Il Festival di San Remo ceccanese….


di Gizzi Pierfrancesco

Si cercherà di creare una dolce ironia sul periodo pre-elettorale ceccanese spero vi possa divertire ma allo stesso tempo far pensare, almeno un pò.

Iniziamo il nostro show con la vincitrice quest’anno del Festival:

Non è l’inferno, ma non comprendo…(Emma)

A due anni dalle elezioni amministrative comunali di Ceccano, i motori della politica ceccanese cominciano a riscaldarsi. Il semaforo verde è ancora tardo a lampeggiare, quindi prepariamoci meglio che possiamo; che vinca il migliore.
Si cominciano ad attaccare manifesti in giro per Ceccano consumando inchiostro e carta a go-go al fine di presentare, e far così conoscere, i “nuovi” candidati…aspettate!! Ma sono sempre gli stessi!! In poche parole mi state dicendo che si sta ricandidando la stessa gente e nonostante questo vengono attaccati anche i manifesti?? A che pro?? Oramai i cittadini vi conoscono a memoria; c’è forse qualche cambio di simbolo ma il “Campione” è sempre lo stesso. Cara Emma di certo non sarà l’inferno ma, come dici bene tu, <<non lo comprendo>>.

Son solo parole, le nostre sono solo parole…(Noemi)

Vabbè cara Noemi, se tu componi canzoni così prima delle elezioni politiche, tagli lavoro a critici, letterati e comici. Che cosa posso dire? Sono solo parole. In questa Italia così troppo politicizzata dai partiti (e non dal popolo), soffriamo molto di quello che in economia viene definito <<effetto annuncio>>. Per chi non lo sapesse l’effetto annuncio non è altro che la fiducia posta in un politico, con il voto, ad una sua promessa elettorale: di questi tempi così innovativi sarebbe più facile credere, come diceva un vecchio cartone Disney, <<agli elefanti volar!>>.. Per adesso abbiamo avuto un assaggio di  promesse/sogni/utopie da parte di quasi tutti i candidati ad un, chiamiamola così, “provocazione” di un prof-blogger di cui vi linko l’indirizzo dell’articolo: http://pietroalviti.wordpress.com/?s=10+domande

Spero che questa canzone non diverrà la colonna sonora dell’elezione ceccanesi 2012 perché sennò avremo la solita situazione gattopardesca. Credo che siano solo parole, far risorgere partiti morti da anni solo per la elezioni, o pubblicare giornalini e volantini, creare blog o account per controllare/rispondere le varie discussioni internautiche. Natura non facit saltus, la natura non fa salti. Salti?? Qui più che salti si vedono veri e propri giochi acrobatici circensi.  Ripeto, per ricordare proprio a tutti, <<Sono solo parole>> pubblicare continue inchieste o articoli su Ceccano e postarli di continuo sui social network e non intervenire mai in dibattiti pubblici, o peggio ancora, non essere intervenuti prima d’ora.

E che qualunque cosa accada, noi ci vediamo a casa.. (Dolcenera)

Cari amici non voglio annoiarvi troppo ma gli ultimi avvenimenti, un po’ mi hanno sconvolto devo dirvi la verità. La forza di un partito è più forte dell’amore del proprio paese. Io ho voluto scherzarci su con quest’articolo, ma sinceramente sono molto sconsolato quando si parla di politica locale. Non voglio un “governo tecnico”, voglio un governo responsabile. Non sto mica chiedendo la luna, voglio solamente far tornare Ceccano (la nostra casa) ai suoi vecchi albori. Chi non lo vorrebbe? Nel libro di Pennacchi, Canale Mussolini, un personaggio dice sempre questa frase per spiegare il comportamento delle persone: ognuno ha le sue ragioni. Prendete e portare a casa questa frase, ragionateci su e accertatevi che le vostre ragioni siano buone prima che sia troppo tardi.

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Buona Santa Pasqua del Signore…


di Gizzi Pierfrancesco 

ImmagineUn augurio di una Santa e felice Pasqua a tutti i nostri followers!

Che in questi momenti difficile di crisi, non solo economica, ma sopratutto morale e interiore, non si dimentichi mai che Gesù Cristo è risorto ed è vivente per sempre in mezzo a noi. Grazie a Lui siamo stati liberati dalla morte per ricongiungerci al nostro Padre Celeste, per l’eternità. Il vangelo di questa Santa Pasqua ci racconterà la scoperta della tomba vuota da parte delle donne e di due discepoli. In merito a questo vi invito a leggere quest’illuminante commento di mons. Domenico Sigalini: http://www2.azionecattolica.it/anche-noi-come-quei-due-verso-emmaus

Il Signore ci conceda la grazia di essere luce e gioia del/nel mondo, affinché la pietra, che chiude il nostro cuore all’Amore, scivoli via così che possiamo finalmente credere e testimonare a tutto il mondo, l’amore di Cristo per tutti noi!

L’effetto lavatrice della elezioni


di: John Lilburne

Alla vigilia del confronto elettorale il lavoro alacre della giunta Ciotoli sembra essere scomparso. Tutti citano il passato di striscio e si tengono ben lontani dallo spiegarvi cosa si nasconde dietro questa studiata noncuranza. Manuela Maliziola, ad esempio, pare quasi dissociarsi da coloro che, legati alla sua lista civica, hanno dato il loro assenso alla Ceccano che tutti noi vediamo oggi. Nella spartizione degli ex è andata male a Cerroni, meglio invece ai cugini del centrosinistra che praticamente rappresentano la vecchia amministrazione a loro insaputa.  Sono proprio tutti contrari a Ciotoli, q.b., quel tanto che basta a farsi belli in pubblico e non ledere l’orgoglio di qualche sodale. Per fortuna il candidato Maliziola toglie tutti i dubbi e apre il suo intervento nel dibattito di qualche settimana fa su Extra Tv dicendo “Io parto da un presupposto: che fino ad adesso c’è stata una buona amministrazione”. Se questa è la Ceccano che volete – aggiungeremo – accomodatevi pure, avrete sotto gli occhi l’esempio lampante di un futuro radioso, gestito con altrettanta perizia e capacità. Poi però la Maliziola  (questa, crediamo sia la sua strategia comunicativa) ripete ossessivamente la parola “nuovo” ed uno va a cercarsi la definizione sul vocabolario e legge tra i significati della parola (usata qui come sostantivo: “Rappresento il nuovo”)

Ciò che è nuovo o si presenta come tale”

Ecco. Appunto.

Delle due l’una: o si sta dicendo che Ciotoli ha amministrato bene, quindi è auspicabile ripetere questa affascinante esperienza e non si cercano nuove strade per fare quello che si è fatto già al meglio (ergo non si è “nuovi”), oppure se ha governato male, che senso ha rappresentare quell’idea di città, bisogna combatterla ed essere, si, adesso si, nuovi.

Daremo alla Maliziola l’attenuante della brava persona che si è messa alla guida di una ciurma poco raccomandabile, certo una cosa è sicura: nessuno l’ha costretta.

La pittura e l’armonia inquieta: Marco Gizzi e il mestiere dell’immaginazione


Finora Marco Gizzi lo avevo visto a qualche incontro della Fabraterni: una decina di conversazioni sporadiche, con una semplice stretta di mano, il «come stai?» di rito e un sorriso, il suo, segno di una grandezza interiore che non si lascia trasparire e che dietro quel sorriso vuole continuare a nascondersi, nello straordinario mondo che ha coltivato dentro sé. Ora lo rincontro all’alba di questa primavera, nel giorno dell’equinozio da sempre tanto propizio per il giardino, che lui personalmente cura nella sua splendida casa alle porte di Ceccano. Mi accoglie, Marco, parlandomi di fiori con una perizia piena di amore: i giacinti profumati sotto la veranda sono il miglior segno di benvenuto che si possa ricevere arrivando davanti alla porta di casa. Appena entrato, mi accorgo ancora di più che la casa non è una casa, ma è già un museo, una corolla di stanze che ospitano le tele di Marco, che ospitano tutto il suo mondo figurativo e visionario: a partire da quella splendida sirena adagiata sullo scoglio e dalle montagne piene di occhi che gli fanno da sfondo, che compare in salotto lì, sovrana prestante della sua fervida immaginazione. Dopo aver salito la scala a chiocciola, si entra nel suo spazio che è insieme studio, laboratorio e bottega: uno studio perché nell’arte di Marco c’è tanta tantissima sapienza; un laboratorio perché la sua opera è anche sperimentazione scientifica; infine una bottega, perché Marco è fondamentalmente un artista ante litteram, che lavora artigianalmente sulla tela e da essa estrapola un linguaggio figurativo tutto particolare, pieno pienissimo delle più svariate simbologie che lui, artista di trentennale esperienza, maneggia come un demiurgo mantenendo sempre una dimensione umile e frugale. In questo ambiente piccolo e pieno zeppo di tele e pennelli, colori e riviste, modelli per nature morte e riproduzioni di elmi medievali, in questo spazio impregnato dell’odore magico della tempera a olio, Marco lavora e confessa che solo qui dentro riesce a essere davvero se stesso… Ed è qui, in questa mansarda che ha finestre chiuse e una potente luce elettrica, che comincia la nostra conversazione.

Partiamo dalla domanda consueta che i lettori aspettano sempre, con la fame di capire e carpire i segreti dell’ispirazione artistica: come hai iniziato a dipingere? E quale metodo segui nella tua pittura? Te lo chiedo perché mi sembra molto suggestivo e particolare il tuo dipingere al buio, o meglio con la luce accesa e le finestre chiuse…

Beh sì, da questo punto di vista mi sento molto ‘crepuscolare’. Non che non ami la luce solare, ma preferisco godermi il sole stando fuori casa; quando dipingo invece non voglio avere distrazioni da parte del sole: voglio concentrarmi solo sul quadro che sto dipingendo e che pian piano si forma davanti a me, trasmettendogli tutte le mie sensazioni del momento e senza seguire procedimenti imparati altrove. Difatti, non mi rifaccio a nessun metodo, perché non ho frequentato scuole d’arte: il mio ‘metodo’ è del tutto personale. Per quanto riguarda il ‘come’, ho cominciato a fare arte sin da piccolo, soprattutto disegni: ricordo che disegnavo in continuazione e dappertutto, lasciando le mie impronte anche sui banchi dell’Itis che ho frequentato. La pittura vera e propria invece è arrivata più in là, con la morte di mio padre, e si è sprigionata per colmare proprio quel vuoto che avevo dentro. Ma d’altronde non poteva non essere così: sono convintissimo che la vita viene dalla morte, perché è dalla morte che essa rinasce e che si rinasce alla vita vera, che è poi quella spirituale e interiore, quella assoluta. E perciò la pittura, per me fonte di vita e coraggio, è nata proprio da quell’evento. Oggi la pittura la definirei non come ‘ispirazione’, ma come ‘respirazione’, come fenomeno del tutto naturale e inevitabile, che mi consente di vivere e dipingere seguendo un ritmo tutto spontaneo, per nulla costruito: seguendo insomma l’euritmia dei greci, l’armonica unione tra la mia mano che dipinge e il quadro che ‘si fa’.

Quali sono i tuoi soggetti? Negli ultimi anni mi sembra che ti sia concentrato soprattutto sui cavalieri medievali, ma la tua produzione riguarda anche nature morte e rappresentazioni surrealistiche tra mitologico e sacro.

Sì, i primi quadri erano prevalentemente surrealistici: li dipingevo senza disegno preparatorio, facendomi semplicemente guidare dall’istinto; la maggior parte di quei quadri erano scuri o con poca luce, un tratto questo che ho poi sfumato in maniera evidente, visto che oggi utilizzo tantissima luce. I miei soggetti sono frutto delle letture del tutto casuali da cui mi faccio prendere. Sono sempre stato molto ‘anarchico’ nella scelta dei soggetti: mi soffermo su un argomento che mi interessa, e mi documento in lungo e in largo su quell’argomento! A tale scopo, ho letto tantissimo sui cavalieri medievali, le milizie sacre, i templari, e li ho poi idealizzati nei miei quadri (in tutto 6 dal 2004, nda) trasformandoli in un mito personale che risale alla mia infanzia, all’epoca in cui giocavo e fantasticavo con le figure dei cavalieri. Credo fortemente infatti, che noi discendiamo completamente dall’infanzia: è lì che si forma la nostra personalità, che è tutta basata sulla fantasia, sull’immaginazione, senza la quale saremmo solo trogloditi prossimi allo stato bestiale.

Ho cominciato invece a dedicarmi alle nature morte poco dopo gli inizi, per acquisire le tecniche di pittura. Successivamente mi sono affezionato al genere, perché ho capito che spesso le nature morte sanno essere più inquietanti dei soggetti umani: basta spostare di qualche centimetro la loro disposizione, scegliere dei colori diversi, direzionare da un altro punto di vista la luce che le colpisce – o che al contrario le relega nell’ombra – ed ecco che si raggiungono esiti più drammatici, o al contrario più pacati. Per questo nutro per le nature morte una certa ‘simpatia’.

Parlando di Surrealismo, mi diventa d’obbligo chiederti: quali sono i tuoi modelli di pittura? Il tuo percorso passato e presente certo non segue i canoni imposti dall’arte contemporanea, dove basta uno squarcio sulla tela alla Fontana o un dito medio alla Cattelan eretto come statua per parlare di arte…

Sarò franco: per quanto mi ispiri all’arte del Seicento, e prediliga quei colori e quelle luci, la caffetteria di una mia natura morta non potrà mai appartenere al Seicento, per quanto possa usare una caffetteria di quattro secoli fa. E lo dico per un motivo molto semplice: allora si dipingeva con la candela al fianco; io invece dipingo con la luce elettrica del Duemila. La differenza non è solo tecnica, ma è sostanziale: cambia il trattamento della materia, cambiano i giochi d’ombre, cambia l’atmosfera del quadro… Perciò, ogni opera d’arte per me è sempre contemporanea, perché è legata irrimediabilmente e inevitabilmente al mio presente, e perché si svolge nel mio presente. Tra i modelli in cui mi riconosco, ho apprezzato tantissimo Ernst, Dalì e Magritte: li ho conosciuti dopo aver cominciato a dipingere, e nella loro tecnica e concezione del mondo mi sono perfettamente ritrovato. Tra gli altri però mi restano particolarmente cari i Preraffaelliti: prima che pittori erano intellettuali straordinari, e per me il binomio conoscenza/arte resta fondamentale per poter dipingere.

Per quanto riguarda l’arte contemporanea, non me la sento francamente di dare giudizi, poiché il mio retroterra artistico risale ad altri tempi, lontanissimi da oggi: personalmente infatti non riesco a tralasciare i modelli estetici del passato per proseguire la mia pittura, perché sono convinto che non può esserci azione nel presente senza affrontare e attraversare le testimonianze del passato, della storia. Mi permetto di spendere due parole sugli artisti contemporanei: non ho niente contro Cattelan & co., ognuno fa arte nel modo che ritiene più opportuno. Tuttavia sento parlare a destra e a manca di ‘maestri’, e la ritengo una parola del tutto abusata, inflazionata. Parlare di ‘maestri’, oggi come sempre, vuol dire trovare nella storia dei punti di riferimento esemplari, degni di essere seguiti per il loro alto valore intellettuale e ideale. E francamente, non so fino a che punto l’arte di oggi sia un’arte da maestri: anche perché nessuno di noi sa dire se o quanto l’arte di oggi lascerà un segno tangibile nel futuro. Non lo sappiamo, perciò dovremmo evitare di ricorrere a queste classificazioni così imbarazzanti e diciamo ingombranti.

Quale rapporto intravedi tra l’arte in genere e i giovani di oggi? Escludendo la fotografia digitale e le arti grafiche di ultima creazione che sfruttano molto il computer e che sembrano particolarmente appetite dalle giovani generazioni, ti chiedo se e quanto ritieni che l’arte sappia e possa ancora emozionare e affascinare i ragazzi.

Secondo me tanto dipende dalla predisposizione che ognuno possiede, dalla sensibilità. Se uno è sensibile, verrà sicuramente colpito da un’opera d’arte e la guarderà con interesse. Questa sensibilità senz’altro bisogna avercela dentro: essa testimonia che una persona ha nel suo DNA intellettuale una propria concezione estetica del mondo, una propria idea del bello. A tal proposito non credo nemmeno che l’arte sia questione di tutti; l’arte è universale perché si rivolge a tutti, ma purtroppo solo pochi riescono a captarla. Certamente l’arte è un diritto di tutti, ma non deve essere per tutti una costrizione: dovrebbe suscitare emozioni e sensazioni di stupore e di bellezza spontaneamente, senza obblighi. Qualora non riesca a farlo, le spiegazioni plausibili sono due: o non è arte, oppure non si ha la sensibilità per leggerla e captarla. E, nel mondo di oggi, spesso succede proprio così… Ciononostante l’istruzione scolastica – e l’educazione familiare – possono fare moltissimo, prendendo il bambino e iniziandolo letteralmente alla visione e alla lettura del Bello già dai primissimi anni: così sarà più probabile che il futuro ragazzo cresca maturando una sua concezione dell’arte. Ecco dunque, per ‘salvare’ l’arte ci sarebbe bisogno di questa costante propensione a essa da parte dei giovani, sollecitati ovviamente dalle persone più grandi e dalla loro sensibilità.

Come pensi di poter definire il tuo rapporto con la provincia, e con l’Italia? È notorio il fatto che sei più apprezzato e celebrato all’estero di quanto non succeda nel nostro Paese. Tue opere fanno parte di importanti collezioni in America, Inghilterra, Germania, Nuova Zelanda… Qual è dunque il tuo rapporto ideale con il resto del mondo?

Beh, inutile girare attorno: sono più conosciuto fuori d’Italia, ma non me ne lamento… Tuttavia vorrei partire da questa domanda per parlare di una sensazione di cui mi sono accorto viaggiando all’estero. E la dirò senza motivi di polemica personale: quel che manca davvero in questo Paese è l’orgoglio di essere italiani, la consapevolezza di appartenere a una terra straordinaria che ha visto fiorire civiltà incommensurabili e stupende: la terra degli antichi Romani, e poi del Medioevo, e poi del Rinascimento! E invece sembra che solo all’estero siano in grado di apprezzare tanta ricchezza artistica e culturale: noi italiani siamo abituati piuttosto a pensare ad altro, e a lasciare marcire questo patrimonio immenso. Un patrimonio che in altri Paesi sarebbe valorizzato al massimo e porterebbe lustro e dignità! È triste inoltre vedere che un’altra culla della civiltà occidentale, la Grecia, venga percepita dall’Europa come una zavorra ingombrante di cui liberarsi. Al di là delle questioni economico-finanziarie, ricordiamoci tutti quanti che noi veniamo da lì, perché la civiltà e la cultura e l’arte e la filosofia che abbiamo provengono da lì e sono ancor oggi straordinariamente attuali! Ecco, a me sinceramente pensare che la terra che ha partorito tutto questo serbatoio di esperienze mitiche e storiche si trova ora in una crisi economica-sociale così radicale, mi trasmette dei brividi di terrore e mi scoraggia; sapere che in Grecia sono nati i concetti di Bellezza e Armonia, su cui basiamo tutte le nostre valutazioni e i nostri sentimenti, mi dà un senso di precarietà profonda! È come se davvero morisse una parte del mio intelletto e della mia interiorità, che così come quelle di ognuno di noi sono nate archetipicamente lì,e lì attingono per trovare nuova ispirazione e nuovo slancio.

D’altro canto, non è che mi definisca un amante dei viaggi, un turista nell’accezione settecentesca: perché dovrei viaggiare? Per conoscere nuovi posti? Per fare nuove esperienze? Per entrare in contatto con il mondo? No, il mio mondo è tutto qui, nel raggio ristretto tra questo studio e il giardino dove amo immergermi per sentirmi in comunicazione con la Natura: ecco perché non sento l’ansia spasmodica del viaggiare. Mi rispecchio in una frase che ho sentito qualche tempo fa, ma di cui ora mi sfugge l’autore: «viaggiare significa annoiarsi altrove». Anche perciò preferisco viaggiare dentro di me, consapevole che bisogna essere soli e stare soli e vivere quella solitudine per conoscersi appieno, e per poter comprendere il proprio rapporto con il mondo circostante.

Qual è il libro/i libri che hai amato di più nella tua vita? Si accettano anche divisioni per età, se lo vuoi…

Così su due piedi non riesco a dire un libro o dei libri che abbiano segnato la mia vita. Sarà perché ho letto e leggo parecchio, dai volumi di religione ai saggi storici, dai testi magico-esoterici ai libri di cultura medievale. Se posso aggiungere una postilla culturale, ammetto che sono anche molto appassionato di film di fantascienza, di cui amo gli effetti speciali. Questo perché ritengo che il cinema, come l’arte, debba essere spettacolare, debba stupire e meravigliare l’osservatore anche con l’utilizzo degli effetti speciali. Se dovessi scegliere, però, direi La saggezza della vita di Schopenhauer: è un libro in cui mi sono talmente immedesimato che ha finito per riflettere puntualmente la mia concezione dell’esistere. In questa raccolta di aforismi ho trovato la definizione esatta di certi miei pensieri e suggestioni che mi erano rimasti confinati nell’anticamera del cervello, e di cui ho scoperto l’esistenza solo con Schopenhauer, tramutandoli in parole che prima erano lontanissime dal poter comparire. Lo stesso filosofo tedesco dice che credere che i piaceri conducano alla felicità è e resta una convinzione negativa, un’illusione pura. Al contrario, i dolori devono essere sentiti come positivi: e la loro assenza è il criterio per la felicità della vita, così come lo è l’assenza della noia. Insomma, mancando il dolore e la noia, sostanzialmente si raggiunge la felicità: il resto è chimera.

E quale frase, verso o aforisma porresti come testimonianza significativa della tua esperienza artistica?

(qui, con occhi sorridenti e saggi, Marco si illumina e proclama sinteticamente, come un demiurgo a guardia della sua esistenza) Aristotele: «La felicità è di coloro che bastano a se stessi».

Alessandro Liburdi

Ceccano 2012, la nostra idea di città


 

Uno spot che riassume alcune delle nostre idee sulla città di Ceccano. Sono questi i cardini del nostro progetto, attorno ai quali abbiamo raccolto (e continuiamo a farlo) energie e consensi. Sperando che questo paio di minuti convinca qualche insoddisfatto della politica a prendere in mano un pennello e ridipingere dei suoi colori preferiti la facciata di questa democrazia ormai passiva ed elettorale. I volti che vedrete nello spot non sono solo quelli delle menti che popolano di idee il movimento, quanto quelli dei cittadini che hanno capito che la continua delega ha impoverito la politica illudendo i politici del fatto che questa difficile arte fosse cosa loro. Bisogna invertire quello che ormai è diventato un rapporto di sudditanza col capo di turno e cominciare ad amministrare, finalmente, questa città. Ognuno di noi possiede un piccolo grande potere decisionale, chiuso nel segreto dell’urna, ognuno di voi può farsi autore di questa piccola rivoluzione, smettendola di votare il meno peggio, di scegliere per sentito dire o per lo scambio fatto tra un diritto e un “favore”.

Accendetevi ragazzi, sarà difficile spegnervi!