Se le elezioni diventano la politica


di: John Lilburne
Fiorisce la democrazia della nostra modesta primavera araba, rinasce la partecipazione giovanile, i comizi sono gremiti, ne viene fuori un’immagine che fa un po’ Italia anni 50’ e tanta voglia di crescere. Tutto dura circa un mese, poi si ripiomba nel silenzio e la gente rimane convinta dell’illusione di vivere in un paese democratico. Nei restanti tempi morti che ci separano dal prossimo confronto elettorale gli spiriti sono sopiti e a nessuno interessa più ascoltare l’opinione di quelle stesse persone che, appena un mese prima, venivano accerchiate con foga da folcloristici funzionari di partito. Lo spettacolo, invece, deve continuare. Se svuotiamo la politica di ogni significato e la riduciamo al semplice momento elettorale, trasformiamo il panorama in un’arena perenne in cui si confrontano schiere numeriche dai volti ammiccanti. La bellezza, le amicizie, la simpatia, la famiglia, i soldi spesi per la campagna, le alleanze, queste diventano le armi di uno scontro che assomiglia piuttosto a un concorso di bellezza che a una battaglia delle idee in cui è necessario convincere le persone della bontà del proprio progetto. Il programma è diventato lo strumento principe della pubblicità, il luogo del nonsense, il libro dei sogni infranti e bugiardi di chi non ha più nulla da dire sul futuro e cerca nel proprio passato qualche bella battuta. La giunta si fa a tavola, dove si prendono tutte le decisioni importanti, poco importa se la competenza necessaria per essere assessori si confonde con il numero di elettori di un potenziale consigliere elettorale, tutto fa brodo nel calderone oscuro in cui questa oligarchia mescola i propri elementi. Il comizio più che essere un buon canale di confronto con i cittadini (interattivo? Per carità!) è il sipario banale dietro cui nascondere la propria pochezza, arringando la folla e cercando il calore del proprio pubblico. Il voto è leggero, si può promettere, scambiare, può persino cambiare colore senza il bisogno di un’attenta analisi delle colpe e dei meriti. Se le elezioni sono tutto quello che possiamo trarre dalla politica non ci resta che rifugiarci in quel cantuccio di democrazia che la nostra indifferenza ci ha lasciato, provando a spiegare di nuovo cosa voglia dire “fare politica” in un mondo di analfabeti (indotti, s’intende).

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