Perché ho scelto Ceccano2012-Idee in Movimento


di Gianluca Popolla    

Il progetto di Ceccano2012 (lista civica a sostegno di Salvatore Proto) racchiude un concetto innovativo per la sua semplicità: riunire i cittadini intorno ad un tavolo per parlare della propria città e assemblare un mosaico di punti di vista, esperienze e idee: renderli artefici del futuro di Ceccano.

Ognuno alla pari: quando si consegnano le chiavi del potere alle idee non esiste cittadino che non possa essere rappresentato; questo è un aspetto che mi piace sottolineare: chiunque voglia può venire in sede esporre la sua idea ottenendo la stessa considerazione di chi è da sempre nel gruppo.
Ho sentito troppe persone dire io sto con Tizio, io sto con Caio, ma nessuna di queste persone potrà mai dire io sto con me stesso e con le mie idee in quanto costretto a rincorrere decisioni prese in sua assenza, a prescindere dal suo parere.

Non mi nascondo: è un progetto difficile, molto difficile che è stato, è e sarà pieno di ostacoli ma mi domando-c’è un altro modo per migliorare il mio paese ed il suo sistema politico?-

Lasciamo perdere per un attimo Ceccano2012 e le elezioni imminenti.
C’è una città dove la politica e il cittadino si mancano di rispetto reciprocamente, e più il cittadino si mostra disinteressato e più la “politica di professione” gli fa eco emarginandolo dalle scelte fondamentali per il suo futuro.

La soluzione può essere continuare a sventolare come tifosi le bandiere dell’una o dell’altra fazione politica tra alleanze improbabili, rimpasti e decisioni unilaterali oppure innescare un meccanismo di partecipazione in cui l’unica gerarchia è quella delle idee?

Domanda retorica, per me: per questo partecipo al progetto Ceccano2012 e mi candido con la certezza che ciascun singolo voto preso da me, da Salvatore e dal movimento sarà figlio delle nostre idee, artefici del nostro programma.

10 domande ai candidati a Sindaco: rispondono solo in due, in nome della politica partecipata..


http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fnetworkedblogs.com%2FvdjQ0&h=yAQH-V_7kAQH9aFkgUhZAnu9Rdmc5PeJ4I_4h_Ktm1gGZ0g

Il suddetto link è di un articolo del Prof.Pietro Alviti nel quale riporta dieci domande ai 5candidati a Sindaco per le elezioni comunali che si terranno il 6 e 7 Maggio 2012.

Penso che sia un’ottima base sulla quale confrontare le proposte dei cinque competitors in gara; per adesso hanno risposto, però, solo due di essi.

Trattasi di Maurizio Cerroni (Pd) e Salvatore Proto( Ceccano2012).

A questo link potrete trovare le loro risposte: http://networkedblogs.com/vhFgJ

Chiedo a chiunque ne abbia voglia a porgere agli altri candidati a Sindaco,condividendo tale nota, un invito a rispondere sulle tematiche tirate in ballo che saranno decisive per il nostro futuro, sperando che questa campagna elettorale si basi sul confronto tra i programmi e non sui manifesti affissi.

Dal mio canto sto esortando i candidati a sindaco a rispondere in occasione di ogni loro articolo nel quale si parla di programmi.

Programmi che a quanto pare non hanno riscontri nella realtà: i cittadini vogliono sapere, ed internet è un ottimo mezzo per la diffusione della democrazia e delle proposte, sempre che ci siano persone disposte a rispondere.

                                                                                                            Gianluca Popolla 

Racconto d’autore: ‘L’avvocato del diavolo’


Ecco a voi, come promesso, il racconto primo classificato del Liliana Bragaglia di quest’anno: scritto, lo ribadisco, da un 19enne di Corato (Bari), Fabio Loiodice! Buona lettura…

“Buonasera a tutti voi, signore e signori.

Lasciate che mi presenti e vi introduca alla cognoscenza di me.

Sono vecchio, vecchio quanto il mondo, vecchio quanto Adamo, il primo essere umano.

Sono conosciuto da tutti gli uomini di ogni tempo e terra.

Numerosi sono i modi in cui mi chiamano, anche più, quelli in cui mi maledicono.

Sono io, l’Avversario, il Principe delle Tenebre, Bafometto, Satana, Belzebù, Lucifero, Mefistofele: Io sono il Diavolo.

Durante tutta la mia longeva esistenza sono stato accusato delle più sozze nefandezze da voi, pusillanimi umani, ed ora sono qui per discolparmi da queste ingiuste accuse, poiché non sono così brutto come mi si dipinge ed al contrario sono più importante di quanto pensiate.

Permettete, dunque, ad un povero diavolo quale sono, di argomentare le mie ragioni e perorare la mia causa, perché anche il più incallito dei peccatori merita un giureconsulto che lo difenda: ed ecco, farò di me, l’avvocato del diavolo.

Da secoli, oramai, mi etichettate come causa delle vostre sciagure, come fonte di ogni male, come un corruttore, ma, sappiatelo,  non ho nulla a che fare con i vostri turpi malanni.

Mi avete creato voi, per farmi carico dei vostri peccati e dei vostri istinti animaleschi repressi.

E così mi avete plasmato a vostra immagine e somiglianza, ma ecco, ero troppo simile a voi umani, e così mi avete allontanato, trasformato in una bestia, in un ibrido orribile: corna e zoccoli di caprone, ali di pipistrello, coda di serpe, e migliaia di altre diavolerie.

Voi, stolti, mi avete attribuito inesauribili ed oscuri poteri, ma dovreste ricordarvi che mi avete dato voi la vita, se vita si può chiamare il mio tormento, ed in quanto creazione umana sono limitato nelle azioni: prendetevela dunque con voi stessi delle vostre colpe, io non sono reo di alcunché.

Mi avete allontanato, respinto, incatenato nelle viscere della terra nel mio palazzo di fiamme e zolfo: voi mortali lo chiamate Inferno, e lo temete ancor più della morte stessa, quando invece non dovreste, poiché il vero pandemonio è lassù da voi.

Millantate inoltre che io sia un seduttore, un truffatore esperto nella retorica solo interessato all’anima di qualche ciarlatano.

Ma cosa pensate che me ne faccia di un’anima? Tempo addietro semmai poteva avere un qualche valore per me, ma ormai è una moneta fuori corso e senza valore.

E poi, ormai, gli unici che accettano lo scambio sono dei cenciosi indegni persino delle fiamme dell’Ade.

Di persone come il buon vecchio Faust, sempre ad esplorare il creato per diventare come un dio, ormai non se ne trovano più, sostituite solo da infimi e tristi figuri che sarebbero pronti a sacrificare la propria progenie ed a vendere l’anima alle telecamere per un quarto d’ora di celebrità.

Il successo sì, ormai questo conta per voi miseri umani, successo e denaro sono i vostri demoni.

Ambite a tal punto a queste sciocchezze illusorie, siete così presi da questi due miraggi, da compiere gli atti più riprovevoli in loro nome.

Menzogne, furti, tradimenti, omicidi, guerre, tutto per amor dell’oro, che vi ossessiona, vi conduce alla pazzia.

E così il mondo, preso dalla cupidigia per lo sterco del demonio, è diventato un immenso letamaio.

Ma ciò che più mi diverte è che avete fatto tutto con le vostre misere forze.

Sarei incredibilmente ottimista se pensassi di potervi rendere peggiori di così.

Al contrario sarebbe necessario rivalutare la mia figura, perché il mio aiuto per voi umani e per il vostro superiore è stato molto importante. Importantissimo. Talmente importante che mi dovrebbero fare santo.

Il semplice fatto che io esista dovrebbe essere per voi motivo di lode.

Se io non esistessi, e di conseguenza non esistesse il male, come potreste discernerlo dal bene?

Non potreste di certo, e di conseguenza non esisterebbe neanche il bene, e senza di quello e del vostro Superiore, non sareste mai esistiti”.

Tornando indietro fino ai primordi poi, dovreste inoltre ringraziarmi per aver fatto cogliere ad Eva, la prima donna, il frutto proibito.

Perché, diciamocelo chiaramente, il vostro Capo ha ingannato fin dall’inizio la sua creatura prediletta.

Lo ha creato, e lo ha fatto vivere nell’ignoranza, rinchiuso nel giardino dell’Eden, nascondendogli che al mondo esiste il bene ed il male, come si fa con un infante, a cui si tace dei lutti del mondo e lo si culla con balocchi ed altre sciocche amenità.

Ma grazie a me, solo grazie a me, Adamo ed Eva hanno mangiato dal frutto della conoscenza, ed hanno visto le cose per come sono veramente, scatenando però contro di loro l’ira divina, che li ha condannati ad un’esistenza dolorosa.

Tuttavia, chiamereste voi vita un’esistenza offuscata dall’ignoranza, come per le bestie? O preferireste una travagliata e dolorosa presa di coscienza sul mondo che vi circonda?

E come mi ringraziate voi? L’umana stirpe mi maledice, mi condanna, rinnega la mia nascita, senza sapere che se non fossi nato loro non sarebbero stati salvati.

Se non fossi mai esistito, Colui in cui credete non avrebbe mai mandato suo figlio a morire per i vostri peccati e voi tutti non potreste mai agognare al regno dei cieli.

Sempre che il Paradiso, come voi lo chiamate, esista davvero.

Il vostro Re dei cieli mentì ad Adamo quando lo creò, e forse sta continuando a farlo, non credete?

E se anche esistesse, siete convinti di esserne degni?

Mi sembra che voi umani non siate poi stinchi di santo, vi sembra buono un popolo che uccide il proprio dio con grandi sofferenze, dopo averlo umiliato ed insultato?

Ma, sfortunatamente, devo ammettere che non siete completamente malvagi: in voi c’è della bontà, seppure io stenti a crederci.

Tuttavia è proprio questo il vostro dilemma, non siete angeli, e neppure diavoli, siete solo un mediocre ibrido, un capriccio divino, incapace di ergersi al cospetto della divinità, nel bene e nel male, e condannato a sguazzare nella sozza melma dell’oblio, per sempre.

Io sono immenso e magnifico, perlomeno nella mia malvagità, ma voi, voi siete solo un branco di bastardi senza memoria.”

Primo racconto d’autore: Matilde


Come annunciato, ecco il primo dei tre racconti premiati al ‘Liliana Bragaglia’ dell’8 marzo. Per la precisione, questo è il terzo classificato, scritto da Tiziana Monari di Prato, che ha raccolto 36 voti complessivi. Dunque, buona lettura!

Matilde

E’ una terra remota il Cile, è quella striscia sottile in fondo all’atlante  accarezzata dalla barba del mare, il posto finale di tutte le rotte, quattromilatrecento chilometri di colline, vallate, laghi e mare. E’ un luogo affusolato come un’isola, separato dal resto del mondo dal deserto dell’ Atacama, una terra secca e lunare che in primavera , dopo le piogge indossa un manto di fiori, diventando colorato come i girasoli di Van Gogh, e dalla Cordigliera delle Ande, imponenti montagne di rocce e nevi perenni. Il resto è baciato dalle lunghe onde dell’oceano pacifico, dai sospiri di centinaia di vulcani, dal fruscio di splendide cascate. Il sud è fustigato da venti inclementi , da nebbie lattiginose. In un labirinto di fiordi, isolotti, canali, sorgono piccoli paesi da fiaba, di un candore infinito .Rio Negro è uno di questi paesi. Aspro e orgoglioso, spunta in un intrico di lande e ghiacciai, di gelo e solitudine infinita. Poche case di legno e mattoni, un piccolo cimitero, un freddo duro come un cristallo. A volte si racconta che qui l’acqua geli nei bicchieri. Per le strade vagabondano i  suonatori di organetto avvolti in caldi mantelli di pecora, e i bimbi d’estate vendono sacchi di mele cotogne agli angoli dei crocevia. Sono arrivata  a Rio Negro una sera d’agosto di qualche anno fa, era sera e l’ultimo traghetto che collegava questo paese alla terraferma era già partito. In cielo solo nuvole di panna che si stavano scurendo, nessun albergo, nessuna locanda, solo una casa piccola e sonnolenta, decrepita per l’uso e l’abuso che dava camere ai turisti. Sul lato  posteriore un orto incolto, una confusione di legna secca e catini, e un camino che fumava placido. Una casa da vedere con gli occhi del cuore, povera e dignitosa.

Matilde ne era la proprietaria, una vecchietta dall’età indefinibile, il volto segnato come una carta geografica, sospesa nella luce pallida del crepuscolo. Un donnino che sembrava fatto di briciole di pane. Bassa di statura con le gambe corte, la pelle scura, gli zigomi sporgenti. Mi ha fatto entrare in quella casa dove di notte per andare in bagno bisognava uscire con la lampada e fare i conti con il vento sferzante e un gelo che spezzava le ossa. Mi ha offerto un infuso scuro con un po’ di zucchero e per cena quello che bolliva in pentola : una zuppa, del pane con il burro e del  formaggio. Gli ambienti erano riscaldati da una enorme stufa a legna accesa giorno e notte , un libro,  Anna Karenina , faceva capolino su una mensola accanto a una pianta fatta di fiori di plastica. Sono rimasta affascinata da questa vecchietta che viveva con il sorriso in una casa in cui il degrado procedeva in modo inesorabile. La polvere si accumulava in piccoli mucchi, l’intonaco  si sgretolava, il vento  passava dalle finestre e dai vetri rotti. Ho dormito in una stanza piena di scarpe, di pantofole, di piatti e bicchieri scheggiati, rimboccandomi le coperte fino al mento, umide e profumate di fuoco. Alla mattina sono stata svegliata da un cagnolino dal muso appuntito, col pelo corto e ispido, dal colore indefinito, rassegnato alle vicissitudine della vita come la sua padrona. Una colazione buona come un bacio, composta  da pane bianco fresco, e da una leccornia tipica del Cile: il dolce di latte, fatto con latte, zucchero, scorze di vaniglia e un limone aromatizzato. Si dice che questo dolce venga preparato in enormi paioli e mescolato in continuazione con un lunghissimo cucchiaio di legno. Il risultato è una crema spumosa quasi divina.

Corre voce che in  Cile si cerchi di dimenticare il passato, le generazioni più giovani fanno finta che la storia sia iniziata con loro, pesa una vergogna collettiva per tutti gli orrori che sono successi durante la dittatura, la gente vive in povertà ed è troppo occupata ad arrivare alla fine del mese per lasciarsi coinvolgere in discussioni politiche. Vige l’omertà e il silenzio. Ma Matilde aveva ricordi dai contorni precisi, insicurezza,paura, povertà e voglia di raccontare la sua solitudine.  Dovevo ripartire da Rio Negro la mattina stessa. Sono rimasta per una settimana ad ascoltare la sua storia, fredda come i crepacci all’ora della sera. Il suo racconto narrato attorno al fuoco, il volo di una rondine sulle barbarie e la crudeltà degli uomini. Matilde era nata negli anni trenta a Santiago, una città fondata da soldati con le spade e il sangue secondo la classica planimetria delle città della Spagna. Una piazza d’armi centrale dalla quale partivano strade parallele e perpendicolari che si diramavano ovunque. Una città, a quel tempo ,dal cielo chiaro dove si poteva godere dello stupendo panorama delle Ande innevate. Le estati  erano lunghe e secche ,coperte da un pulviscolo giallo, gli inverni rigidi e nevosi. Matilde era nata tra nuvole di fumo, andando di fretta,sentendosi un po’ estranea nella propria famiglia. Era cresciuta nella normale infelicità dell’infanzia,scorrazzando in bicicletta per strada. Timida, orgogliosa, incapace di adeguarsi a tutto ciò che gli altri consideravano normale. Qualche vacanza a Uyuni per vedere il deserto di sale e i fenicotteri, piccole pennellate rosa in un mare bianco come la neve. Qualche viaggio in treno a quattromila metri d’altezza nel mezzo del silenzio puro e incontaminato delle Ande. E da adolescente una visita all’isola di Pasqua, Rapa Nui, l’ombelico del mondo, e alle sue enormi pietre vulcaniche. Fu qui che conobbe Carlos, un uomo dai baffi lunghi e dai capelli neri che divenne suo marito. Un viaggio di nozze accampati sotto le stelle dell’Argentina, avvolti da pesanti coperte di lana di pecora con la sella per cuscino, a sorseggiare mate, solcando le acque incontaminate dei laghi che riflettevano il profilo dei vulcani innevati, valicando strade pullulanti di contrabbandieri, masticando tabacco e amore. Poi un figlio in mezzo a quella nuda bellezza dell’esistere. La sua condizione di figlia che si infrangeva diventando madre. La debolezza che si trasformava in coraggio, il bianco dell’ospedale che diventava il bianco della neve. E sere insieme a lui che sembravano lavate a mano, tanto erano nitidi i particolari del suo piccolo corpo,  risplendente come oro bianco. Il suo sonno con le ciglia lunghe e scure, la pelle secca e rosea, i piedini ritti ed immobili. Il tempo  scorreva determinando la sua esistenza,poi all’improvviso il mondo  si faceva selvaggio.

Quando ci si abitua all’orrore non lo si vede più, è lui che ti fa perdere il senso di tutto.  La cosa peggiore che ha la morte è il suo odore, quel tanfo di sangue animale versato, di malattia, di disfacimento. La paura mortale che il corpo apprende quando sa  di essere alla fine , mentre la mente ancora spera. L’11 settembre 1973 portava con sé l’odore della morte, l’oppressione della paura umana. Salvador Allende muore, o come dicono alcuni si suicida nel palazzo della Moneda. Prende il controllo del paese con un colpo di stato, la dittatura militare del Generale Pinochet. L’ingenua immaginazione della realtà di Matilde salta in aria, il golpe si riversa nel suo sangue. Il gorgo dell’orrore la inghiotte. Il marito e il figlio scompaiono misteriosamente, il dolore si addensa e si indurisce. Entra dentro, si può tastare quasi sotto la pelle. Tutto si fa sfuocato, un insieme di immagini slegate, la memoria turbina in inquiete speranze, al non voler credere alla realtà. La città diventa un assedio di soldati, di camionette, di odore di olio lubrificante. Un territorio circoscritto nel quale regna la morte. Un regno di crudeltà dove le norme del vivere civile vengono sistematicamente violate.

Matilde si raggomitola intorno a una coperta sporca, mentre respira la polvere in quella stanza nella quale un tempo aveva vissuto felice. Si gira e si rigira nel letto sfatto. La casa è stata saccheggiata,  ridotta a uno scheletro, i fili della corrente sono stati divelti, mani umane sono entrate profanando ogni cosa. Ci sono cose che non si possono descrivere, e ci sono notti senza sogni. E giorni che sembrano quasi un regalo quando si riesce a trovare pace in fondo a un cuore che non c’è più.

Piange Matilde quando mi racconta del suo girovagare nel Sudamerica, cercando la città delle occasioni,con nella valigia solo i ricordi della vita passata. Scendono lacrime calde dai suoi occhi quando mi parla del suo viaggio su un treno che attraversava a passo di lumaca l’Atacama per raggiungere la sorella in Bolivia. Le labbra che si screpolavano fino a sanguinare, le orecchie che ronzavano, la pelle che si disidratava per il freddo e l’altitudine. Anni trascorsi a fare la donna di servizio in una famiglia strampalata, dormendo in una stanza piena dello scricchiolio dei tarli e del tramestio dei topi. Un cartone macchiato che faceva da materasso, una tavola sospesa su latte vuote che fungeva da tavolo, una coperta stinta piena di pulci per difendersi dal freddo. Giorni malfermi, instabili, appoggiati al cielo come i fili di una ragnatela. Sere passate a rammendare per i ricchi, succhiando il filo per tentare di infilarlo nell’invisibile cruna dell’ago. Una vita priva di radici, poi i capelli che si facevano crespi e brizzolati, il sorriso timido e una piccola casa a Rio Negro. Il ritorno in Cile, il luogo in cui tutto era incominciato. Nelle tasche il ricordo di una battaglia persa, la voglia di ricostruire la cartolina di un mondo mai esistito, purificato, scrostato da ogni dolore.

Matilde mi ha regalato la sua storia, la sua tragedia, la sua memoria in un labirinto in cui i fantasmi sono ancora in agguato. La sua pace delirante, se pace può essere,la sua luminosità tutta speciale .Quando sono partita da Rio Negro pioveva, i capelli candidi di Matilde, le sue vesti scure sono diventati un puntino lontano, i suoi occhi delle piccole fessure. L’estate si stava spegnendo come una piccola bestiola ferita, quando ho preso il traghetto per Puerto Montt relegando Matilde al mondo dei sogni.

Ecco il titolo: ‘L’altra terra’


Salve, ragazzi! un paio di mesi fa ho iniziato su questo blog una mia rubrica di interviste, che però avevo lasciato acefala, senza un titolo adeguato che la definisse come un marchio incancellabile. Mi accingo perciò solo ora a darvi il nome di questa rubrica, che ho deciso di intitolare L’altra terra

Un progetto basato su vere e proprie ‘meditazioni globali’. Appunto ‘meditazioni’ perché sono nient’altro che questo, riflessioni e pensieri, concezioni intellettuali di una potenza e di un fascino straordinari che sono in grado di suscitare – me lo auguro profondamente… – la curiosità dei lettori; e insieme ‘globali’, perché sono testimonianze delle parole vive di vari personaggi che vivono nella nostra provincia, ma che pensano Oltre la nostra asfittica e degradata provincia: persone che vivono e pensano e agiscono nei campi più disparati del sapere convinti che c’è qualcosa nella vita umana che va ben al di là del semplice istinto di sopravvivenza, al di là dell’affannoso correre nostro dietro a impegni che non rispetteremo mai, al di là di ogni trivialità e ignoranza che il mercato e il sistema capital-consumistico ci sottopongono per stare al passo con i tempi. Al di là, insomma, di un certo modo di pensare squallidamente provincialistico e abbarbicato ancora intorno a certi furori e rigurgiti di campanilismo, e incapace di guardare Oltre

Tutto questo, con l’intenzione – credo ripetitiva ma certamente anche ostinata… – di dimostrare che per quanto soffocante e deprimente la provincia italiana, e quella frusinate in cui viviamo, può essere e sa essere ancora un ottimo serbatoio di talenti, più o meno giovani, e di geni, già affermati nel loro campo. Talenti e geni che si trovano a operare forse in uno stato più o meno grande di solitudine e di indifferenza circostante, ma che proseguono ostinati per la propria strada ottenendo altrove – ahimé, sempre altrove! – l’attenzione e i riconoscimenti che giustamente meritano…

Perciò, tra poco riprenderò il discorso interrotto e pubblicherò una nuova intervista, stavolta inscrivendola in un discorso dal senso più compiuto: un discorso che si chiamerà appunto, con maggiore compiutezza e consapevolezza, L’altra terra!

Alessandro Liburdi

L’effetto detersivo delle elezioni


 di: John Lilburne

Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da

chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori

guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale

all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.

George Orwell, La fattoria degli animali

Presentate le candidature, avviata la corsa, sembra che tutti abbiano dimenticato il loro passato, nel bene e nel male. Tra i molti smemorati quelli che un passato vorrebbero inventarselo qualora potessero, i politici del nulla che per cinque anni si sono rifiutati di gestire e governare la nostra comunità, attività che hanno rimpiazzato con il loro “Guardia e ladri”. Hanno raccontato a qualche concittadino che i concetti di “sinistra” e di “destra” hanno ancora un senso nella bonifica del nostro Fiume, nella progettazione nella nostra città, mischiando Gramsci con Ciotoli, Cheguevara con ACEA. Hanno levato pugni e mani tese accusandosi a vicenda e qualcuno è rimasto a guardare incuriosito questo teatrino prendendo le parti di uno dei due protagonisti, illudendosi che il trionfo avrebbe potuto annullare il nemico e affermare la propria visione della società.

Lontani dalle scene i figuranti hanno dimesso le proprie maschere e si sono rivelati, nella loro diversità effimera, estremamente simili. La demagogia la lasciamo ad altri, i politici non sono tutti uguali, ce ne sono di alternative migliori. Tutto sta nella scelta che è concessa a ciascuno di noi  nel segreto dell’urna, l’unica vera rivoluzione in cui credo: quella del voto. Un voto che la costituzione apostrofa con molti epiteti tra cui quello, fondamentale di “uguale”. Voto uguale vuol dire che poco importa se a votare è il il primo o l’ultimo, il mercante o il servo, perché tutti hanno diritto ad un voto uguale a quello degli altri. Abbiamo tutti eguale potere di far valere le nostre idee, peccato che talvolta decidiamo di abdicare alla nostra fondamentale funzione.

Non mi riferisco tanto al non voto quanto al voto di scambio o, ancor peggio, al voto utile, la vera tomba di ogni presente e futura democrazia. Quelli guardano a Ceccano 2012 con scetticismo si dividono in due categorie: gli avversari politici  (ognuno al suo posto, per carità) e tanti che quando ascoltano le nostre parole povere di finanziamenti che non siano le nostre braccia e le nostre teste, storcono il naso e pesano in silenzio il nostro potere elettorale. E’ a questi para-rivoluzionari da cocktail che rivolgo queste mie righe velenose, “partono tutti incendieri e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri”. A loro va un grido che, spero, vada a buon fine: c’è un solo modo per cambiare le cose, farlo. Potendo raccontare ai propri figli o anche solo a se stessi che si è fatta la propria parte, nonostante tutto.

Noi eravamo qui, ma voi, voi dov’eravate?

Un pomeriggio…d’autore


Certo, è passata una settimana ormai – eravamo all’8 marzo… – ma la cultura può fuggire alla cronaca, mai alla memoria. Perciò, un po’ con colpevole ritardo ma con sincerità, voglio tornare sulla XX edizione del Premio Letterario Liliana Bragaglia avvenuta nell’aula magna del Liceo Scientifico giovedì scorso: un pomeriggio che è  trascorso in compagnia dei racconti, per una kermesse divenuta ormai di primo piano nel panorama culturale non solo ceccanese, ma davvero nazionale, malgrado il consueto disinteresse delle istituzioni politiche locali. Ma comunque, senza nulla togliere agli altri partecipanti nostrani autori di prove meritevoli, quest’anno i primi tre racconti classificati sono giunti da varie parti d’Italia, a riprova dunque che il premio indetto come ogni anno dall’Associazione Fabraterni del presidente Ennio Serra ha trovato nella pratica una posizione di nicchia e di visibilità tra i concorsi letterari della Penisola. 37 i racconti pervenuti, letti e analizzati dalla commissione composta dal prof. Maurizio Lo Forti, dallo scrittore Rodolfo Coccia, dalla prof.ssa Silvana Giardina e dal dott. Alessandro Liburdi, e presieduta dal prof. e poeta Alfonso Cardamone. Ecco i tre primi classificati:

–         posto: Fabio Loiodice di Corato (Bari) con L’avvocato del diavolo;

–          posto: Marco Tabellione di Montesilvano (Pescara) con La bottega del libraio;

–          posto: Tiziana Monari di Prato con Matilde.

Da segnalare che il racconto vincitore del primo premio è stato scritto da un ragazzo di 19 anni!!! Una lietissima nota che ha sorpreso positivamente i membri della giuria e lo stesso pubblico, che si è poi trattenuto a parlare con il giovane vincitore circondandolo di domande e complimenti ulteriori! La fotografia del vincitore insieme ai membri della Commissione e al presidente organizzatore Ennio Serra è disponibile, a causa di irrisolvibili problemi tecnici, al link: http://www.facebook.com/photo.php?fbid=314856608579053&set=a.314856455245735.76697.100001641496145&type=1&theater

Tra qualche giorno provvederemo a pubblicare qui su Cogitans i racconti vincitori, allo scopo di condividere con voi un piccolo divertissement letterario, fatto di racconti tutti contemporanei e tutti, a loro modo, interessanti…

Alessandro Liburdi

Basta con l’affissione elettorale selvaggia!!


Di Gianluca Popolla

Ci risiamo!!

Si avvicinano le elezioni ed i muri del nostro paese tornano ad essere imbrattati con centinaia e centinaia di manifesti, senza che qualcuno possa porre fine a questo scempio.
Sebbene ritenga opportuna la pubblicità elettorale, non posso non dire che esistono dei limiti e delle modalità di raggiungere l’obiettivo: convincere l’elettore della maggiore bontà del proprio progetto.

Siamo stati abituati ultimamente ad accendini, penne, portachiavi: i partiti locali stanno diventando, con intensità differente, delle macchine elettorali prive di programmi e piene di alleanze, giochi di potere e sotterfugi.

Così si perde, per come la vedo io, i punti focali dell’azione politica: Ceccano ed i suoi cittadini.

Mi chiedo ad esempio se  i partiti credono che tappezzando di loro manifesti le mura della nostra città migliorino la nostra esistenza o se ricoprendo i manifesti dell’avversario di turno pensano di convincere il ceccanese della migliore qualità delle loro idee per amministrare il paese.

Poi mi chiedo, ma perché  i candidati affiggono i manifesti su quelli degli avversari?
C’è uno spazio predefinito per ognuno, oppure vige la legge del più forte, leggasi del più ricco?

Io propongo, e penso sia doveroso farlo, che venga fatta chiarezza sui punti utilizzabili per l’affissione dei manifesti, rendendo pubblica la suddivisione degli spazi e dei loro proprietari tramite il web e/o apposite bacheche.

Se pensano realmente che affiggendo più manifesti o coprendo quelli dell’avversario riescano a convincerci, forse sono convinti della nostra manipolabilità: smentiamoli e votiamo per il programma, non per i manifesti.

…8000 leghe sotto la democrazia: pt. 2


E così viviamo, tutti quanti nessuno escluso, nel paradosso più truce, nella contraddizione più dolorosa: in un’Italia che ha dentro di sé, nascosti da qualche parte in fondo alle tasche scucite, i semi del cambiamento le speranze del cambiamento le convinzioni del cambiamento, ma che poi finisce per tarpare le ali a questi semi/speranze/convinzioni, per metterle nel carcere della rassegnazione, della derisione, della diffidenza. Viviamo tutti in questo delirio in cui le idee e le potenzialità vengono frust(r)ate dalla massa perché tutto continui a svolgersi secondo pregiudizio, perché il potere si mantenga al potere, perché resistano l’ignoranza – suprema madre degli imbecilli – e la condiscendenza verso il clientelismo, il compromesso e il voto di scambio: al massimo viene consentito che si levi qualche grido, qualche lamentela, ma niente più. Tutto deve essere mantenuto nel silenzio, nell’immobilità; le manifestazioni di diversità vanno isolate, mummificate, chiuse nel recinto con la museruola addosso perché sono pericolose per la cosiddetta convivenza civile, perché aprono interrogativi, squarci, dubbi, e il sistema politico a tutti i livelli non tollera tutti questi dubbi, questi squarci, questi interrogativi. Il potere (anzi il Sistema, che comprende le ramificazioni politiche del potere insieme al bene placet della massa imbelle) non tollera che si parli di una discarica sepolta nel cuore del paese, non tollera che qualcuno alzi la mano per chiedere notizie sul Palatiberia crollato, non tollera che si puntino i piedi sulla trasparenza amministrativa o sui lavori della Tribuna vicino alla pista di atletica. Il potere non vuole domande: tutto deve scorrere senza intoppi, senza grane, senza difficoltà. È il potere che stabilisce i tempi e i modi, e in base ad esso il Sistema si adegua. E dentro questo Sistema la gente ovviamente non sa immaginare altra cosa diversa dal potere: se ne lamenta ma poi alla fine non se la sente di rischiare la reputazione per rovesciarlo; a volte alza la voce ma poi alla fine preferisce mantenere la dignità macchiata dal compromesso, preferisce abbassare la testa e tenersi in disparte, salvo poi salire sul carro del vincitore senza un minimo di remora mentale.

La gente: cos’è la gente? Questo meccanismo straordinariamente amorfo, che non ha identità, e che pure sa essere così perfido, così maligno, e così straordinariamente anacronistico, secolare, arroccato nella conservazione della sua perfida e persistente ignoranza. Questo ammasso che ognuno di noi sente e vede, in giro per le strade o nei negozi, che senti lamentarsi di questo o di quello ma che poi non è disposta ad ascoltare le proprie coscienze – ammesso che ne abbiano… – e non è capace di mettere in discussione i suoi pregiudizi partecipando attivamente, incontrandosi con gli altri per parlare e prospettare un futuro più roseo per sé e per i propri cari. La gente è massa: tutt’altro che il popolo cui intendeva rivolgersi Gramsci… Beh, in fondo è molto più comodo starsene in disparte, uscirsene con le solite giustificazioni della famiglia, del lavoro e dello studio che non consentono di ritagliarsi cinque minuti di spazio per pensare alla propria città – però certamente la mezz’ora per la parrucchiera o l’oretta per il calcetto si troverà sempre, e con molto più affanno… È molto più comodo ripetere le consuete pappardelle: la frase remissiva “ci penseranno gli altri”, l’ignava “io non voglio immischiarmici”, la finta immodesta “io non mi sento all’altezza” o addirittura la fatidica menefreghistica “tanto son tutti uguali, quindi è inutile provarci”.

Viviamo in una terra, ragazzi, che è molto più a Sud di quanto si pensi: gli 80 km da Roma, che una volta mi parevano un cappello protettivo sotto cui stare, grazie ai quali potevo dire “meglio essere qui, che dalle parti di Napoli!”, ora mi sembrano 8000 leghe sotto la democrazia, sotto uno straccio di vita civile che ci stiamo tanto affannando a costruire nell’incomprensibilità stupita o soprattutto divertita dei personaggi comuni, di quelli che stanno a braccia conserte e intanto ghignano di arroganza, di quelli che non hanno un briciolo di ambizione per la propria terra e che poi sono subito pronti a ricorrere alla prostituzione (forse fisica, ma soprattutto mentale) per ottenere un posto di lavoro, o un quarto d’ora di visibilità, per farsi la consumazione gratis o il pieno di benzina pagato dal politico di turno. È in questo nichilismo delle idee che ci stiamo trovando a sognare il futuro…

Ma, tuttavia, in mezzo a tutto questo sfacelo, ho una convinzione sempre più ostinata: dovrà pur esserci un momento in cui questo Sistema dovrà patire una falla, un graffio, una smussata, uno squarcio, una crepa, qualcosa che lo colpisca nelle sue fondamenta solide, ma riempite di marciume morale; non so se questo momento arriverà o sto arrivando adesso, ora che la nostra avventura non dirò politica ma militante sta ottenendo la nostra prima visibilità, ma so per certo che siamo in un’età – la bellissima età dei vent’anni – in cui immaginare il futuro diverso non è solo un diritto, ma dovrebbe essere un dovere! Non siamo ancora diventati cinquantenni incalliti che hanno raggiunto una veneranda posizione di prestigio sociale, né siamo squallidi padri di famiglia che pontificano su tutto pur di difendere il proprio orticello di interessi. Siamo giovani, e dentro abbiamo il desiderio di far scoppiare più di qualche bomba dentro il Moloch assurdo e tentacolare che ci opprime; siamo giovani e il tesoro più grande che abbiamo è quello che Gianluca non tanto tempo fa chiamava (in)coscienza: io per adesso voglio vivere di questa lucida e spassionata (in)coscienza. Alla faccia di quanti, dai 18 anni in su, vi hanno rinunciato e vivono ora come se fossero morti dentro, senza la passione, l’indignazione, la sensibilità e il coraggio che fanno un uomo degno di portare questo nome. Alla faccia di quanti ci chiamano – e ci chiameranno – ‘pazzi’…

Alessandro Liburdi

8000 leghe sotto la democrazia pt. 1…


Ha cominciato a soffiare la primavera, in questo fine settimana, su Ceccano e sulla provincia. Ma non è di primavera quell’odore che si sente in giro, per le strade intasate dallo smog e dai balconi dei palazzi: è l’odore anonimo e del tutto normale della quotidianità, l’odore dei passi regolari e scattanti dei tanti pedoni che non si accorgono o non vogliono accorgersi di quanto sta accadendo in una delle vie secondarie del centro storico della città. Girano, questi illustri cittadini di tutti i giorni, e guardano quegli strani tipi che davanti alla sede restano a parlare aspettando qualcuno: alcuni con gli occhi attoniti si girano verso il muro, trattenendo un moto di ribrezzo; altri tengono gli occhi sgranati da una specie di ghigno malefico, un ghigno che si rivolge verso quei tipi, che l’opinione comune ha insegnato a chiamare ‘pazzi’ solo perché hanno avuto e hanno il grande merito di essere mentalmente e idealmente diversi.

Allora diciamo che è stato così: in questo weekend c’è stato un gruppo di questi ‘pazzi’ che stazionava fuori dalla propria sede, che ha deciso di organizzare le prime elezioni primarie della storia di questa città. Le prime, uniche primarie, che tanti partiti politici hanno millantato in giro, salvo poi rimangiarsi tutto e decidere secondo organigramma gerarchico, come sempre. Ebbene queste primarie fatte da ‘pazzi’ sono state, e vogliono essere il primo punto di rottura, il primo segno di un’inversione virtuosa nella vita di questa città dannata dalla barbarie culturale e dall’incompetenza politica dei burattinai che da destra come da sinistra ne hanno tenute le redini per almeno vent’anni – per non dire di più. Noi ragazzi – mi prendo la briga di esprimermi a nome, e pensiero, anche di Giovanni e Gianluca – noi ragazzi con questi ‘pazzi civili’ abbiamo intrapreso una strada, quella dell’entusiasmo e della passione civile; abbiamo intrapreso la strada del cuore, che non ha padroni se non nelle idee, nei progetti a costo zero, nei desideri di innovazione. Abbiamo intrapreso una strada: e forse è già tanto, in questo mondo che ci vuole relegati nelle dimensioni dell’infantile allegria, nella sottocultura ameboide dei videogiochi e degli idiotismi da social-network; è già tanto, in questo mondo che ci vuole afflitti dall’indifferenza, che ci vuole tenere seduti fuori dai bar o davanti alla tv a riempirci di film di fantascienza dimenticando i problemi che ci affliggono.

Ecco, ora che i giochi cominciano ad aprirsi, ora che tutti affilano le armi del rancore e della veemenza in vista di queste elezioni, ora cominciano anche a pioverci addosso le prime sferzanti pesanti critiche: da parte del trasversale e semprevivo partito dei benpensanti e dei perbenisti, fatto da tutte quelle persone – la maggioranza in verità – che sono le prime a lamentarsi che “le cose qui non vanno”, che “Ceccano fa schifo”, che “eh, ma tutta l’Italia è così”, ma che poi alla prima occasione di novità non sanno fare altro che tirarsi indietro, nel viscido e appagante qualunquismo, in un tranquillo quieto vivere che li spinge a trovare dietrologie e opportunismi anche in quelle esperienze che sembrano – e sono – davvero originali e originali. È il solito, classico costume italico: una mentalità talmente radicata e fossilizzata che ormai è del tutto normale pensarla così, mentre invece è straordinariamente pericoloso pensare di invertirla o scalfirla […]

To be continued

Alessandro Liburdi