Pensieri usciti da una mente in perenne stato di quiete apparente.


Carissimi!

Da molto tempo la mia scrittura non compariva su questo blog: recenti quanto importanti vicende hanno spostato l’ago della bussola della curiosità su altri binari. Questo pomeriggio, questo “meriggiare pallido e assorto” mi induce a pensare, a gettare, quasi in un ipotetico flusso di coscienza, qualche frase, qualche periodo su cosa la mia mente partorisce.  La vita di ciascuno ha seco una certa filosofia e lo studio che si fa a scuola porta ognuno di noi ad assumere un’ideologia, una coscienza di sé.  Complice un libro, gli Indifferenti, del carissimo Moravia, la mia personalità si è destata ed ha avuto, assieme a uno studio attento di Pasolini, certi scossoni ben accettati.  La vita è divisa in due settori ben definiti: l’attività e la noia. Attenzione, non confondiamo la noia con l’otium, a me carissimo e carissimo alla tradizione classica di cui noi siamo figli. Cos’è la noia? Moravia ha scritto un romanzo di questo tipo in cui la lezione degli esistenzialisti francesi è palpabile: secondo me la noia non è un difetto o meglio la noia, come essenza stessa del termine non è negativa perché corrisponde all’essere uomo (intendo essere come specie). La noia ci porta ad indagare, a fossilizzarci in noi stessi, in un percorso di introspezione che, a differenza di quello di Pascoli o dello stesso Freud, non deve necessariamente trovare uno sbocco. Verrebbe allora una domanda: la vita ha un senso? Ebbene la noia stessa ha un senso e di conseguenza la vita ha un senso. Qual è? Semplice, almeno a livello della noia che stiamo analizzando: è riconoscere alla noia un senso, un valore d’uso, un’essenza. Il sentimento, giacché lo è, se viene ben misurato, può essere anche positivo. Ricordiamo bene però che ogni cosa deve essere quotata con buone dosi, come un cuoco esperto nei suoi cibi: se distilliamo alle nostre giornate un po’ di noia, esse non avranno più quell’aspetto così pittorescamente triste o felice. Esse assumono la dimensione dell presente non necessiaramente statico. L’ozio non è la noia perché l’ozio nasce da una sospensione di una data attività prima di un’altra: la noia, al contrario, è, una volta trovata, perenne.

La vita, però, non ha solo questo apparente lato negativo ma ha anche un lato squisitamente positivo. L’eccesso. Diceva Pasolini “l’eccesso è un diritto” perché esplode dentro di noi come una mina ad orologeria la quale, più o meno nel tempo, o si spegne o si carica. L’eccesso è arte, è virtù: l’essenza dell’uomo è contenuta proprio nel lavoro finalizzato a creare, a rendere nella misura più alta ogni cosa che egli compie. Ecco il Barocco come essenza dell’uomo, perché l’arte ha raggiunto gli eccessi. Eccedere significa tuttavia rendersi conto di dover partire piano. Non si può passare da una staticità a un valore estremo in pochi attimi. Forse solo l’età barocca ha avuto una capacità, una coscienza per arrivare a questo. Lo stesso Illuminismo, importante e vivo, non ha raggiunto un livello di eccesso: la ragione che ha un potere universale, solo nell’età del seicento, spinta da una voglia irrefrenabile, come in un eccesso di razionalità, ha prodotto questi capolavori.

Il senso dunque qual è? Un discorso, me ne rendo, forse a tratti sconnesso, contraddittorio ma di una logica tagliente. Io credo e mi auguro che sia così che l’intera umanità non possa arrivare in nessuna di queste due cose: non possiamo essere devoti alla noia, perché essa ci sfiancherebbe, non possiamo essere devoti all’eccesso, per un rigore che ci è dettato dalla razionalità che agisce su quello che compiamo. E allora? Cerchiamo sempre la politica della moderazione, della medietas di Orazio. Capiremo bene cos’è la noia, cos’è l’eccesso, cosa siamo noi.

M.T.C, 

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