Se è così non fa per me..


Dopo una lunga assenza dalla rete ricomincio a scrivere.

Ricomincio consapevole della trasformazione che negli ultimi mesi ho avuto toccando con mano “la politica” quella dei leoni del voto, dei professionisti del clientelismo, degli immancabili goleador dell’ultimo voto capaci di cancellare dalla mente dei cittadini quello che con tempo e fatica si è costruito negli ultimi anni.

Non è importante il dato politico, più che sorprendente per me/noi, nè la coerenza che ci svincola da partiti e da accordi a volte scritti, ma non per questo certi, a volte conosciuti dai più ma non da chi (nessuno è fesso) alloggia in comune da venti anni e ne ha viste di tutti i colori (tranne il rosso). 

L’essenziale è in quei venti giorni di sotterfugi, di parole dette a metà, di intese presunte e di sondaggi sicuri al decimo percentuale.

L’essenziale (per chi?) è visibile agli occhi: macchine elettorali a destra e a manca, impegni mondani, amicizie ritrovate dopo anni di dimenticanze, tutti innocenti e nessun colpevole.

L’essenziale è il manifesto pieno di promesse, il comitato elettorale personale duplice o triplice, le macchine infarcite di simboli, la certezza in tasca: tutti vinceranno, se proprio va male al ballottaggio.

Corollario del carosello elettorale non poteva che essere la vittoria di chi afferma che gli ultimi venti anni di amministrazione sono stati di “buona amministrazione” e,  ancor di più, la sconfitta di chi si poneva come alternativa a tutto questo: merito di nessuno, demerito di tutti.

Se solo si usasse un minimo di sincerità e di correttezza la politica diventerebbe una competizione di idee e non di persone, ho iniziato un percorso con Ceccano 2012 per invertire questa tendenza, lo continuerò.

E tante idee rimangono ai margini, perché l’ostruzionismo conviene a chi idee non ha.

Gianluca Popolla

Pensieri usciti da una mente in perenne stato di quiete apparente.


Carissimi!

Da molto tempo la mia scrittura non compariva su questo blog: recenti quanto importanti vicende hanno spostato l’ago della bussola della curiosità su altri binari. Questo pomeriggio, questo “meriggiare pallido e assorto” mi induce a pensare, a gettare, quasi in un ipotetico flusso di coscienza, qualche frase, qualche periodo su cosa la mia mente partorisce.  La vita di ciascuno ha seco una certa filosofia e lo studio che si fa a scuola porta ognuno di noi ad assumere un’ideologia, una coscienza di sé.  Complice un libro, gli Indifferenti, del carissimo Moravia, la mia personalità si è destata ed ha avuto, assieme a uno studio attento di Pasolini, certi scossoni ben accettati.  La vita è divisa in due settori ben definiti: l’attività e la noia. Attenzione, non confondiamo la noia con l’otium, a me carissimo e carissimo alla tradizione classica di cui noi siamo figli. Cos’è la noia? Moravia ha scritto un romanzo di questo tipo in cui la lezione degli esistenzialisti francesi è palpabile: secondo me la noia non è un difetto o meglio la noia, come essenza stessa del termine non è negativa perché corrisponde all’essere uomo (intendo essere come specie). La noia ci porta ad indagare, a fossilizzarci in noi stessi, in un percorso di introspezione che, a differenza di quello di Pascoli o dello stesso Freud, non deve necessariamente trovare uno sbocco. Verrebbe allora una domanda: la vita ha un senso? Ebbene la noia stessa ha un senso e di conseguenza la vita ha un senso. Qual è? Semplice, almeno a livello della noia che stiamo analizzando: è riconoscere alla noia un senso, un valore d’uso, un’essenza. Il sentimento, giacché lo è, se viene ben misurato, può essere anche positivo. Ricordiamo bene però che ogni cosa deve essere quotata con buone dosi, come un cuoco esperto nei suoi cibi: se distilliamo alle nostre giornate un po’ di noia, esse non avranno più quell’aspetto così pittorescamente triste o felice. Esse assumono la dimensione dell presente non necessiaramente statico. L’ozio non è la noia perché l’ozio nasce da una sospensione di una data attività prima di un’altra: la noia, al contrario, è, una volta trovata, perenne.

La vita, però, non ha solo questo apparente lato negativo ma ha anche un lato squisitamente positivo. L’eccesso. Diceva Pasolini “l’eccesso è un diritto” perché esplode dentro di noi come una mina ad orologeria la quale, più o meno nel tempo, o si spegne o si carica. L’eccesso è arte, è virtù: l’essenza dell’uomo è contenuta proprio nel lavoro finalizzato a creare, a rendere nella misura più alta ogni cosa che egli compie. Ecco il Barocco come essenza dell’uomo, perché l’arte ha raggiunto gli eccessi. Eccedere significa tuttavia rendersi conto di dover partire piano. Non si può passare da una staticità a un valore estremo in pochi attimi. Forse solo l’età barocca ha avuto una capacità, una coscienza per arrivare a questo. Lo stesso Illuminismo, importante e vivo, non ha raggiunto un livello di eccesso: la ragione che ha un potere universale, solo nell’età del seicento, spinta da una voglia irrefrenabile, come in un eccesso di razionalità, ha prodotto questi capolavori.

Il senso dunque qual è? Un discorso, me ne rendo, forse a tratti sconnesso, contraddittorio ma di una logica tagliente. Io credo e mi auguro che sia così che l’intera umanità non possa arrivare in nessuna di queste due cose: non possiamo essere devoti alla noia, perché essa ci sfiancherebbe, non possiamo essere devoti all’eccesso, per un rigore che ci è dettato dalla razionalità che agisce su quello che compiamo. E allora? Cerchiamo sempre la politica della moderazione, della medietas di Orazio. Capiremo bene cos’è la noia, cos’è l’eccesso, cosa siamo noi.

M.T.C,