la ricchezza vera di un popolo non sta nel portafoglio, ma nella testa dei suoi abitanti. E nel loro cuore.

Alessandro Liburdi

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One thought on “Il PIL non misura la felicità di un popolo: impressioni sul discorso di Bob Kennedy

  1. “[…]la ricchezza vera di un popolo non sta nel portafoglio, ma nella testa dei suoi abitanti. E nel loro cuore”.

    Allora siamo proprio fottuti.
    Si scherza Ale 😉

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