Basta con l’affissione elettorale selvaggia!!


Di Gianluca Popolla

Ci risiamo!!

Si avvicinano le elezioni ed i muri del nostro paese tornano ad essere imbrattati con centinaia e centinaia di manifesti, senza che qualcuno possa porre fine a questo scempio.
Sebbene ritenga opportuna la pubblicità elettorale, non posso non dire che esistono dei limiti e delle modalità di raggiungere l’obiettivo: convincere l’elettore della maggiore bontà del proprio progetto.

Siamo stati abituati ultimamente ad accendini, penne, portachiavi: i partiti locali stanno diventando, con intensità differente, delle macchine elettorali prive di programmi e piene di alleanze, giochi di potere e sotterfugi.

Così si perde, per come la vedo io, i punti focali dell’azione politica: Ceccano ed i suoi cittadini.

Mi chiedo ad esempio se  i partiti credono che tappezzando di loro manifesti le mura della nostra città migliorino la nostra esistenza o se ricoprendo i manifesti dell’avversario di turno pensano di convincere il ceccanese della migliore qualità delle loro idee per amministrare il paese.

Poi mi chiedo, ma perché  i candidati affiggono i manifesti su quelli degli avversari?
C’è uno spazio predefinito per ognuno, oppure vige la legge del più forte, leggasi del più ricco?

Io propongo, e penso sia doveroso farlo, che venga fatta chiarezza sui punti utilizzabili per l’affissione dei manifesti, rendendo pubblica la suddivisione degli spazi e dei loro proprietari tramite il web e/o apposite bacheche.

Se pensano realmente che affiggendo più manifesti o coprendo quelli dell’avversario riescano a convincerci, forse sono convinti della nostra manipolabilità: smentiamoli e votiamo per il programma, non per i manifesti.

Annunci

…8000 leghe sotto la democrazia: pt. 2


E così viviamo, tutti quanti nessuno escluso, nel paradosso più truce, nella contraddizione più dolorosa: in un’Italia che ha dentro di sé, nascosti da qualche parte in fondo alle tasche scucite, i semi del cambiamento le speranze del cambiamento le convinzioni del cambiamento, ma che poi finisce per tarpare le ali a questi semi/speranze/convinzioni, per metterle nel carcere della rassegnazione, della derisione, della diffidenza. Viviamo tutti in questo delirio in cui le idee e le potenzialità vengono frust(r)ate dalla massa perché tutto continui a svolgersi secondo pregiudizio, perché il potere si mantenga al potere, perché resistano l’ignoranza – suprema madre degli imbecilli – e la condiscendenza verso il clientelismo, il compromesso e il voto di scambio: al massimo viene consentito che si levi qualche grido, qualche lamentela, ma niente più. Tutto deve essere mantenuto nel silenzio, nell’immobilità; le manifestazioni di diversità vanno isolate, mummificate, chiuse nel recinto con la museruola addosso perché sono pericolose per la cosiddetta convivenza civile, perché aprono interrogativi, squarci, dubbi, e il sistema politico a tutti i livelli non tollera tutti questi dubbi, questi squarci, questi interrogativi. Il potere (anzi il Sistema, che comprende le ramificazioni politiche del potere insieme al bene placet della massa imbelle) non tollera che si parli di una discarica sepolta nel cuore del paese, non tollera che qualcuno alzi la mano per chiedere notizie sul Palatiberia crollato, non tollera che si puntino i piedi sulla trasparenza amministrativa o sui lavori della Tribuna vicino alla pista di atletica. Il potere non vuole domande: tutto deve scorrere senza intoppi, senza grane, senza difficoltà. È il potere che stabilisce i tempi e i modi, e in base ad esso il Sistema si adegua. E dentro questo Sistema la gente ovviamente non sa immaginare altra cosa diversa dal potere: se ne lamenta ma poi alla fine non se la sente di rischiare la reputazione per rovesciarlo; a volte alza la voce ma poi alla fine preferisce mantenere la dignità macchiata dal compromesso, preferisce abbassare la testa e tenersi in disparte, salvo poi salire sul carro del vincitore senza un minimo di remora mentale.

La gente: cos’è la gente? Questo meccanismo straordinariamente amorfo, che non ha identità, e che pure sa essere così perfido, così maligno, e così straordinariamente anacronistico, secolare, arroccato nella conservazione della sua perfida e persistente ignoranza. Questo ammasso che ognuno di noi sente e vede, in giro per le strade o nei negozi, che senti lamentarsi di questo o di quello ma che poi non è disposta ad ascoltare le proprie coscienze – ammesso che ne abbiano… – e non è capace di mettere in discussione i suoi pregiudizi partecipando attivamente, incontrandosi con gli altri per parlare e prospettare un futuro più roseo per sé e per i propri cari. La gente è massa: tutt’altro che il popolo cui intendeva rivolgersi Gramsci… Beh, in fondo è molto più comodo starsene in disparte, uscirsene con le solite giustificazioni della famiglia, del lavoro e dello studio che non consentono di ritagliarsi cinque minuti di spazio per pensare alla propria città – però certamente la mezz’ora per la parrucchiera o l’oretta per il calcetto si troverà sempre, e con molto più affanno… È molto più comodo ripetere le consuete pappardelle: la frase remissiva “ci penseranno gli altri”, l’ignava “io non voglio immischiarmici”, la finta immodesta “io non mi sento all’altezza” o addirittura la fatidica menefreghistica “tanto son tutti uguali, quindi è inutile provarci”.

Viviamo in una terra, ragazzi, che è molto più a Sud di quanto si pensi: gli 80 km da Roma, che una volta mi parevano un cappello protettivo sotto cui stare, grazie ai quali potevo dire “meglio essere qui, che dalle parti di Napoli!”, ora mi sembrano 8000 leghe sotto la democrazia, sotto uno straccio di vita civile che ci stiamo tanto affannando a costruire nell’incomprensibilità stupita o soprattutto divertita dei personaggi comuni, di quelli che stanno a braccia conserte e intanto ghignano di arroganza, di quelli che non hanno un briciolo di ambizione per la propria terra e che poi sono subito pronti a ricorrere alla prostituzione (forse fisica, ma soprattutto mentale) per ottenere un posto di lavoro, o un quarto d’ora di visibilità, per farsi la consumazione gratis o il pieno di benzina pagato dal politico di turno. È in questo nichilismo delle idee che ci stiamo trovando a sognare il futuro…

Ma, tuttavia, in mezzo a tutto questo sfacelo, ho una convinzione sempre più ostinata: dovrà pur esserci un momento in cui questo Sistema dovrà patire una falla, un graffio, una smussata, uno squarcio, una crepa, qualcosa che lo colpisca nelle sue fondamenta solide, ma riempite di marciume morale; non so se questo momento arriverà o sto arrivando adesso, ora che la nostra avventura non dirò politica ma militante sta ottenendo la nostra prima visibilità, ma so per certo che siamo in un’età – la bellissima età dei vent’anni – in cui immaginare il futuro diverso non è solo un diritto, ma dovrebbe essere un dovere! Non siamo ancora diventati cinquantenni incalliti che hanno raggiunto una veneranda posizione di prestigio sociale, né siamo squallidi padri di famiglia che pontificano su tutto pur di difendere il proprio orticello di interessi. Siamo giovani, e dentro abbiamo il desiderio di far scoppiare più di qualche bomba dentro il Moloch assurdo e tentacolare che ci opprime; siamo giovani e il tesoro più grande che abbiamo è quello che Gianluca non tanto tempo fa chiamava (in)coscienza: io per adesso voglio vivere di questa lucida e spassionata (in)coscienza. Alla faccia di quanti, dai 18 anni in su, vi hanno rinunciato e vivono ora come se fossero morti dentro, senza la passione, l’indignazione, la sensibilità e il coraggio che fanno un uomo degno di portare questo nome. Alla faccia di quanti ci chiamano – e ci chiameranno – ‘pazzi’…

Alessandro Liburdi

8000 leghe sotto la democrazia pt. 1…


Ha cominciato a soffiare la primavera, in questo fine settimana, su Ceccano e sulla provincia. Ma non è di primavera quell’odore che si sente in giro, per le strade intasate dallo smog e dai balconi dei palazzi: è l’odore anonimo e del tutto normale della quotidianità, l’odore dei passi regolari e scattanti dei tanti pedoni che non si accorgono o non vogliono accorgersi di quanto sta accadendo in una delle vie secondarie del centro storico della città. Girano, questi illustri cittadini di tutti i giorni, e guardano quegli strani tipi che davanti alla sede restano a parlare aspettando qualcuno: alcuni con gli occhi attoniti si girano verso il muro, trattenendo un moto di ribrezzo; altri tengono gli occhi sgranati da una specie di ghigno malefico, un ghigno che si rivolge verso quei tipi, che l’opinione comune ha insegnato a chiamare ‘pazzi’ solo perché hanno avuto e hanno il grande merito di essere mentalmente e idealmente diversi.

Allora diciamo che è stato così: in questo weekend c’è stato un gruppo di questi ‘pazzi’ che stazionava fuori dalla propria sede, che ha deciso di organizzare le prime elezioni primarie della storia di questa città. Le prime, uniche primarie, che tanti partiti politici hanno millantato in giro, salvo poi rimangiarsi tutto e decidere secondo organigramma gerarchico, come sempre. Ebbene queste primarie fatte da ‘pazzi’ sono state, e vogliono essere il primo punto di rottura, il primo segno di un’inversione virtuosa nella vita di questa città dannata dalla barbarie culturale e dall’incompetenza politica dei burattinai che da destra come da sinistra ne hanno tenute le redini per almeno vent’anni – per non dire di più. Noi ragazzi – mi prendo la briga di esprimermi a nome, e pensiero, anche di Giovanni e Gianluca – noi ragazzi con questi ‘pazzi civili’ abbiamo intrapreso una strada, quella dell’entusiasmo e della passione civile; abbiamo intrapreso la strada del cuore, che non ha padroni se non nelle idee, nei progetti a costo zero, nei desideri di innovazione. Abbiamo intrapreso una strada: e forse è già tanto, in questo mondo che ci vuole relegati nelle dimensioni dell’infantile allegria, nella sottocultura ameboide dei videogiochi e degli idiotismi da social-network; è già tanto, in questo mondo che ci vuole afflitti dall’indifferenza, che ci vuole tenere seduti fuori dai bar o davanti alla tv a riempirci di film di fantascienza dimenticando i problemi che ci affliggono.

Ecco, ora che i giochi cominciano ad aprirsi, ora che tutti affilano le armi del rancore e della veemenza in vista di queste elezioni, ora cominciano anche a pioverci addosso le prime sferzanti pesanti critiche: da parte del trasversale e semprevivo partito dei benpensanti e dei perbenisti, fatto da tutte quelle persone – la maggioranza in verità – che sono le prime a lamentarsi che “le cose qui non vanno”, che “Ceccano fa schifo”, che “eh, ma tutta l’Italia è così”, ma che poi alla prima occasione di novità non sanno fare altro che tirarsi indietro, nel viscido e appagante qualunquismo, in un tranquillo quieto vivere che li spinge a trovare dietrologie e opportunismi anche in quelle esperienze che sembrano – e sono – davvero originali e originali. È il solito, classico costume italico: una mentalità talmente radicata e fossilizzata che ormai è del tutto normale pensarla così, mentre invece è straordinariamente pericoloso pensare di invertirla o scalfirla […]

To be continued

Alessandro Liburdi