La giornata della memoria 2012.


Carissimi!

La data del 27 gennaio segna per tutta l’umanità un ricordo il quale, pur a distanza di numerosi anni, risulta alquanto importante e sopratutto degno di essere ricordato. Il XX secolo è stato come notano in molti un secolo breve e la seconda guerra mondiale è uno dei suoi simboli: alla tradizionale guerra combattuta per ragioni territoriali si è aggiunta una nuova guerra atta a distruggere, a sterminare un popolo (già nella prima guerra mondiale troviamo, tuttavia, fenomeni simili come il massacro degli Armeni) reo di essere diverso da precisi ma estremamente precari schemi nati dall’illusione malata di un uomo che ha saputo, grazie a un formidabile carisma, attuare questo processo le cui azioni infamanti si contano ancora oggi.

Le numerose parole e i numerosi films non possono bastare ed ecco che subentra il ricordo che si concretizza in questa giornata.  Tuttavia è essenziale affermare che il ricordo dell’eccidio non si esaurisce con questa data ma deve essere sempre presente nella mente dei posteri. La data odierna segna come un’agape in cui tutti gli uomini vogliono ricordare, con forme esteriori, questa gravissima strage.  27 gennaio 1945-27 gennaio 2012: sono esattamente 67 anni, cifra leggermente significativa ma che viene spesso dimenticata. La vita moderna, le numerose sollecitudini che provengono dal mondo impediscono, sempre più, di ricordare: si preferisce scansare l’argomento ostico, si preferisce parlare di cose frivole, dimenticando.

La giornata della memoria per le vittime della II mondiale sia un dies universalis. Quante volte, con orrore e sgomento si ode dire che l’olocausto non c’è stato! Trema l’animo all’udire codesta parola! Il conflitto mondiale ne ha visti molteplici: dalla guerra di Spagna (1936-1939), ai lager, alle foibe sul Carso, al massacro in Africa: nessuno può arrogarsi la superbia di dire che non c’è stato.  Le recenti formazioni nazionalistiche e naziste compiono l’errore di quanti dinnanzi al fatto compiuto preferiscono non vederlo tanto sono presi dalla superbia propria dell’uomo che lo ha portato, fin dalle epoche più remote, a uccidere, a compiere eccidi in nome di leggi non volute da Dio ma loro stessi!

Allora preghiamo, affinché ognuno di noi, di qualunque estrazione sociale, di qualunque popolo, di qualunque condizione politica, possa dire in cuor suo per poi comunicarla ad vocem unicam: “Mai più  la guerra! Mai più l’antisemitismo”

M.T.C

PS: perdonerete il tono leggermente forte in alcune parti del brano. Spero che, tolti i periodi dotati di più acre contenuto a causa di taluni vocaboli, il testo si mantenga equidistante rivolto ad pacem inter homines.

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Vocabolario di una vita: Alfonso Cardamone e il suo ‘Diario del mare’


Intervistare un poeta è una continua fascinazione, e il risultato che ne esce è quello di una profondissima suggestione, di una straordinaria euforia, che ti spingerebbe a chiedere ancora, a domandare ancora, a ricercare ancora nuovi sentieri di dialogo. Parlare con un poeta è davvero un peccato capitale, è come la Gola: tira una curiosità sull’altra. Perciò il consiglio che do a chi leggerà quest’intervista è di godersi, appieno e con lentezza spropositata, le parole del poeta; leggerle e meditare su ogni parola, dare loro una cadenza ponderata, ripeto lenta. Le parole dei poeti, per quanto visionarie, hanno bisogno – e hanno ansia – di essere auscultate: da suoni noiosi sono capaci di diventare immaginazioni, figurazioni, domande e ricerche costanti; da suoni diventano nostre, se ci predisponiamo a ‘sentirle’. Ecco: parlare con Alfonso Cardamone, classe 1939, poeta e insieme professore, giornalista, saggista, scrittore teatrale, è davvero tutto questo: è una conversazione che va oltre la nebbia piovosa che copre il mondo fuori dalla finestra mentre lo intervisto, che va al di là di ogni grettezza quotidiana, dell’aria ripiena di smog che Frosinone esala anche in questo giorno di fine gennaio. È un’immersione, autentica e cosmica, che ti riempie l’intelletto e il cuore di curiosità, e che profuma di quel sigaro che Alfonso, nel frattempo, si accende tranquillamente e beatamente fa volteggiare nella stanza, diffondendo una piccola lucente nuvola di fumo che attribuisce a tutta l’atmosfera un tocco bohemien o da vecchio caffè letterario. È un’immersione, dicevo: e allora immergiamoci nell’intervista, nel suo Diario del mare (Pellegrini, Cosenza, 2011) che vale qui come pre-testo per parlare appassionatamente di tutto…

Cosa è il mare dal tuo punto di vista? Un tema che ha sempre affascinato e inquietato l’uomo, dalle origini greche fino alla poesia del secondo Novecento. Davanti a questo topos, come collochi la tua poetica, e questo tuo ‘Diario’?

Beh, innanzitutto il mare è acqua: non però semplicemente acqua che scorre, bensì acqua che persiste e pure persistendo muta, acqua che avvolge e che contemporaneamente è confine, un confine tra la terra dei vivi e quella dei morti. Nella poesia più antica si parla anche del “mare dei morti”: prima fonte di questo discorso è ovviamente l’epopea sumero-accadica di Gilgamesh (che precede, e non di poco, le testimonianze greche), dove attraversare il mare dei morti è indispensabile per poter raggiungere l’isola dell’unico sopravvissuto al diluvio e sperare di conoscere il segreto della vita eterna: speranza naturalmente destinata a fallire, anche per l’eroe Gilgamesh, perché inattingibile rimane l’immortalità all’essere umano, il cui destino è segnato dal nascere per morire. Andando a questa mia recente raccolta poetica, Diario del mare, dirò subito che è nata su un orizzonte visuale di pochi chilometri di spiaggia: uno spazio ristretto, in cui il mio pensiero è stato frequentemente sollecitato non solo dal contatto sensoriale con il mare, ma anche dalle riemersioni di una “memoria cosmica”, dove il mare recita l’emblema archetipico della dialettica essere-divenire. Il tutto vissuto in prima persona, l’ispirazione poetica muovendo da elementi della quotidianità, che d’incanto ci appaiono nella loro straordinaria unicità, manifestazioni particolari dell’infinita mutevolezza della Physis.  Faccio un esempio: un’alba particolare che si manifestava improvvisa, che trascolorava sulla notte, e l’apparizione di un disco lunare immenso, più grande del sole, che si staglia sopra il mare all’orizzonte, è stata per me un’autentica sorpresa, una visione stupefacente che mi ha indotto a cercare una sintesi, la sintesi poetica, e a riprodurla sui miei appunti (ndr, riferimento a Lenta la notte slaccia gli ultimi suoi veli).

Se non sbaglio dunque, intendi la poesia come ‘stupore’, come ‘maraviglia’: Attilio Bertolucci su questo tema ha scritto che «il poeta scrive perché si meraviglia delle cose che vede e […] la poesia nasce dalla felicità, che sempre s’accompagna alla meraviglia». Una felicità però «della quale il poeta sente in modo acutissimo la fragile, precaria natura; ed è per questo che egli s’affretta a fermarla, a tentare di fermarla, descrivendola.» Quanto condividi questo giudizio?

Lo approvo completamente: io credo che ci sono scarsi, fuggevoli momenti nella vita di ognuno in cui ci si rende conto con ‘stupore’ che si è vivi, in un mondo che ci avvolge e che non conosciamo e non potremo mai conoscere appieno. Borges, uno dei miei autori prediletti, dice appunto che l’universo è inconoscibile; a noi umani non rimane che vivere queste sensazioni di stupore. Così facendo il poeta capta questi soprassalti di meraviglia, e rovescia la visione barocca secondo cui ‘è del poeta il fin la maraviglia’, che spesso si spingeva verso un leziosismo sterile e inconcludente, e si trasforma in un motto ben diverso: “è della meraviglia il fine la poesia”. Così intesa la poesia, pur con meraviglia ma soprattutto per meraviglia, è una forma estetica di conoscenza: ‘estetica’ perché non cerca la semplice comunicazione ma l’appagamento dell’espressione formale; ‘di conoscenza’ perché è un’espressione  che tende a unità, che fissa anche solo per un momento, anche solo per il tempo della sua gestazione, la conoscenza complessa di se stessi e di sé in rapporto al mondo. Con la poesia si attua, in breve, una specie di riunificazione tra la sensualità (il primo rapporto con l’esterno, quello materico che i sensi ci regalano), il sentimento (tutto quel groviglio di sensazioni, memorie individuali, sensibilità, affetti verso gli altri ecc.), e la ragione. E per questo la poesia resta per me un momento ‘privilegiato’ di conoscenza, in quanto tende a superare le contraddizioni razionale-irrazionale, interno-esterno, e la tragica frammentazione del tempo individuale in passato-presente-futuro.

La poesia: condizioni presenti. Ha ancora senso poetare oggi, nell’era della società postindustriale e consumistica?

Non credo alla poesia come sperimentalismo fine a se stesso, come pura tecnica; non credo alla poesia né concreta né fonetica. Mi spiego meglio: la poesia non può scindere la duplicità propria della parola, che è insieme significante e significato, voce e senso; la poesia come puro suono secondo me è tempo perso. Essa nasce, e dovrebbe nascere, dall’entusiasmòs greco, dall’ispirazione poetica intesa come passione. Se l’ispirazione dei greci era una forma di invasamento divino, quella della nostra contemporaneità vivrà pur sempre la passione, ma intesa in senso laico: sarà cioè legata direttamente all’esperienza viva di colui che scrive e che ‘sente’ la vita, e che con la scrittura prova a fermarla in istanti poetici, prova ad esorcizzare il suo ‘trascorrere irrefrenabile verso la morte’. La poesia in breve è una contaminazione in cui l’uomo affronta il contrasto tra la labile durata del suo essere e l’eterno, inconoscibile divenire dell’universo. Si vorrebbe da molti che la poesia nel mondo attuale non abbia senso, che soffra di una inguaribile tabe di ‘inutilità’ a fronte di una società globalizzata in cui domina la legge dell’utile, del consumo e del profitto. È vero il contrario. Come non mai oggi è importante la poesia. Proprio perché inutile in un mondo di utilitarismo cieco alle ragioni della libertà, proprio perché marginale e irriducibile rispetto ai dis-valori scellerati e brutti del profitto e del consumismo devastatore (così delle coscienze come del mondo fisico), la poesia è respiro profondo di libertà, di aspirazione alla felicità e alla bellezza, a dispetto e nonostante l’assurda condizione umana del nascere per morire.

Oltre a essere poeta, nel corso degli anni hai mostrato un interesse concreto anche per la militanza civile e politica, soprattutto come carica giovanile durante le contestazioni degli anni Sessanta. Quale il tuo ricordo di quell’esperienza?

Beh, sì, in qualche modo ho vissuto la nascita del movimento del Sessantotto: a Pisa, dove ho studiato Lettere moderne, ci furono alcune tra le primissime occupazioni universitarie, almeno un biennio prima delle esperienze del fatidico Sessantotto, di cui pertanto ho visto e conosciuto già i primi significativi prodromi. Tra l’altro non credo che sia senza significato il fatto che queste occupazioni partirono da Lettere e da Fisica, facoltà apparentemente tanto distanti ma in realtà unite da una carica ideale fortissima. Ecco, il movimento si connotò sin dall’inizio per due motivi interconnessi: il primo fu la carica libertaria e antiautoritaria, che rivendicava una democrazia radicale e autentica; il secondo, una connotazione profondamente culturale, che spingeva a superare l’iperspecialismo delle discipline, la loro frammentazione e separazione in compartimenti stagni, in vista di un modello alternativo di conoscenza ‘universale’. Ecco, questo è quello che ricordo con maggiore passione. Ma ricordo anche episodi pericolosi, come quando durante la manifestazione ‘Mille bandiere per il Vietnam’ mi ritrovai incapsulato, per caso e senza volerlo, in mezzo a un gruppo di stalinisti urlanti. All’epoca andavano molto in voga gli slogan, e questi pseudo – compagni erano lì che gridavano: «Marx, Lenin, Stalin, Mao Tsetung». Io, che ero un cane sciolto, odiavo gli slogan e credevo nelle mie idee libertarie, sapevo di non poter tacere, ma non potevo nemmeno tradire la mia coscienza: ho rischiato, ma mi è andata bene nonostante rispondessi con una triade diversa «Marx, Lenin, Che Guevara»! Un personaggio, quest’ultimo, che per loro era soltanto un volgare piccolo borghese. Questo episodio personale è indicativo di quanto è avvenuto dopo, visto che il movimento è andato via via perdendo la sua carica antiautoritaria e libertaria ed è stato in qualche modo tradito dalla progressiva proliferazione di gruppetti facinorosi e ideologicamente fanatici, che certo non possono essere considerati, come alcuni vorrebbero, culle incubatrici della stagione tetra del terrorismo (il discorso richiamerebbe semmai la necessità di una analisi spregiudicata ed approfondita di alcune zone d’ombra del Settantasette), ma che comunque diedero il loro contributo reazionario all’esaurimento del Movimento e all’affermazione del successivo Riflusso.

Appunto ricollegandoci a quest’argomento, e finendo a oggi, quale rapporto ti sembra esista tra i giovani e la politica? Ritrovi in questa realtà qualche modello possibile alle loro lotte? E quali consigli senti di dare loro?

È un rapporto senz’altro complicato, quello tra giovani e politica. Ma ritengo che innanzitutto i ragazzi debbano sollecitare e tenere sempre alta la guardia della loro coscienza critica. Guardare il mondo e riflettervi sopra, aguzzando l’occhio critico, può servire loro per contrastare il sistema globale, e per pretendere riscatto contro questa politica deficiente di idee e di risorse umane, arroccata nelle sue stanze e preoccupata solo dell’acquisizione e del mantenimento del potere. La critica, lo sguardo acuto sul mondo, il ricorso alle fonti culturali dell’esigenza del riscatto sono un autentico patrimonio che possono, e devono secondo me, sfruttare le giovani generazioni, quelle che sono più calpestate ed esautorate da un futuro che viene loro sottratto. D’altronde, le rivolte della primavera araba hanno dato la prova che la vera rivolta parte sempre dai giovani, dalla loro fame di futuro, di democrazia e di stabilità: sono loro il futuro, ed è da loro che dovrebbero partire il cambiamento e la pretesa alla libertà. Ma, ora, quale sbocco abbiamo davanti? Sinceramente non so dirlo; so che i modelli non ci sono, oppure sono falliti quelli che il ‘900 aveva sparpagliato intorno veicolandoli sino a noi. E forse, anzi sicuramente, è un bene che siano falliti così, altrimenti avremmo rischiato di ritrovarci dentro un dramma simile a quello di Cuba dove, dopo la vittoria guerrigliera sul mostro imperialista, e dietro la scusante della democrazia popolare, il potere si è riassestato autoritariamente su se stesso chiudendo spazi alla libertà sociale politica e culturale. Sono disarmato, ma ho comunque tanta fiducia: continuo ostinatamente a credere che il verbo dei giovani non possa che essere libertario, svincolato da qualsiasi partito, e basato sulla rivendicazione dei propri diritti, che sono quelli della futura umanità intera.

Quale libro o quali libri, Alfonso, hai amato di più nella tua vita? Per comodità, puoi anche dividerli secondo l’età: il libro dell’infanzia, quello dell’adolescenza ecc.

Su questo punto devo senz’altro ringraziare mio padre, che mi ha fatto crescere tra i libri e non ha mai posto veti alla costruzione della mia identità letteraria: ricordo infatti che ancora adolescente lessi tutto D’Annunzio – che ha avuto un esito comunque importante sullo stile poetico di Alfonso, spesso attraversato da sprazzi sensualistici (ndr) –,  poi, rendendomi conto del rischio di contagio, per disintossicarmi mi concentrai tutto sull’opera di Guido Gozzano, un poeta che ho amato tantissimo, secondo me il primo autore del ‘900 che abbia padroneggiato la lingua con grande maestria per raccontare, tra il nostalgico e l’ironico, una vita ‘borghese’ di confine, la sua, a cui ”mentirono le due cose belle”: amore e morte. A livello di romanzi, metto in cima alla lista le opere di Italo Svevo, indiscutibilmente: è lui ad avere scoperto e rappresentato nella narrativa italiana nevrosi e contraddizioni dell’uomo moderno. Oggi, mi piace leggere Camilleri.

Bene, e se dovessi scegliere una frase, un aforisma, un verso che valga a definire la tua testimonianza viva, il tuo impegno culturale, cosa sceglieresti? Una pietra da scolpire ‘a futura memoria’…

A 12 anni, all’epoca del mio arrivo a Frosinone, ebbi la fortuna di avere come docente di Italiano il prof. Iadanza: egli ci fece adottare, a noi ragazzi di terza media, un’antologia di poesia italiana contemporanea! Pensa, una novità assoluta, quasi un’eresia per una scuola che negli anni Cinquanta era ancora improntata su metodi e programmi antiquati… Tra le altre leggemmo una poesia di Rosario Macrì, un poeta siciliano che non ha goduto di troppa fortuna, considerato dalla critica paludata un ‘minore tra i minori’, e ci imbattemmo in un attacco che a me parve straordinario, di una sinteticità senza pari, e che io ricordo così : «E venne Ulisse meditando assorto/alla sua nave». Ecco, in questa semplice immagine poetica c’è davvero tutta L’Avventura della poesia, che è ovviamente L’Avventura dell’uomo: c’è Ulisse che, tornato a Itaca, alla sua Penelope, dopo innumerevoli peripezie, percepisce come impellente la necessità di ri-partire, di ri-prendere il viaggio, l’indomabile bisogno di ritornare «alla sua nave», nella casa del proprio io. Si manifesta così a lui il fondo del suo destino: il viaggio, che per lui altro non è che metafora dell’esistenza, esperienza del continuo andare fino al limite dei giorni e, al tempo stesso, ricerca e conoscenza, meditazione – il «meditando» di Macrì…- scoperta delle fibre interiori della coscienza, che sono poi quelle di tutti quanti noi, sono le nostre fibre

 

 

Alessandro Liburdi

1 -La Peste di Albert Camus: un invito alla lettura


Il Suggeritore



Mi servo delle immagini, di un video appunto, tratto da un film realizzato a immagine e somiglianza del libro. Uso questo espediente forse perchè è più facile fermarsi a guardare in questo modo, dove un’impegno intellettuale di lettura potrebbe essere sfiancante. non è così, la Peste di Albert Camus tiene difficilmente la polvere. E’ un romanzo del quale voglio evitarvi l’ennesima e parziale recensione di cui è piena la rete cercando invece (l’autore non sarà un buon critico letterario, ma di certo è un lettore) di darvi, in qualche riga alcuni buoni motivi per legare indissolubilmente il vostro destino a determinate riflessioni. Di libri se ne leggono, alcuni cambiano la vita. Camus ci prende per i capelli e ci trascina nelle fogne dell’umanità, nell’archetipica città di Orano, colonia francese del nord Africa. La normalità viene spezzata da un flagello timido e silenzioso, la morìa di topi che stravolge appena le pagine dei quotidiani locali. La peste si impossesserà, presto, della città, con il suo bagaglio di bruttezza e di ferocia, una grande tragedia in cui gli attori possano dare solo il meglio o il peggio nella loro performance. Persone che incontri sul tram, vedi ai bordi delle strade, vengono trasformati in segugi di vita e di morte, una pletora di eroi, sintesi dell’umanità al cospetto della crisi. Un medico di paese, il dottor Bernard Rieux, inizia la sua crociata contro la Peste come l’uomo che vuole sconfiggere l’insensatezza delle sorti umane. Il giudizio sulla sua lotta instancabile e forse, chissà, inutile, ci regala l’immagine di un uomo dilaniato dal dubbio ma prosecutore fiero della propria missione anche se avversato dal mondo, dalle persone. Salvare vite umane ingiustamente strappate via da un male occasionale senza che la mannaia della morte possegga la giustizia di una ghigliottina calante solo su alcuni, per questo motivata. Il ragionamento è forse falsato, Camus avrebbe ripreso queste ultime parole perchè è prorpio la morte la somma ingiustizia, la sua domanda giace ad un livello superiore: perchè lasciarsi morire? Bisogna vivere! quasi fosse un dovere morale; “Ne vale sempre la pena” fa dire proprio al suo protagonista morale, il dottor Rieux, lo stesso che, in un altro punto del romanzo, afferma “Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello”. Dalla parte del flagello (possiamo estendere di molto il concetto di Peste fino alle metafore migliori) c’è un sacerdote che acclama la Peste, un uomo della Peste, persino, Cottard, che sembra aver trovato il proprio giorno in questa lunga notte di afflizioni, una figura lunare, Tarrou, semplice magistrato in cui la storia raggiunge, secondo me, l’apice drammatico del racconto oppure Grand, un vecchietto ostinato, malandato ma agguerrito che viene logorato dall’interno, mangiato nell’anima dalla Peste che gli ricorda il distacco dalla persona amata, il giovane figlio di Tarrou, suprema icona dell’innocenza, dell’ingiustizia. Capiamo già che, su tutti, brillerà Rieux ma non di quella lucentezza abbagliante alla quale ci hanno abituato i finti eroi moderni, quanto di quella fiammella fioca, tremula, ma imperitura che anima lo spirito degli eroi quotidiani, persi nell’anonimato del loro lavoro. Rieux è il ragazzo che è morto lasciando il posto in scialuppa ad una bambina, Rieux è il vigile del fuoco delle Twin Towers, sporco di polvere che si tuffa nella nebbia bianca delle macerie cosciente di sparire: “Sono nella notte e cerco di vederci chiaro. Da molto tempo ho finito di trovare originale la cosa”. Questo libro ci insegna ad essere uomini, a condividere il nostro destino comune, ci forza al pensiero e gira violentemente la nostra testa sui cadaveri, sperando in una reazione allergica. Ho dimenticato molto ma ho fiducia nella vostra voglia di colmare queste lacune. A voi la prima “puntata” de “Il suggeritore”.

Appunti per una nuova rubrica…


Sarà, ma forse si sta diffondendo, tra noi animatori di questo appassionato blog, il progetto ‘malsano’ e ardito delle rubriche personali: e dico malsano per sottolineare il desiderio strampalato e innocente che sentiamo di osare un’avventura giornalistica che altrove ci è preclusa, e che invece questo grande giardino delle idee chiamato Cogitanscribens ci consente di coltivare, con i nostri sforzi e la curiosità partecipata di voi lettori che ci seguite. Un’avventura giornalistica seminata con le opinioni intellettuali e/o con i progetti concreti: ma sempre con lo spirito utopico e idealista che da tre anni ormai (uno e mezzo per il sottoscritto) ci contraddistingue, e che riteniamo fondamentale per guardare il mondo con occhi diversi e anticonvenzionali.

E perciò, lasciando da parte i convenevoli, ho deciso anch’io di aprire una mia rubrica, un mio spazio di raccordo, in cui inserire interventi che hanno un loro fil rouge effettivo. Ebbene, questo filo conduttore sarà l’intervista. Un ‘sottoprodotto letterario’ che, all’epoca del corso di Scrittura giornalistica all’università, venne descritto a me e ai miei colleghi come il più difficile, il più ostico, perché richiede l’incontro face to face, o se volete vis à vis, e perciò richiede la creazione di un’alchimia tra intervistatore e intervistato, di un’empatia che smuova le acque della diffidenza – a meno che già non si conosca l’intervistato… – e porti il dialogo nella dimensione di una conversazione cordiale e appassionata, così da trasmetterci anche la psiche e la concezione del mondo di colui che risponde alle nostre domande.

Queste interviste, che immagino di pubblicare a cadenza bimestrale – se poi passeranno tre mesi, provvederò a pubblicare un nuovo calendario…– avranno come obiettivo quello di raccontare un’altra parte della provincia ciociara; di una terra sicuramente violentata e stuprata da una politica ingorda e negletta e da un degrado ambientale e sociale spaventoso, ma che ha nel suo ventre alcune personalità insigni nel campo della Cultura e della Scienza (discipline che io unirò in un unicum totalizzante), esperte nella loro attività giornaliera e piene di dedizione diamantifera verso il loro ‘impegno’.

Questa rubrica sarà, vuole essere, un modo diverso di narrare questa terra, per conferirle ancora la Speranza che anche in provincia, in un ambiente provinciale come il nostro, soprattutto oggi nell’epoca della globalizzazione, possono esistere e coesistere uomini – nell’accezione più ideale del termine – che hanno dato retta al loro talento interiore, alla loro vocazione e che nulla hanno da invidiare ai premi Nobel o ai personaggi chiacchierati della cosiddetta cultura massimalista della tv.

Tra qualche giorno, la rubrica – di cui deciderò a breve il nome – aprirà i battenti con il suo primo atto: non saranno di certo quattro cinque giorni a rovinarvi l’appetito. Al massimo aumenteranno, qualora lo vogliate, la vostra curiosità…

 

Alessandro Liburdi

Di rabbia, d’amore e d’accordo


«Cominciavamo a credere che fare politica fosse scambio di interessi, pubblicità, televendite, avvenenza, giochetti e arcana imperii quando abbiamo capito che ci sono cittadini come tutti noi che hanno deciso di spezzare questa catena per riappropriarsi di una parola stuprata: politica.» Giovanni

«Ho visto onestà, trasparenza, partecipazione, sacrificio disinteressato e voglia di cambiare davvero il nostro paese, tramite proposte e non proclami.» Gianluca

Mi permetto di partire dalle testimonianze vive di due compagni/amici che non esito a chiamare ‘folli’in senso dantesco… – per raccontare i miei primi passi dentro il gruppo ‘Ceccano2012-Idee in Movimento’: le prime impressioni su una situ-azione in cui sognavo di trovarmi, ma senza crederci, che speravo come un desiderio lontano, ma che non immaginavo così vicino – e così concreto. E così, dopo aver valutato e ‘ripensato’ attentamente le possibilità, ho deciso (abbiamo deciso) di varcare fatidica la soglia dell’impegno: di superare finalmente la paura che, come al solito, contraddistingue tutti noi ragazzi, ma che è insieme il primo motore mobile verso una forma di attivismo e di intraprendenza. A volte bisogna avere coscienza della propria paura, per avere il coraggio di superarla…

E, una volta entrato dentro, smarrite le mie scorie di scetticismo, davvero sono stato risucchiato dall’energia pratica, dall’entusiasmo militante di chi ha intrapreso questo percorso virtuoso, animato da un doppio dialettico splendente sentimento, che già Enzo Striano aveva ‘attraversato’ nelle sue prove letterarie: persone animate, si diceva, dalla Rabbia e dall’Amore per la loro terra, ancora irredenta dagli squallidi giochetti di partito e dalle degradanti ostentazioni di vuoto intellettuale, avviluppata nella campagna acquisti del centrodestra e nel silenzio inquietante dell’opposta fazione.

Dentro il laboratorio, ho trovato gente tanto incazzata quanto innamorata: tanto incazzata contro l’opacità–e incapacità– amministrativa di questa classe dirigente, preoccupata più di ibernare la propria fetta di potere che di salvaguardare le esigenze dei cittadini e del territorio; sicuramente incazzata contro il disastro ambientale e culturale che attanaglia Ceccano da lustri ormai, e per il quale tantissimi concittadini ormai sono stanchi, e rassegnati a sopportare. Ma queste persone sono anche tanto innamorate per questa città, così tanto da immaginare per lei un futuro migliore e costruttivo secondo criteri di partecipazione diretta e democratica (ah, la famigerata ‘piramide dal basso’), puntando a un recupero dello spazio pubblico e del fare pubblico con proposte validissime e variegate per ogni campo, che vi suggerisco di guardare nella loro essenza puramente innovativa.

Ha ragione Giovanni: credevamo non vi fosse altro, dentro questa pozzanghera putrescente che è la politica locale, e invece girando l’angolo abbiamo trovato lo spazio dove finalmente poterci esprimere, e – udite, udite – poter essere ascoltati come soggetti attivi, come soggetti maturi, certo bisognosi di essere coadiuvati ma adulti, e non più come ‘bambini’ da svezzare, da tenere sotto la propria ala protettiva prima di andare incontro al massacro mediatico, o come ‘giovanotti’ ammessi nel gioco dopo aver cantato l’elogio del proprio sovrano.

E ha ragione anche Gianluca: quel che ho visto dentro Ceccano 2012 è davvero un messaggio nuovo per la cittadinanza, irrorato di onestà intellettuale e di solerzia decisa. Certo, sono/siamo appena agli inizi, ma le basi per un percorso corretto ci sono tutte! Non possiamo dimenticare che ‘politica’ vuol dire etimologicamente ‘arte di governare’: sia chiaro, Arte; e nella parola Arte passa non solo la competenza tecnica e l’onestà civica – fondamentali per amministrare una città come la nostra; ma anche l’originalità – con cui interpretare e rielaborare il presente; e la visionarietà – con cui lanciare lo sguardo nel futuro, cercando di costruirlo con gli strumenti giusti dell’innovazione e coinvolgendo le giovani generazioni a partecipare, e a non più delegareIl punto di riferimento per tutti coloro che vogliano intervenire è www.ceccano2012.net. Potrà sembrare ingenuità, la mia e la nostra: ma vi dico che è Rabbia, ed è Amore. È Amore ed è Rabbia insieme, e vorremmo condividerle con tanti altri ragazzi, e tante altre persone: sappiamo, tutti, che la Speranza per vivere ha bisogno di essere seminata e coltivata sulla buona terra…Gli strumenti ci sono: adesso al lavoro!

Alessandro Liburdi

Tra Gufi e Treni: passeggiata nei corti della settima edizione del DMFF


Di: Giovanni Proietta

 

La settima edizione del DMFF porta con sé i prodotti di un anno di lavoro made in Indiegesta, quest’anno appunto quattro cortometraggi. Prima di sedermi in sala e gustarli il Presidente dell’associazione, Alessandro Ciotoli, mi segnala, opportunamente, che un fil rouge mi porterà attraverso i vari racconti ed è in questa sede che sarebbe opportuno tirare le somme di questa piacevole passeggiata in un giardino sempre meno provinciale e, anzi, professionale e invidiabile per qualità del montaggio e della fotografia.

I Gufi non sono quello che sembrano – di Alessandro Ciotoli

Titolo enigmatico di un corto enigmatico. Ricorda tanto quelli che usava Lina Wertmuller (“Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” N.d.R.). Il centro della storia è proprio un banale gufetto di legno, apparentemente innocuo. In realtà è il tramite, per la protagonista del Corto, per aprire le porte di un aldilà alieno, di una realtà parallela; un errore pensare che si parli di un dramma fantascientifico, la realtà è che il paradiso perduto, a volte, è molto più vicino di quello che sembra. Non è casuale, infatti, l’incontro che, per uno strano gioco del destino, la protagonista ha con un’elettrica manager in carriera che gli regala un avvenire migliore con un paio di battute in meno di una decina di secondi. Forse quel gufo porta solo semplicemente fortuna…

Maneggiare con cura – Collettivo Desaparecidos

Non sono solo i creatori del corto ad essere scomparsi (desaparecidos, appunto) ma anche una qualsiasi forma di fortuna dalle vite dei protagonisti. Solo una giocatrice seriale (dal lotto alle corse dei cavalli) dà il minimo e ottiene il massimo. Occhi fissi sui suoi numeri magici riesce ad ottenere un 30 e lode e un ragazzo che i suoi coinquilini le invidiano. Tutto merito di un portafortuna comprato durante un concerto, un piccolo gufo che divide le sorti degli attori, ingiustamente, aggiungerei, come solo la vita sa scorrere, certe volte. Bella l’idea di girare una scena durante l’”Imboscata”, appuntamento estivo con la musica organizzato dalla stessa associazione, un modo simpatico, intelligente, di fare pubblicità non proprio occulta.

Ci scusiamo per il disagio – Collettivo Mesa Verde

Dimenticavo il treno appunto, altro motivo ricorrente, che dà il titolo al corti in questo caso. Qui a scomparire è l’idea di futuro (c’è l’odore di una passata sceneggiatura del Ciotoli) dei protagonisti che, con sforzi alterni, si ritrovano a fronteggiare un domani vuoto e pauroso, armati allo stesso modo. Che studi fisica, che tu lavori in un bar, il domani sarà peggio di ieri ed è quasi scontato dire che tutti, per un po’ ci sentiamo così, specie se a scandire le nostre gloriose galoppate verso il futuro c’è un’odiosa campanella accompagnata da una voce di ferro, quella che, mentre saliamo su treni post-bellici ci sussurra, quasi a volersi caricare di colpe che non ha: “Ci scusiamo per il disagio”.

Hansel&Gretel (trova l’intruso) – Collettivo INDIEmotion *

L’intruso non l’ho ancora trovato ma è più per mancanza di acutezza negli occhi dell’osservatore che di perizia nelle mani dei “costruttori” del corto. Non so perché ma qualcosa mi dice che abbia a che fare con i precedenti, un treno, un gufo, sarebbe, certamente meglio verificare ma con i ragazzi di Indiegesta posso prendermi qualche libertà ormai. Temo di toppare ma mi serve qualcosa per chiudere il pezzo. Questa volta ho preferito evitare le mie caustiche pagelle ma mi riservo di attribuire a questo lavoro la corona d’alloro, le mie, personali, stelle michelin. Tra tutti è il prodotto migliore, il più poetico, inoltre si avverte nella cura maniacale dei particolari la presenza di mani attente. Il risultato è di alta qualità. Siete sulla buona strada!

Ceccano 2012: per volare alto


di: GP

E’ bello riuscire a respirare dopo anni di apnea passati a voler decifrare la melma della politica ceccanese. Per anni “personaggi in cerca di autore”, dopo un doveroso periodo

di riflessione, abbiamo realizzato che il migliore dei mondi possibili era dietro l’angolo.

Cominciavamo a credere che fare politica fosse scambio di interessi, pubblicità, televendite, avvenenza, giochetti e arcana imperii quando abbiamo capito che ci sono cittadini come tutti noi che hanno deciso di spezzare questa catena per riappropriarsi di una parola stuprata: politica. Quando dici politica la gente si allontana da te ed è giusto che sia così se “politica” è stata una parola presa in prestito per celare vizi pubblici di cui vergognarsi. Ieri, per la prima volta dopo anni, ho fatto politica. Sono entrato in un circolo di persone intente a progettare un temibile ariete, Ceccano 2012. Gente capace, coraggiosa che non chiede altro che partecipazione. Dove i partiti costruivano salottini di serie A e serie B, curandosi di nascondere la sala dei bottoni agli occhi dell’opinione pubblica (forse perché indegna dei loro sguardi e sporca dalle loro virtù)  il movimento Ceccano 2012 ha messo qualche sedia in circolo ed è riuscito a costruire il migliore Tempio della Democrazia che abbia mai visto.

Non ci sono membri di varie categorie, di caste figlie di dei minori, ognuno dà il proprio contributo secondo le attitudini personali, niente più discorsi provincialotti e bassi  come “portare voti”, “candidati di zona”, “calcoli sulle persone”,il movimento Ceccano 2012 è lì per chiedere il meglio del meglio, non per vincere le elezioni costi quel che costi. Se questa città ha sete di cambiamento (l’unico vero e possibile cambiamento) direi che ha trovato la fonte a cui abbeverarsi e, sia detto, questa conclusione non è frutto di ammirazione personale.Ho visto un movimento che non promette nulla a nessuno ma molto a tutti. Ho avuto finalmente la sensazione di non essere usato per finalità sconosciute quanto piuttosto quella di essere stato chiamato a dire la mia, trovando lo spazio che cercavo da tempo. Se non credete alle mie parole, quelle dei membri del movimento vi convinceranno come hanno convinto me, ne sono sicuro, perciò siete tutti invitati a partecipare! Basta seguirci, a questo punto, su http://www.ceccano2012.net ! Palesatevi, non abbiate paura, rivolgetevi a me, a Gianluca, a chiunque altro, la politica ha bisogno di voi! Quella vera…

P.S.: Mi ero disabituato a comprendere cosa volesse dire “fare politica” e ringrazio i ragazzi del movimento (sperando che valga per molti dei nuovi arrivati) per aver riacceso la speranza che dormiva, sopita, in me