Salvarci, o affondare?


È tempo di crisi, ragazzo. Salvati finché sei in tempo…

È questo il caldo consiglio che ci sentiremo ronzare attorno nei prossimi mesi, visto che gli scricchiolii sinistri continuano a risuonare, e la nave Italia cola sempre più a picco nelle vendite finanziare. E nell’autostima. Ma, in qualche modo, questo “si salvi chi può” è già da un po’ di tempo che lo sentiamo sfrigolare dalle parti del nostro didietro, come una fiammella scappata dal falò che ci rincorre e ci fa scappare via gridando aiuto! a tutto spiano. Questo grido remissivo ci arriva da ogni direzione: dai nostri nonni, che continuano a rinfacciarci la nostra scelta universitaria e ci tartassano di raccomandazioni sul nostro futuro; dai nostri genitori che hanno più esperienza di noi e hanno fiutato gli eventi, e ci pressano con la parola dei loro inequivocabili sguardi a sbrigarci, a darci una mossa, a trovare una “sistemazione”; dai nostri amici – più o meno studenti, precarizzati nel lavoro o sfiduciati nella società – che hanno mangiato la foglia e si arrendono, e si chiudono nell’unica filosofia accettabile e comune, ossia il sordo indifferente nichilismo di marijuana e rock insano, perché tanto “le cose non le puoi cambiare”, “rimarrà tutto così, e noi possiamo solo adeguarci” eccetera eccetera. Un vocabolario della disillusione e della sfiducia che si aggiorna a ogni settimana di nuove agghiaccianti voci…

Per noi ragazzi sembra quasi non esserci scampo: questo Paese, con le sue macchinazioni  e i suoi funzionamenti, esige che ci spogliamo prima possibile di ogni ambizione rivoluzionaria e di ogni aspettativa di giustizia sociale; ci costringe ad adattarci, a comprometterci (nel doppio senso di “fare compromessi” e “rovinarci la reputazione”), a trovare asilo presso i politichetti di turno – gli unici in grado di garantirci un futuro, previo scambio di voto. In Italia quasi non si ha più nemmeno il tempo di crescere, di maturare, di educarsi nel nome delle idee, dei progetti a lunga scadenza. Dobbiamo crescere, e in fretta: dobbiamo immetterci, come carne da macello, sul mercato; dobbiamo riempire i nostri curriculum, cercare la zampata giusta, l’amicizia giusta, la parentela dell’amicizia giusta… E così via: ecco, il senso della giustizia di questo fottutissimo Paese…

Qualche settimana fa, a Formia, ho ascoltato le parole di Mario Calabresi, direttore de La Stampa e valido giornalista: ed è stata davvero una boccata d’aria fresca, per me che vivo in apnea continua. Una ventata di aria pulita, se considero tutta la diffidenza che circonda me, i miei veri amici e il mio piccolo mondo provinciale. Si parlava di giovani e politica: e Calabresi è intervenuto alla grande, dicendo che non è possibile cambiare il Paese se poi i genitori ai propri figli ricordano di continuo, come un rosario lamentevole e grottesco, che la loro sarà la prima generazione senza pensione, che dovranno fare una fatica immane per sopravvivere, e via piagnucolando… Beh, Calabresi ha centrato esattamente il punto. Certo, la sua quasi ventennale esperienza lo mette in condizione di poter ottimisticamente vedere il mondo italico, ma il fatto è che, finché si proseguirà a mettere i bastoni tra le ruote dei giovani, finché si continuerà a frustrarne i sogni di cambiamento collettivi, questo Paese permarrà nel suo marciume morale e politico, e non avrà scampo.

Non aspettatevi che le rivoluzioni vengano dall’alto, dai palazzi. I palazzi sono stati eretti per conservare il potere. Ma anche per essere distrutti… Sta a noi ragazzi (ri)prendere la sfida.

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