Pt. 3: tirate le somme, cosa rimane?


Beato però anche chi vive di hic et nunc, beato chi carpe diem tutti i dies, chi si rovina la salute e la reputazione in nome di un edonismo facile e catastrofico, volgare e nichilista;

beato chi ripete le sue beatitudini come trofei da esibire, come cicatrici da mostrare; e beato chi beve, chi fuma, chi scopa, chi tromba, chi rientra alle 7 il martedì mattina.

Beato insomma chi ha deciso di spendere tutto e subito, chi ha deciso di sopravvivere ora ai suoi bisogni corporali, chi ha preferito il pubblico collasso in pubblica piazza a dimostrazione della sua aitante intelligenza. E beato chi se la crede, e chi glielo fa credere, perché anche lui ha trovato scopo alla sua vita sprecata.

Beati tutti, perché tutti hanno capito quel che c’era da capire: che i tempi che corrono non lasciano spazio alle riflessioni da studentello liberale, non alle inquietudini da piccolo rivoluzionario, non alle utopie legali da giovane idealista.

Più “non c’è niente da capire”, perché quel che c’era da capire s’è già capito: è il risultato di una somma che tutti fanno ogni giorno. Una somma da cui si evince che il sacrificio non è più un comandamento, che “tanto non vale la pena di…” qualsiasi cosa che comporti abnegazione e impegno perché tanto quella cosa porta già il marchio della sconfitta e dell’infamia davanti gli altri. Una somma in cui cambiando gli addendi davvero il risultato non cambia: tirata la riga, quel che ne esce è sempre il solito bagaglio di disaffezione e di menefreghismo. E la somma spinge a rimboccarsi le maniche, a decidersi, a sbrigarsi, a darsi una mossa: a trovare la strada più comoda, e ovviamente quella più breve, per raggiungere la tranquillità economica, prima base per il benessere psichico e fisico.

Ed ecco che torna in auge Darwin, e la sua teoria della selezione naturale: ecco la competizione, ecco che sopravvive chi adatta il suo spirito e le sue caratteristiche ai tempi che corrono; chi non ce l’ha è fuori dai giochi, è destinato a scomparire, o peggio, a rimanere nella perfida linea d’ombra dell’anonimato che provoca compassione o disprezzo. E allora?

Allora beato chi ha capito i tempi e li cavalca: beato chi si gode un futuro scintillante e soddisfacente, e intanto gozzoviglia alla fiera delle sue vanità. Ignaro che probabilmente, un domani, quell’arrivismo lo farà scivolare a terra, cadere dal piedistallo: e sbattendo i denti per terra, avrà poco o niente con cui sorridere…

Senza frustrazioni, ma con tanta rabbia

Alessandro Liburdi

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