PICCOLO MANUALE DEL DISSENSO pt. 2: Lettera a una professoressa


Prima o poi sarei ritornato, con il mio/nostro Manuale della riscossa da portare avanti. E allora, rieccomi, mentre riparto da uno spunto locale, circoscritto, ma spendibile per riflettere a livello generale. Nel corso delle ultime lezioni di Storia Contemporanea, la professoressa ci ha giustamente invitato a riprendere in mano il nostro destino, di tornare a indignarci per la nostra condizione di studenti precarizzati da un sistema che spreca risorse e non investe nella gioventù. Perciò ho concepito questa parte del Manuale come una sorta di Lettera a una professoressa in formato 2.011, con lo scopo però di allargare il fronte delle riflessioni “dal particolare al generale”:

Gentile professoressa,

come Lei, vengo da un’università, quella di Cassino, e da una facoltà, quella di Lettere, imperniate da gravi problemi, strutturali ed etici. La nostra università fa strutturalmente schifo, ed è marcia anche umanamente: e il ‘gran merito’ di tutto questo sconquasso è da ripartire, non so con quale equità, tra noi studenti e la classe dirigente, arroccata nel palazzo di via Marconi e (in)degnamente rappresentata dagli scalda poltrone che affollano la nostra portineria rubando lo stipendio che viene dalle nostre tasche. Ma non voglio farne un cahier des doleances, non voglio parlare delle aule sporche, dei servizi igienici mal funzionanti, della chiusura di certi professori indisponibili a mettere altre sessioni d’appello, dell’incapacità di ricevere informazioni dai portinai – mentre si spendono fior fiori di soldi per posizionare in ogni sede schermi LCD costosissimi che ripetono sempre le stesse notizie sull’ateneo per mesi… IL problema della facoltà di Lettere, dell’Università cassinate e della università italiana, e del mondo giovanile italiano (forse anche occidentale), è un problema culturale, sostanziale, umano. Sono costretto a generalizzare, ben sapendo di prendermi dei rischi, ma ci tengo a dirLe – magari ribadendoLe cose che avrà già notato – che noi giovani siamo suddivisibili pressappoco in due categorie. La prima è quella degli “indifferenti”, ignavi del presente e del futuro, tirati su a pane e tv e capaci di vedere un libro (ogni libro) come un oggetto noioso di cui scaricare la recensione il prima possibile per «fregare la prof»; pronti a girare lo sguardo dall’altra parte appena si alza un po’ il tiro della conversazione su argomenti globali, dalla politica alla giustizia, dalla storia alla salvaguardia ambientale, questi giovani vogliono essere lasciati in pace, vogliono consumare la loro vita dietro le passioni passeggere e la parola “impegno” per loro al massimo può significare associarsi a una stupida e retorica bandiera e ripetere i facili slogan dell’imbecillità: «io sono fascista, w il duce»; «io sono comunista, w il che». Le loro idee finiscono qui, a questo ammasso inconsistente di ideologie depotenzializzate di ogni creatività e onestà intellettuale, a questa partigianeria a cromie stagne. Le loro azioni più grandi ed eclatanti sono le scritte sui muri a sfondo erotico – sessuale: loro, «questi ignoranti vincenti con l’intelligenza dentro l’uccello…», per dirla con Roberto Vecchioni.

Gli altri sono invece gli sgobboni, quelli che in un ideale atlante delle zoologie umane, prenderebbero l’aspetto delle formiche, meticolose accatastatrici di beni e risorse.  Questi sgobboni sono coloro che sprecano energie nell’accumulare conoscenze a più non posso, rinviando a un imprecisato domani il loro intervento intellettuale nel mondo; chiusi nelle loro biblioteche personali, arroccati nella loro filosofia libresca e polveristica, questi giovani sentono la sola incombenza dei “voti”, dei “crediti”, della “media”: non concepiscono altro che questo, e costruiscono anzi le loro relazioni umane sulla base di questo scopo. Per la maggior parte delle loro vite rimangono inebetiti, i loro sguardi coperti dai paraocchi rimangono concentrati esclusivamente a casa, alla scrivania, al libro che bisogna studiare per altri, vitali Crediti Formativi Universitari…

È chiaro, questi sono i punti estremi di un segmento ben più complesso, sfaccettato in innumerevoli punti, ciascuno dei quali ogni giovane della nostra generazione. Quello che noto tra noi, però, salvo pochissime e rarissime eccezioni, è lo scollamento esistente. Non che non ci sia condivisione di un qualche obiettivo comune – le proteste studentesche e la battaglia referendaria degli ultimi mesi sono lì, a viva testimonianza – ma manca lo spirito di solidarietà, di partecipazione, manca la volontà di condividere davvero idee al di là di quelle che servano al proprio rendiconto personale. E questo è un discorso che riguarda sia Cassino, sia la provincia italiana nel suo genere. Noi giovani spesso ci limitiamo a commentare una buona iniziativa o un’arguta osservazione ricorrendo al famigerato “mi piace” di facebookiana memoria: uno strumento che dice tutto per non dire niente. Poi, quando si tratta di chiamare a raccolta le forze per realizzare qualche progetto giusto e sacrosanto, facciamo sempre un passo indietro, adducendo la scusa classica e abusatissima dell’«ho un impegno». Purtroppo alcune volte questo è anche vero: il mondo di oggi, le relazioni interpersonali ci costringono a prendere impegni per mantenerci attivi, dinamici ed efficienti, e non sempre possiamo o riusciamo a seguire i dibattiti che ci capitano attorno. Chiediamo venia per questo, ma ci impegniamo a recuperare il terreno perduto…

To the next post

Alessandro Liburdi

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2 thoughts on “PICCOLO MANUALE DEL DISSENSO pt. 2: Lettera a una professoressa

  1. “Quante volte ci hanno detto sorridendo tristemente
    le speranze dei ragazzi sono fumo
    Sono stanchi di lottare e non credono più a niente
    proprio adesso che la meta è qui vicina

    Ma noi che stiamo correndo
    avanzeremo di più
    Ma non vedete che il cielo
    ogni giorno diventa più blu
    È la pioggia che va, e ritorna il sereno
    È la pioggia che va, e ritorna il sereno”

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