20 anni dopo: stessi dubbi, stessa rabbia… IL TESTARDO GIOCO DEGLI EROI


20 anni. Quasi quanti ne abbiamo noi, ragazzi di oggi che vivono nello Stato dell’incuria e dell’illegalità. 20 anni, oggi, da Capaci; il “23 maggio” era già scritto da mesi, da anni, sui taccuini della mafia, che aveva deciso di uccidere la dignità per preservare il suo “onore”, quello fetido e macchiato dal sangue delle vittime. 20 anni fa a Capaci morivano alcuni dei nostri martiri: gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, sono morti per un sensibilissimo senso del dovere; Francesca Morvillo è scomparsa per una incommensurabile dose d’amore e di sacrificio dimostrata al fianco del marito; Giovanni Falcone non c’è più, perché si era avvicinato troppo alle dinamiche della mafia, ne era entrato nelle viscere, nei meccanismi reconditi, e come un tarlo – insieme ai suoi colleghi – stava rodendo l’intoccabile perfezione della Cupola. Giovanni Falcone è morto, perché era vicino alla Verità; Giovanni Falcone è morto, perché la mafia è vile e aveva paura di lui; Giovanni Falcone è morto perché lo Stato lo aveva isolato nel recinto del rancore…

20 anni fa con Capaci è saltata in aria la speranza: quella del cambiamento, della legalità, della giustizia… Capaci è stata un’esplosione dentro i nostri occhi, una deflagrazione senza precedenti che ha sconvolto i nostri cuori, che parevano protetti dal sorriso maestoso e fiero di quegli uomini e quelle donne, protesi al sacrificio immane e di esso incuranti: persone dedite al loro lavoro, al loro amore, alla loro terra. Dopo Capaci, e dopo Via D’Amelio, la paura ci ha ripreso la mano e ci ha condotto avanti, facendoci abbassare la cresta davanti a certi soprusi: soprattutto perché eravamo soli – e ci sentivamo soli – a combattere contro la paura e contro la mafia… Dopo i Ninni Cassarà, i Rocco Chinnici, i Beppe Montana, i Carlo Alberto della Chiesa, i Rosario Livatino, i Pio La Torre, i Calogero Zucchetto e gli altri, tantissimi innumerevoli morti, morti ammazzati perché “colpevoli d’innocenza”, è venuta Capaci a sconvolgerci, e subito dopo via D’Amelio. Uno sconvolgimento che ancora oggi non trova risposta, per colpa delle indagini fasulle, dei depistaggi, degli insabbiamenti, dei muri di gomma eretti da non si sa bene chi per difendere gli interessi superiori, e le eventuali – ahimè forse probabili – collusioni tra mafia e Stato, che tante indagini giornalistiche e giudiziarie continuano ad appurare e riportare alla luce nell’assordante silenzio delle istituzioni governative.

Oggi, nel giorno in cui lo Stato si affanna tanto per ricordare questi eroi moderni, a ricordarli solamente con l’ampiezza della sua vuota retorica da parata, e senza pentimento senza dolore senza battiti di cuore, mi sento di riproporre in modo discreto questa specie di ballata, dedicata a Giovanni Falcone e agli altri (magistrati, agenti di polizia, giornalisti ecc.) che hanno agito con la mentalità e col lavoro in nome del rispetto della legge e contro la criminalità organizzata a ogni livello. Ricordando che il nostro ‘mea culpa’ non deve essere solo mestiere di un solo giorno, nel giorno delle commemorazioni più evidenti… Dedico questa poesia ad Ettore Zanca, giornalista e amico che ho conosciuto un anno fa circa e che gode di tutta la mia stima per la sua determinazione nel raccontare storie di mafia, lui figlio di quella Sicilia che contiene nella sua bellezza il seme della torbidezza illegale.

Oggi e sempre, staremo con le lacrime addosso nel ricordarli, questi Eroi della Legalità e della Giustizia, che non meritano di essere chiamati “eroi di Stato”: lo Stato li ha abbondantemente dimenticati, e forse “uno STATO” in Italia non è mai esistito, né ora né tantomeno allora, se ha consentito di far morire da soli loro, questi Eroi: loro,  tra gli ultimi “uomini” di questo mondo. Sarebbero stati eroi di Stato se lo Stato li avesse protetti, oppure se esso si fosse riconosciuto/si riconoscesse nei principi e nei valori che gli Eroi hanno portato avanti nella loro orgogliosa esistenza: ciò non mi sembra sia accaduto, perciò preferisco chiamarli Eroi della Legalità e della Giustizia, i massimi valori collettivi che uno Stato dovrebbe condividere e perseguire, sempre e in ogni luogo… Il rischio che le nostre coscienze devono evitare è di essere etichettate come “professioniste dell’antimafia”: penso che Leonardo Sciascia si riferisse all’inconcludente scialare della retorica che si è consumato in questi anni. Un teatrino tanto ridondante quanto sterile, compiuto soprattutto da chi occupa postazioni di rilievo tra politica, magistratura e forze dell’ordine, e che dovrebbe ora –  specie nel primo caso – passare definitivamente alla prassi, ricordandosi delle parole e dei propositi che hanno disseminato dietro di sé. Ricordandoci che il miglior modo per cambiare è avere il coraggio di gridare…

IL TESTARDO GIOCO DEGLI EROI

A volte, possono esistere

ed esistono persone con cui si condivide

lo stesso tetto, con cui si respira

la stessa aria, con cui si parlano

le stesse cose per giorni interi

o in tutta una (in)sana vita:

e quelle persone ci restano

indifferenti, ci trasmettono

i giri sulle giostre delle loro abitudini,

spacciandoceli per lezioni di vita;

e ci inoculano pochi e stentati consigli,

seguendo le logiche del rancore

e le metafore dello scherno.

E ugualmente esistono

altre persone, incontrate

quasi per caso nell’epoca

della mutilazione del coraggio,

persone con cui si scambiano

due battute in un paio d’ore,

e che diventano inconsapevolmente

amici, compagni di una battaglia enorme

giocata sugli slanci d’entusiasmo,

e sempre in balia della diffidenza circostante.

Ed è da loro

che apprendiamo le losche strategie del profitto,

l’eterne storie dei ladri e delle guardie,

è da loro

che apprendiamo le scalate alle vertiginose

vette del potere, le corruzioni connivenze

deviazioni della giustizia e della politica.

Sono amici, che hanno nel sangue

il dovere sacrosanto del cittadino:

il dovere di avere diritti;

che camminano con gli occhi vigili

e le spalle scoperte, senza protezione

e senza influenze politiche

da rivendicare, ma armati solo

della sana speranza della Parola,

della sana passione della Verità.

Queste persone ci insegnano

in una sola densissima volta

le favole in cui gli stronzi

uccidono gli onesti,

e ci narrano che quelle favole

sono reali, sono quotidiane

storie di ordinari pericoli,

che succedono ogni giorno

a tanti, a pochi chilometri di distanza

dalle nostre pelli ignare.

Ed è da loro

che apprendiamo il testardo gioco degli eroi,

che anche noi vorremmo giocare

in questa terra: qui, dove essere cittadini,

pensarla diversamente,

dirla diversamente,

è già diventare come piccoli eroi.

Ma i grandi eroi sono altrove,

e le lapidi sono lì a ricordarli:

qualcuno di loro ha un sepolcro

messo lì, a futura memoria,

ogni tanto viene lucidato

dalla retorica e dall’ipocrisia

solo per toglierlo un po’ dalla polvere;

il nome di altri viene santificato

nelle sterili sfilate della domenica,

quelle che dicono tutto un dissenso

ma finiscono per non dire niente.

Ma gli eroi sono grandi

perché la loro Memoria

ha già marchiato la Storia;

sono grandi, gli eroi, perché

nelle loro parole piene di gesti

pulsa il cuore della dignità

della rabbia civile

in loro monta la passione

del dire no, sempre.

E gli eroi sono grandi

perché nella fottuta

dannata serva Italia di angoscia ostello

ogni eroe muore da solo:

colle carte riempite

dal sudore e dal sacrificio degli anni

ogni eroe muore da solo;

col cuore invaso dal dovere

e ostinato dall’invidia altrui

ogni eroe muore da solo;

imbottito di tritolo o di piombo

e accusato di innocenza,

colpevole di dedizione

ogni eroe muore da solo.

Ed è dal cielo della sua solitudine

che l’eroe ci ricorda

qual è la purezza da cercare,

qual è la vita da pretendere:

è da lì che la nostra Speranza

si nutre, e forti ora le nostre gambe

si rafforzano e camminano.

Alessandro Liburdi, 23 maggio 2012

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