Vocabolario di una vita: Alfonso Cardamone e il suo ‘Diario del mare’


Intervistare un poeta è una continua fascinazione, e il risultato che ne esce è quello di una profondissima suggestione, di una straordinaria euforia, che ti spingerebbe a chiedere ancora, a domandare ancora, a ricercare ancora nuovi sentieri di dialogo. Parlare con un poeta è davvero un peccato capitale, è come la Gola: tira una curiosità sull’altra. Perciò il consiglio che do a chi leggerà quest’intervista è di godersi, appieno e con lentezza spropositata, le parole del poeta; leggerle e meditare su ogni parola, dare loro una cadenza ponderata, ripeto lenta. Le parole dei poeti, per quanto visionarie, hanno bisogno – e hanno ansia – di essere auscultate: da suoni noiosi sono capaci di diventare immaginazioni, figurazioni, domande e ricerche costanti; da suoni diventano nostre, se ci predisponiamo a ‘sentirle’. Ecco: parlare con Alfonso Cardamone, classe 1939, poeta e insieme professore, giornalista, saggista, scrittore teatrale, è davvero tutto questo: è una conversazione che va oltre la nebbia piovosa che copre il mondo fuori dalla finestra mentre lo intervisto, che va al di là di ogni grettezza quotidiana, dell’aria ripiena di smog che Frosinone esala anche in questo giorno di fine gennaio. È un’immersione, autentica e cosmica, che ti riempie l’intelletto e il cuore di curiosità, e che profuma di quel sigaro che Alfonso, nel frattempo, si accende tranquillamente e beatamente fa volteggiare nella stanza, diffondendo una piccola lucente nuvola di fumo che attribuisce a tutta l’atmosfera un tocco bohemien o da vecchio caffè letterario. È un’immersione, dicevo: e allora immergiamoci nell’intervista, nel suo Diario del mare (Pellegrini, Cosenza, 2011) che vale qui come pre-testo per parlare appassionatamente di tutto…

Cosa è il mare dal tuo punto di vista? Un tema che ha sempre affascinato e inquietato l’uomo, dalle origini greche fino alla poesia del secondo Novecento. Davanti a questo topos, come collochi la tua poetica, e questo tuo ‘Diario’?

Beh, innanzitutto il mare è acqua: non però semplicemente acqua che scorre, bensì acqua che persiste e pure persistendo muta, acqua che avvolge e che contemporaneamente è confine, un confine tra la terra dei vivi e quella dei morti. Nella poesia più antica si parla anche del “mare dei morti”: prima fonte di questo discorso è ovviamente l’epopea sumero-accadica di Gilgamesh (che precede, e non di poco, le testimonianze greche), dove attraversare il mare dei morti è indispensabile per poter raggiungere l’isola dell’unico sopravvissuto al diluvio e sperare di conoscere il segreto della vita eterna: speranza naturalmente destinata a fallire, anche per l’eroe Gilgamesh, perché inattingibile rimane l’immortalità all’essere umano, il cui destino è segnato dal nascere per morire. Andando a questa mia recente raccolta poetica, Diario del mare, dirò subito che è nata su un orizzonte visuale di pochi chilometri di spiaggia: uno spazio ristretto, in cui il mio pensiero è stato frequentemente sollecitato non solo dal contatto sensoriale con il mare, ma anche dalle riemersioni di una “memoria cosmica”, dove il mare recita l’emblema archetipico della dialettica essere-divenire. Il tutto vissuto in prima persona, l’ispirazione poetica muovendo da elementi della quotidianità, che d’incanto ci appaiono nella loro straordinaria unicità, manifestazioni particolari dell’infinita mutevolezza della Physis.  Faccio un esempio: un’alba particolare che si manifestava improvvisa, che trascolorava sulla notte, e l’apparizione di un disco lunare immenso, più grande del sole, che si staglia sopra il mare all’orizzonte, è stata per me un’autentica sorpresa, una visione stupefacente che mi ha indotto a cercare una sintesi, la sintesi poetica, e a riprodurla sui miei appunti (ndr, riferimento a Lenta la notte slaccia gli ultimi suoi veli).

Se non sbaglio dunque, intendi la poesia come ‘stupore’, come ‘maraviglia’: Attilio Bertolucci su questo tema ha scritto che «il poeta scrive perché si meraviglia delle cose che vede e […] la poesia nasce dalla felicità, che sempre s’accompagna alla meraviglia». Una felicità però «della quale il poeta sente in modo acutissimo la fragile, precaria natura; ed è per questo che egli s’affretta a fermarla, a tentare di fermarla, descrivendola.» Quanto condividi questo giudizio?

Lo approvo completamente: io credo che ci sono scarsi, fuggevoli momenti nella vita di ognuno in cui ci si rende conto con ‘stupore’ che si è vivi, in un mondo che ci avvolge e che non conosciamo e non potremo mai conoscere appieno. Borges, uno dei miei autori prediletti, dice appunto che l’universo è inconoscibile; a noi umani non rimane che vivere queste sensazioni di stupore. Così facendo il poeta capta questi soprassalti di meraviglia, e rovescia la visione barocca secondo cui ‘è del poeta il fin la maraviglia’, che spesso si spingeva verso un leziosismo sterile e inconcludente, e si trasforma in un motto ben diverso: “è della meraviglia il fine la poesia”. Così intesa la poesia, pur con meraviglia ma soprattutto per meraviglia, è una forma estetica di conoscenza: ‘estetica’ perché non cerca la semplice comunicazione ma l’appagamento dell’espressione formale; ‘di conoscenza’ perché è un’espressione  che tende a unità, che fissa anche solo per un momento, anche solo per il tempo della sua gestazione, la conoscenza complessa di se stessi e di sé in rapporto al mondo. Con la poesia si attua, in breve, una specie di riunificazione tra la sensualità (il primo rapporto con l’esterno, quello materico che i sensi ci regalano), il sentimento (tutto quel groviglio di sensazioni, memorie individuali, sensibilità, affetti verso gli altri ecc.), e la ragione. E per questo la poesia resta per me un momento ‘privilegiato’ di conoscenza, in quanto tende a superare le contraddizioni razionale-irrazionale, interno-esterno, e la tragica frammentazione del tempo individuale in passato-presente-futuro.

La poesia: condizioni presenti. Ha ancora senso poetare oggi, nell’era della società postindustriale e consumistica?

Non credo alla poesia come sperimentalismo fine a se stesso, come pura tecnica; non credo alla poesia né concreta né fonetica. Mi spiego meglio: la poesia non può scindere la duplicità propria della parola, che è insieme significante e significato, voce e senso; la poesia come puro suono secondo me è tempo perso. Essa nasce, e dovrebbe nascere, dall’entusiasmòs greco, dall’ispirazione poetica intesa come passione. Se l’ispirazione dei greci era una forma di invasamento divino, quella della nostra contemporaneità vivrà pur sempre la passione, ma intesa in senso laico: sarà cioè legata direttamente all’esperienza viva di colui che scrive e che ‘sente’ la vita, e che con la scrittura prova a fermarla in istanti poetici, prova ad esorcizzare il suo ‘trascorrere irrefrenabile verso la morte’. La poesia in breve è una contaminazione in cui l’uomo affronta il contrasto tra la labile durata del suo essere e l’eterno, inconoscibile divenire dell’universo. Si vorrebbe da molti che la poesia nel mondo attuale non abbia senso, che soffra di una inguaribile tabe di ‘inutilità’ a fronte di una società globalizzata in cui domina la legge dell’utile, del consumo e del profitto. È vero il contrario. Come non mai oggi è importante la poesia. Proprio perché inutile in un mondo di utilitarismo cieco alle ragioni della libertà, proprio perché marginale e irriducibile rispetto ai dis-valori scellerati e brutti del profitto e del consumismo devastatore (così delle coscienze come del mondo fisico), la poesia è respiro profondo di libertà, di aspirazione alla felicità e alla bellezza, a dispetto e nonostante l’assurda condizione umana del nascere per morire.

Oltre a essere poeta, nel corso degli anni hai mostrato un interesse concreto anche per la militanza civile e politica, soprattutto come carica giovanile durante le contestazioni degli anni Sessanta. Quale il tuo ricordo di quell’esperienza?

Beh, sì, in qualche modo ho vissuto la nascita del movimento del Sessantotto: a Pisa, dove ho studiato Lettere moderne, ci furono alcune tra le primissime occupazioni universitarie, almeno un biennio prima delle esperienze del fatidico Sessantotto, di cui pertanto ho visto e conosciuto già i primi significativi prodromi. Tra l’altro non credo che sia senza significato il fatto che queste occupazioni partirono da Lettere e da Fisica, facoltà apparentemente tanto distanti ma in realtà unite da una carica ideale fortissima. Ecco, il movimento si connotò sin dall’inizio per due motivi interconnessi: il primo fu la carica libertaria e antiautoritaria, che rivendicava una democrazia radicale e autentica; il secondo, una connotazione profondamente culturale, che spingeva a superare l’iperspecialismo delle discipline, la loro frammentazione e separazione in compartimenti stagni, in vista di un modello alternativo di conoscenza ‘universale’. Ecco, questo è quello che ricordo con maggiore passione. Ma ricordo anche episodi pericolosi, come quando durante la manifestazione ‘Mille bandiere per il Vietnam’ mi ritrovai incapsulato, per caso e senza volerlo, in mezzo a un gruppo di stalinisti urlanti. All’epoca andavano molto in voga gli slogan, e questi pseudo – compagni erano lì che gridavano: «Marx, Lenin, Stalin, Mao Tsetung». Io, che ero un cane sciolto, odiavo gli slogan e credevo nelle mie idee libertarie, sapevo di non poter tacere, ma non potevo nemmeno tradire la mia coscienza: ho rischiato, ma mi è andata bene nonostante rispondessi con una triade diversa «Marx, Lenin, Che Guevara»! Un personaggio, quest’ultimo, che per loro era soltanto un volgare piccolo borghese. Questo episodio personale è indicativo di quanto è avvenuto dopo, visto che il movimento è andato via via perdendo la sua carica antiautoritaria e libertaria ed è stato in qualche modo tradito dalla progressiva proliferazione di gruppetti facinorosi e ideologicamente fanatici, che certo non possono essere considerati, come alcuni vorrebbero, culle incubatrici della stagione tetra del terrorismo (il discorso richiamerebbe semmai la necessità di una analisi spregiudicata ed approfondita di alcune zone d’ombra del Settantasette), ma che comunque diedero il loro contributo reazionario all’esaurimento del Movimento e all’affermazione del successivo Riflusso.

Appunto ricollegandoci a quest’argomento, e finendo a oggi, quale rapporto ti sembra esista tra i giovani e la politica? Ritrovi in questa realtà qualche modello possibile alle loro lotte? E quali consigli senti di dare loro?

È un rapporto senz’altro complicato, quello tra giovani e politica. Ma ritengo che innanzitutto i ragazzi debbano sollecitare e tenere sempre alta la guardia della loro coscienza critica. Guardare il mondo e riflettervi sopra, aguzzando l’occhio critico, può servire loro per contrastare il sistema globale, e per pretendere riscatto contro questa politica deficiente di idee e di risorse umane, arroccata nelle sue stanze e preoccupata solo dell’acquisizione e del mantenimento del potere. La critica, lo sguardo acuto sul mondo, il ricorso alle fonti culturali dell’esigenza del riscatto sono un autentico patrimonio che possono, e devono secondo me, sfruttare le giovani generazioni, quelle che sono più calpestate ed esautorate da un futuro che viene loro sottratto. D’altronde, le rivolte della primavera araba hanno dato la prova che la vera rivolta parte sempre dai giovani, dalla loro fame di futuro, di democrazia e di stabilità: sono loro il futuro, ed è da loro che dovrebbero partire il cambiamento e la pretesa alla libertà. Ma, ora, quale sbocco abbiamo davanti? Sinceramente non so dirlo; so che i modelli non ci sono, oppure sono falliti quelli che il ‘900 aveva sparpagliato intorno veicolandoli sino a noi. E forse, anzi sicuramente, è un bene che siano falliti così, altrimenti avremmo rischiato di ritrovarci dentro un dramma simile a quello di Cuba dove, dopo la vittoria guerrigliera sul mostro imperialista, e dietro la scusante della democrazia popolare, il potere si è riassestato autoritariamente su se stesso chiudendo spazi alla libertà sociale politica e culturale. Sono disarmato, ma ho comunque tanta fiducia: continuo ostinatamente a credere che il verbo dei giovani non possa che essere libertario, svincolato da qualsiasi partito, e basato sulla rivendicazione dei propri diritti, che sono quelli della futura umanità intera.

Quale libro o quali libri, Alfonso, hai amato di più nella tua vita? Per comodità, puoi anche dividerli secondo l’età: il libro dell’infanzia, quello dell’adolescenza ecc.

Su questo punto devo senz’altro ringraziare mio padre, che mi ha fatto crescere tra i libri e non ha mai posto veti alla costruzione della mia identità letteraria: ricordo infatti che ancora adolescente lessi tutto D’Annunzio – che ha avuto un esito comunque importante sullo stile poetico di Alfonso, spesso attraversato da sprazzi sensualistici (ndr) –,  poi, rendendomi conto del rischio di contagio, per disintossicarmi mi concentrai tutto sull’opera di Guido Gozzano, un poeta che ho amato tantissimo, secondo me il primo autore del ‘900 che abbia padroneggiato la lingua con grande maestria per raccontare, tra il nostalgico e l’ironico, una vita ‘borghese’ di confine, la sua, a cui ”mentirono le due cose belle”: amore e morte. A livello di romanzi, metto in cima alla lista le opere di Italo Svevo, indiscutibilmente: è lui ad avere scoperto e rappresentato nella narrativa italiana nevrosi e contraddizioni dell’uomo moderno. Oggi, mi piace leggere Camilleri.

Bene, e se dovessi scegliere una frase, un aforisma, un verso che valga a definire la tua testimonianza viva, il tuo impegno culturale, cosa sceglieresti? Una pietra da scolpire ‘a futura memoria’…

A 12 anni, all’epoca del mio arrivo a Frosinone, ebbi la fortuna di avere come docente di Italiano il prof. Iadanza: egli ci fece adottare, a noi ragazzi di terza media, un’antologia di poesia italiana contemporanea! Pensa, una novità assoluta, quasi un’eresia per una scuola che negli anni Cinquanta era ancora improntata su metodi e programmi antiquati… Tra le altre leggemmo una poesia di Rosario Macrì, un poeta siciliano che non ha goduto di troppa fortuna, considerato dalla critica paludata un ‘minore tra i minori’, e ci imbattemmo in un attacco che a me parve straordinario, di una sinteticità senza pari, e che io ricordo così : «E venne Ulisse meditando assorto/alla sua nave». Ecco, in questa semplice immagine poetica c’è davvero tutta L’Avventura della poesia, che è ovviamente L’Avventura dell’uomo: c’è Ulisse che, tornato a Itaca, alla sua Penelope, dopo innumerevoli peripezie, percepisce come impellente la necessità di ri-partire, di ri-prendere il viaggio, l’indomabile bisogno di ritornare «alla sua nave», nella casa del proprio io. Si manifesta così a lui il fondo del suo destino: il viaggio, che per lui altro non è che metafora dell’esistenza, esperienza del continuo andare fino al limite dei giorni e, al tempo stesso, ricerca e conoscenza, meditazione – il «meditando» di Macrì…- scoperta delle fibre interiori della coscienza, che sono poi quelle di tutti quanti noi, sono le nostre fibre

 

 

Alessandro Liburdi

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5 pensieri su “Vocabolario di una vita: Alfonso Cardamone e il suo ‘Diario del mare’

  1. Alessandro, hai fatto un lavoro straordinario, di cui ti sono profondamente grato. Non sono sicuro dell’importanza delle cose che ho detto, ma certo importanti, intelligenti e significative sono state le tue domande, con cui hai saputo dare espressione ai quesiti di fondo di una generazione di giovani, che la società di oggi deve ancora dimostrare di sapersi meritare. Grazie ancora,
    alfonso

  2. Che bella intervista e, nelle risposte, ascoltare le parole – sempre significative – di un caro amico vicino-lontano come Alfonso.
    Valentina

  3. Domande intelligenti e profonde, con preambolo molto suggestivo. Risposte che chiunque ami la poesia può sottoscrivere. Chi condivide, meglio non potrebbe argomentare. Il richiamo al “minore dei minori” Macrì è emblematico di quanta traccia lasci il verso sommerso, o “sommersivo”. L’orma fa risalire al piede anche dello sconosciuto, o non fortunato, o dalla critica ufficiale ignorato. Da sponda a sponda, mi vien da dire, i versi, se sono sostanza vera, non affondano nel tempo. Traghettano sempre emozioni.

  4. Bello! Bravo l’intervistatore che ha saputo sollecitarti con le domande (quelle giuste) che hanno aperto la porta al tuo fiume di parole! Come sempre, quando arrivi alla fine, vorresti essere all’inizio.

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