Runaways (Fuggitivi)…


di Gizzi Pierfrancesco

Chissà come e perché dopo un bel campo giovani con la mia diocesi e l’ascolto di una bellissima canzone dei The Killers, “Runaways”, mi è tornata voglia di scrivere! Sembra strano questo connubio, ma è ideale per una riflessione.

“Essere Fuggitivi”. Il nostro secolo verrà ricordato dalle generazioni future come il secolo della velocità, dove ogni cosa è sempre in movimento, dove ogni persona è impegnata contemporaneamente in tre attività. Si siamo proprio noi (parafrasando un po’ Vasco) quelli che corrono da un impegno all’altro, quelli che hanno tre lavori e dieci spassatempi, quelli che non trovano tempo per niente, quelli che anche quando tempo c’è cercano in tutti i modi d’impegnarlo. Vi ricordate il cartone animato della Pixar “Cars”, quello è l’emblema della nostra società, siamo tutti un po’ come Saetta McQueen, impegnati più a premere il piede sull’acceleratore che all’amore e all’amicizia; solo grazie a Doc, egli riuscirà ad abbassare i giri del motore e vedere il mondo per la sua vera bellezza.

Il campo scuola? Ora ci arrivo un momento. Il campo scuola serve a scendere di marcia, focalizzare il bello della vita e comprenderne il significato. Quante volte al giorno pensiamo al nostro futuro o quante volte al giorno pensiamo a “Chi è il mio fratello (prossimo) che devo amare?”. Nella vita di tutti i giorni non si riesce molto a focalizzare domande di quest’impegno poiché si è perennemente distratti dal mondo che ci circonda e perché il tempo che dedichiamo a noi stessi è infinitesimale.

Oh voi che leggete, so già cosa state pensando: se è così me ne vado in vacanza a St. Tropez! Sbagliato! Se nella vacanza non creiamo dei momenti di riflessione e d’introspezione, la vacanza diventa solo un altro tipo di corsa. Bisogna scalare di marcia e far scendere i giri del motore. In che modo? Staccando i cellulari, staccandosi dai social network e soprattutto aprendosi a se stessi. Sfida difficile?

“Non siamo tutti fuggitivi?”. Chissà perché ma oggigiorno si fugge dappertutto, si fugge da Dio, dalla Chiesa, da se stessi. Si va in cerca di un tesoro nascosto come il capitano Akab cerca la sua balena. Andiamo in cerca di un qualcosa che ci manca ma non sappiamo cosa e per questo allora ci impegniamo in mille attività per avere (o almeno credere) tutto! Ma alla fine quel tesoro ci sfugge ed invece di fermarci ed analizzare la situazione, scappiamo da noi stessi e ci rituffiamo in altre mille attività.

Per concludere. Fuggire da tutto e da tutti non è sbagliato, quanti profeti andarono nel deserto per meditare sulle parole di Dio, anche Gesù stesso con i suoi discepoli si ritirava in posti deserti al fine di poter insegnare ai suoi discepoli e affinché quest’ultimi “Restassero in Lui come Lui in loro”. L’esperienza di deserto che molto spesso nei campi si fa ci regala questo momento unico in cui si è soli, ma questo non spaventa anzi  ci rende parte realmente del mondo, poiché riusciamo a sentire o almeno percepire che Gesù è con noi!

Rallentate o dobbiamo mettere gli autovelox per farlo?

Il PIL non misura la felicità di un popolo: impressioni sul discorso di Bob Kennedy


Ci sono esempi, impolverati dalla Storia, che portano con sé la miscela esplosiva dell’energia e della luce: lampade votive accese come testimonianze di un coraggio che non si è spento, di un’alternativa che si è tentata pur in mezzo all’inevitabile ostruzionismo dei potenti; di un cambiamento che è stato sognato, immaginato, costruito, prima che Madama Storia inghiottisse tutto nel gorgo muto dell’indecifrabilità.

E gli esempi che vengono dal passato servono – dovrebbero servire – a regolare il presente, a migliorare il tempo immediato, a programmare un futuro possibilmente più stabile e con meno violenze, meno sprechi, meno indifferenze. E a volte questi esempi giungono dalle parole, pronunciate in un discorso carico di speranza, davanti a un gruppo di giovani seduti ad ascoltare in coro pieni di passione. I discorsi, ecco: a volte sono i discorsi che si propongono di fare la Storia, perché indicano la via futuribile, si rivolgono a migliaia di persone adunate in attesa di una catarsi dello spirito, di un’elevazione delle proprie aspettative di vita, di uno slancio rivoluzionario verso il cambiamento. E, quando rapportati al presente, quei discorsi – lontani dal propagandismo dittatoriale che il Novecento c’ha insegnato a ogni latitudine – valgono molto più di un discorso: diventano lectio magistralis pro vitae, parole in cui è stampato il futuro auspicabile, molto più del presente asfittico e calcolato.

Le parole sono importanti, diceva qualcuno. E, nel caso di Bob Kennedy, fratello di JFK e ucciso in un attentato nel 1968 durante la campagna per la propria candidatura alle presidenziali, le parole contano molto più dei numeri, quelli incasellati nei dati statistici, che definiscono – definirebbero – la potenza economica di una nazione, il suo benessere, la sua prosperità. Le parole che scaturiscono dal coraggio e dall’idealismo, e che si spingono al di là dei confini imposti da quel coagulo di interessi inteso, oggi, come ‘politica’. Molto più dei numeri, allora, le parole. Quelle pronunciate da RKF alla Student Union della Kansas State University a Topeka, USA, il 18 marzo 1968. Sullo sfondo, la guerra in Vietnam, i primordi della contestazione giovanile, le solite contraddizioni di un Paese teso tra la ricchezza bellica e le sacche di indomita povertà:

  « Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni materiali. Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – quel PIL comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Comprende il fucile di Whitmane il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Eppure il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, eccetto il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani. »

Il discorso integrale potete leggerlo qui: http://www.benessereinternolordo.net/joomla/index.php?option=com_content&task=view&id=8&Itemid=2. La parola ‘America’ vale qui come una variabile x, equivalente a ‘Italia’, o meglio alla tanto auspicata ‘Europa unita’. Sono parole dotate di una contemporaneità pazzesca, tanto sembrano anticipare  e descrivere i nostri tempi, cavalcati dal pessimismo famelico dei buchi di bilancio e della disoccupazione alle stelle. Ma i benpensanti, i freddi e ostentati calcolatori, i borghesi banchierizzati sorrideranno di scherno davanti a queste parole, perché per loro – sciamani immersi nella numerologia cabalistica di features, BOT, spread & Co. – le parole sono merce da scambio, trait d’union utile esclusivamente a commentare gli andamenti della Borsa, i tagli della BCE e le classifiche delle agenzie di rating. Loro, fattucchieri di un neocapitalismo che ha tentato per anni di fare soldi sui soldi, imbottendo di steroidi i propri conti bancari trasformandoli in pazzi cavalli incontrollabili, e che si ritrovano ora a gestire una crisi economica di proporzioni bibliche che loro hanno causato, e a cui cercano di porre rimedio con tagli ingloriosi alla spesa pubblica e lotta all’evasione fiscale di quarto livello – quella che colpisce il negoziante per uno scontrino mancato, ma che poi salvaguarda i grandi redditi.

Seduti sulla riva delle nostre speranze, sarebbe per tutti di ottimo giovamento guardare le parole piene di futuro di Bob Kennedy, e poi guardarci intorno, in un Occidente che sembra stia decollando verso il baratro, un baratro ripieno di calcoli, di monete, di numeri, di carta straccia che tintinnano suoni sinistri e cercano di arginare gli scricchiolii di alcune certezze – economiche – che ci avevano insegnato a credere immutabili ed eterne. Davanti a questo sfacelo matematico-finanziario, cerchiamo intanto di recuperare il salvabile: ripartiamo dalle idee, dal loro furore e dalla loro passione. Rivendichiamo spazi e diritti per i bambini di tutti i Mississippi, per gli Indiani di tutte le riserve, per gli orgogliosi uomini di tutte le colline dell’Appalachia, per le persone di tutti i ghetti neri: sparsi in tutto il mondo o viventi a fianco alle nostre case, o nelle nostre strade seminate di buio e di disperazione. È lì che la politica deve agire, se vuole muoversi in direzione della democrazia e della giustizia – e giustezza – di meriti e possibilità. Convinti, come lo era sicuramente Bob Kennedy, che la ricchezza vera di un popolo non sta nel portafoglio, ma nella testa dei suoi abitanti. E nel loro cuore.

Alessandro Liburdi

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Alex Schwazer: l’ultimo capro espiatorio


di: GiPì

“Io adesso sono molto dispiaciuto perché ho buttato via tutti gli anni in cui mi sono allenato, però sono anche  contento che è finito tutto e forse adesso riesco a fare una nuova vita normale.”

Nella conferenza-fiume di Alex Schwazer scorrono incastonate in una lunga confessione anche queste fra le tante parole di un uomo distrutto da una scelta sbagliata, ogni tanto in quella maschera lancinante si aprono delle ferite che scoprono l’anima nuda di un atleta schiacciato dal peso delle proprie ambizioni, delle aspettative da rispettare, dalle stesse umane debolezze che colgono tutti noi. La vita non è mai stata un’avventura facile e il carnet delle scorciatoie appare sempre fiorito a chi è in cerca di una via d’uscita. Il passaggio dalla teoria alla pratica diventa ostico quando si passa dall’io al tu e un pensiero dominante mellifluo e carezzevole ci conduce insieme al gregge laddove ci sentiamo tutti tranquilli e felici di poter additare liberamente, urlando le nostre comode scomuniche seduti sulla punta del divano , senza tentativi di comprensione, dimenticandoci nell’ansia di interrogarci sugli eventi per evitare di subire opinioni preconfezionate.
Un’atleta ha avuto delle colpe per cui può già salutare gli spalti e firmare la fine della propria carriera sportiva ma l’uomo? Dov’è l’uomo? Non vi interessa sapere che dietro quella tutina blu vive una persona non particolarmente dissimile da tutti noi? Facciamo sempre degli sportivi gli eroi del nuovo millennio, i gladiatori del futuro,impariamo a dipingerli come degli asceti dello spirito, supremi guardiani dei propri corpi, delle proprie menti, superuomini scesi dall’iperuranio. La confessione di Schwazer polverizza questa distanza ma la grande stampa ha già parlato: non basta una carriera finita per punire il colpevole, serve uno stillicidio pubblico e barbaro in nome di non si sa quale sentimento etico. Risparmiamo gli dei del calcio e ci trasformiamo in tanti piccoli giornalisti sportivi quando c’è da salvare il nostro beniamino  ma si sa, alle olimpiadi, nella marcia, non si può che tifare per questo Paese, in cui l’opinione pubblica è scesa al grado di arena e il giornalismo più che farsi cane da guardia della società civile è diventato quel segugio pigro e distratto che si adagia sul carro dei vincitori, sempre affollato, ci scappasse qualche prebenda. Da Achille “piè veloce” ne esce trasformato in un più morigerato Filottete, eroe della mitologia greca condannato per l’eternità a portare il peso delle sue colpe, come nella splendida tragedia di Sofocle. Ma qui non si tratta di attitudine al perdono, non vogliamo né possiamo assolvere Schwazer dal delitto che ha messo in atto, non per questo, però, ci accoderemo alla pletora di urlatori di professione forse perché non abbiamo mai amato le mode intellettuali e siamo rimasti invece sul pianeta sporco ma autentico su cui vive l’umanità, un posto dove non è difficile sbagliare ed è altrettanto complicato vivere.

Swartzer si è persino scusato pubblicamente con la sua fidanzata di aver nascosto in frigo la sostanza dopante, camuffata da vitamina B e nella chilometrica catena dei perché, resta da chiederci se lì dentro ce l’abbia messa lui o se non sia stato piuttosto uno sport malato che nasce e muore intorno alla prestazione, paillettes e lustrini già pronti per coronare tutte le vittorie, dove il duro lavoro, l’ascetismo (quello vero), il senso della missione, sono oscurati da un saluto spavaldo alla Usain Bolt. Lo sport è altro, sta diventando, forse, tutto quello che non si vede, basta chiederlo ai tanti atleti signor nessuno sparsi un po’ dovunque nelle serie di ogni grado ma attenzione,  già nei settori giovanili si insegna questa nuova disciplina , caldeggiata da genitori famelici che vogliono figli famelici, lo chiameremo il “neosport” proprio come la neolingua, una lunga storia di senso che perde pezzi di significato per strada. La nobiltà? Bandita.