Primo racconto d’autore: Matilde


Come annunciato, ecco il primo dei tre racconti premiati al ‘Liliana Bragaglia’ dell’8 marzo. Per la precisione, questo è il terzo classificato, scritto da Tiziana Monari di Prato, che ha raccolto 36 voti complessivi. Dunque, buona lettura!

Matilde

E’ una terra remota il Cile, è quella striscia sottile in fondo all’atlante  accarezzata dalla barba del mare, il posto finale di tutte le rotte, quattromilatrecento chilometri di colline, vallate, laghi e mare. E’ un luogo affusolato come un’isola, separato dal resto del mondo dal deserto dell’ Atacama, una terra secca e lunare che in primavera , dopo le piogge indossa un manto di fiori, diventando colorato come i girasoli di Van Gogh, e dalla Cordigliera delle Ande, imponenti montagne di rocce e nevi perenni. Il resto è baciato dalle lunghe onde dell’oceano pacifico, dai sospiri di centinaia di vulcani, dal fruscio di splendide cascate. Il sud è fustigato da venti inclementi , da nebbie lattiginose. In un labirinto di fiordi, isolotti, canali, sorgono piccoli paesi da fiaba, di un candore infinito .Rio Negro è uno di questi paesi. Aspro e orgoglioso, spunta in un intrico di lande e ghiacciai, di gelo e solitudine infinita. Poche case di legno e mattoni, un piccolo cimitero, un freddo duro come un cristallo. A volte si racconta che qui l’acqua geli nei bicchieri. Per le strade vagabondano i  suonatori di organetto avvolti in caldi mantelli di pecora, e i bimbi d’estate vendono sacchi di mele cotogne agli angoli dei crocevia. Sono arrivata  a Rio Negro una sera d’agosto di qualche anno fa, era sera e l’ultimo traghetto che collegava questo paese alla terraferma era già partito. In cielo solo nuvole di panna che si stavano scurendo, nessun albergo, nessuna locanda, solo una casa piccola e sonnolenta, decrepita per l’uso e l’abuso che dava camere ai turisti. Sul lato  posteriore un orto incolto, una confusione di legna secca e catini, e un camino che fumava placido. Una casa da vedere con gli occhi del cuore, povera e dignitosa.

Matilde ne era la proprietaria, una vecchietta dall’età indefinibile, il volto segnato come una carta geografica, sospesa nella luce pallida del crepuscolo. Un donnino che sembrava fatto di briciole di pane. Bassa di statura con le gambe corte, la pelle scura, gli zigomi sporgenti. Mi ha fatto entrare in quella casa dove di notte per andare in bagno bisognava uscire con la lampada e fare i conti con il vento sferzante e un gelo che spezzava le ossa. Mi ha offerto un infuso scuro con un po’ di zucchero e per cena quello che bolliva in pentola : una zuppa, del pane con il burro e del  formaggio. Gli ambienti erano riscaldati da una enorme stufa a legna accesa giorno e notte , un libro,  Anna Karenina , faceva capolino su una mensola accanto a una pianta fatta di fiori di plastica. Sono rimasta affascinata da questa vecchietta che viveva con il sorriso in una casa in cui il degrado procedeva in modo inesorabile. La polvere si accumulava in piccoli mucchi, l’intonaco  si sgretolava, il vento  passava dalle finestre e dai vetri rotti. Ho dormito in una stanza piena di scarpe, di pantofole, di piatti e bicchieri scheggiati, rimboccandomi le coperte fino al mento, umide e profumate di fuoco. Alla mattina sono stata svegliata da un cagnolino dal muso appuntito, col pelo corto e ispido, dal colore indefinito, rassegnato alle vicissitudine della vita come la sua padrona. Una colazione buona come un bacio, composta  da pane bianco fresco, e da una leccornia tipica del Cile: il dolce di latte, fatto con latte, zucchero, scorze di vaniglia e un limone aromatizzato. Si dice che questo dolce venga preparato in enormi paioli e mescolato in continuazione con un lunghissimo cucchiaio di legno. Il risultato è una crema spumosa quasi divina.

Corre voce che in  Cile si cerchi di dimenticare il passato, le generazioni più giovani fanno finta che la storia sia iniziata con loro, pesa una vergogna collettiva per tutti gli orrori che sono successi durante la dittatura, la gente vive in povertà ed è troppo occupata ad arrivare alla fine del mese per lasciarsi coinvolgere in discussioni politiche. Vige l’omertà e il silenzio. Ma Matilde aveva ricordi dai contorni precisi, insicurezza,paura, povertà e voglia di raccontare la sua solitudine.  Dovevo ripartire da Rio Negro la mattina stessa. Sono rimasta per una settimana ad ascoltare la sua storia, fredda come i crepacci all’ora della sera. Il suo racconto narrato attorno al fuoco, il volo di una rondine sulle barbarie e la crudeltà degli uomini. Matilde era nata negli anni trenta a Santiago, una città fondata da soldati con le spade e il sangue secondo la classica planimetria delle città della Spagna. Una piazza d’armi centrale dalla quale partivano strade parallele e perpendicolari che si diramavano ovunque. Una città, a quel tempo ,dal cielo chiaro dove si poteva godere dello stupendo panorama delle Ande innevate. Le estati  erano lunghe e secche ,coperte da un pulviscolo giallo, gli inverni rigidi e nevosi. Matilde era nata tra nuvole di fumo, andando di fretta,sentendosi un po’ estranea nella propria famiglia. Era cresciuta nella normale infelicità dell’infanzia,scorrazzando in bicicletta per strada. Timida, orgogliosa, incapace di adeguarsi a tutto ciò che gli altri consideravano normale. Qualche vacanza a Uyuni per vedere il deserto di sale e i fenicotteri, piccole pennellate rosa in un mare bianco come la neve. Qualche viaggio in treno a quattromila metri d’altezza nel mezzo del silenzio puro e incontaminato delle Ande. E da adolescente una visita all’isola di Pasqua, Rapa Nui, l’ombelico del mondo, e alle sue enormi pietre vulcaniche. Fu qui che conobbe Carlos, un uomo dai baffi lunghi e dai capelli neri che divenne suo marito. Un viaggio di nozze accampati sotto le stelle dell’Argentina, avvolti da pesanti coperte di lana di pecora con la sella per cuscino, a sorseggiare mate, solcando le acque incontaminate dei laghi che riflettevano il profilo dei vulcani innevati, valicando strade pullulanti di contrabbandieri, masticando tabacco e amore. Poi un figlio in mezzo a quella nuda bellezza dell’esistere. La sua condizione di figlia che si infrangeva diventando madre. La debolezza che si trasformava in coraggio, il bianco dell’ospedale che diventava il bianco della neve. E sere insieme a lui che sembravano lavate a mano, tanto erano nitidi i particolari del suo piccolo corpo,  risplendente come oro bianco. Il suo sonno con le ciglia lunghe e scure, la pelle secca e rosea, i piedini ritti ed immobili. Il tempo  scorreva determinando la sua esistenza,poi all’improvviso il mondo  si faceva selvaggio.

Quando ci si abitua all’orrore non lo si vede più, è lui che ti fa perdere il senso di tutto.  La cosa peggiore che ha la morte è il suo odore, quel tanfo di sangue animale versato, di malattia, di disfacimento. La paura mortale che il corpo apprende quando sa  di essere alla fine , mentre la mente ancora spera. L’11 settembre 1973 portava con sé l’odore della morte, l’oppressione della paura umana. Salvador Allende muore, o come dicono alcuni si suicida nel palazzo della Moneda. Prende il controllo del paese con un colpo di stato, la dittatura militare del Generale Pinochet. L’ingenua immaginazione della realtà di Matilde salta in aria, il golpe si riversa nel suo sangue. Il gorgo dell’orrore la inghiotte. Il marito e il figlio scompaiono misteriosamente, il dolore si addensa e si indurisce. Entra dentro, si può tastare quasi sotto la pelle. Tutto si fa sfuocato, un insieme di immagini slegate, la memoria turbina in inquiete speranze, al non voler credere alla realtà. La città diventa un assedio di soldati, di camionette, di odore di olio lubrificante. Un territorio circoscritto nel quale regna la morte. Un regno di crudeltà dove le norme del vivere civile vengono sistematicamente violate.

Matilde si raggomitola intorno a una coperta sporca, mentre respira la polvere in quella stanza nella quale un tempo aveva vissuto felice. Si gira e si rigira nel letto sfatto. La casa è stata saccheggiata,  ridotta a uno scheletro, i fili della corrente sono stati divelti, mani umane sono entrate profanando ogni cosa. Ci sono cose che non si possono descrivere, e ci sono notti senza sogni. E giorni che sembrano quasi un regalo quando si riesce a trovare pace in fondo a un cuore che non c’è più.

Piange Matilde quando mi racconta del suo girovagare nel Sudamerica, cercando la città delle occasioni,con nella valigia solo i ricordi della vita passata. Scendono lacrime calde dai suoi occhi quando mi parla del suo viaggio su un treno che attraversava a passo di lumaca l’Atacama per raggiungere la sorella in Bolivia. Le labbra che si screpolavano fino a sanguinare, le orecchie che ronzavano, la pelle che si disidratava per il freddo e l’altitudine. Anni trascorsi a fare la donna di servizio in una famiglia strampalata, dormendo in una stanza piena dello scricchiolio dei tarli e del tramestio dei topi. Un cartone macchiato che faceva da materasso, una tavola sospesa su latte vuote che fungeva da tavolo, una coperta stinta piena di pulci per difendersi dal freddo. Giorni malfermi, instabili, appoggiati al cielo come i fili di una ragnatela. Sere passate a rammendare per i ricchi, succhiando il filo per tentare di infilarlo nell’invisibile cruna dell’ago. Una vita priva di radici, poi i capelli che si facevano crespi e brizzolati, il sorriso timido e una piccola casa a Rio Negro. Il ritorno in Cile, il luogo in cui tutto era incominciato. Nelle tasche il ricordo di una battaglia persa, la voglia di ricostruire la cartolina di un mondo mai esistito, purificato, scrostato da ogni dolore.

Matilde mi ha regalato la sua storia, la sua tragedia, la sua memoria in un labirinto in cui i fantasmi sono ancora in agguato. La sua pace delirante, se pace può essere,la sua luminosità tutta speciale .Quando sono partita da Rio Negro pioveva, i capelli candidi di Matilde, le sue vesti scure sono diventati un puntino lontano, i suoi occhi delle piccole fessure. L’estate si stava spegnendo come una piccola bestiola ferita, quando ho preso il traghetto per Puerto Montt relegando Matilde al mondo dei sogni.

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