PICCOLO MANUALE DELLA RISCOSSA pt. 4: e questa era solo l’Anteprima…


Penso un’altra cosa, professoressa: forse non sappiamo indignarci, perché non ne abbiamo mai avuto davvero bisogno: in fin dei conti siamo nati a cavallo tra due decadi (gli anni Ottanta e Novanta) che hanno conosciuto uno sviluppo scientifico e tecnologico straordinario e vertiginosissimo, che ci ha consentito di avere a disposizione ogni giorno dei beni materiali o voluttuari che i nostri padri avevano conquistato con moltissima fatica e che i nostri nonni non si sarebbero neanche lontanamente immaginati. Siamo nati e cresciuti avendo già tutto, tutto quello che si può immaginare nel mondo occidentale, e non abbiamo (avuto) bisogno di combattere per pretendere un accesso al benessere, perché l’avevamo allora (e l’abbiamo ancora di più oggi) addosso, o in tasca, o a casa. Non avevamo motivi materiali per cui lottare: non eravamo poveri, e la protesta anche violenta non era l’extrema ratio cui appellarci.

Ma ora, proprio ora, e lo ripeto da tempo, sembra che qualcosa stia cambiando; la stanchezza sta montando in rabbia. Nonostante il quadro non sia proprio il massimo dell’idillio, non posso fare a meno di continuare a sperare. E tra noi, almeno tra qualcuno di noi, qualcosa sta accadendo: si respira l’alternativa, e qualche giovane si sta preparando.

Contiamo solo su una cosa: che qualche persona più matura – e non sclerotizzata – ci ascolti, e ci lasci parlare ed esprimere, senza ricorrere ad arroganze brunettiane. Lo sappiamo, in fondo, che un giorno l’entusiasmo delle idee, «la poesia della vita» di Silone, sarà sostituita dalla «prosa della vita»,cioè dalla rassegnazione alla stanchezza e dal senso del compromesso. Ma spero in quel giorno di vecchiaia di potermi guardare dietro, e constatare che almeno ho provato a crederci, e non ho delegato il mio futuro ad altri; e spero che arrivato a quel giorno l’indignazione mi abbia sanamente corroso le coronarie, ma non il cuore, e la Speranza che in esso alberga.

Obsequium amicos, veritas odium parit

 Alessandro Liburdi

“Prove di futuro”: la Fondazione Kambo per i ragazzi della provincia di Frosinone


“Quattro incontri a più voci, uno per ogni mercoledì di luglio, per provare a capire cosa c’è oltre l’oggi di ognuno di noi. Un’agorà di giovani pronti a parlare in prima persona e a viva voce delle proprie perplessità e delle proprie aspirazioni con chi quella grande occasione ce l’ha avuta … è questa la proposta della Fondazione Kambo per l’estate 2011”.

Questo è il sunto dell’iniziativa “FK Prove di Futuro-Un Mercoledì da leoni” che alimenterà  la sete di confronto e democrazia dei giovani abitanti della nostra provincia.

Il programma prevede una serie di quattro incontri a due voci, di cui una istituzionale ed “anti convenzionale”, mediata di volta in volta dall’intervento di due moderatori scelti tra i giornalisti locali ed alimentata da un’Agorà di giovani guidata dal Professor Pietro Alviti.

( http://www.facebook.com/note.php?saved&&note_id=10150225496163898&id=339239039562 qui il link del programma dell’iniziativa)

Non si tratta nè di un meeting, nè di una conferenza:lo spirito dell’iniziativa vuole sfatare quel tabù che vede i ragazzi del territorio come elementi statici della società, privi di idee e progettualità, disinteressati al futuro delle comunità di cui fanno parte.
E per farlo mette a nostra completa disposizione personalità di spicco pronte a confrontarsi con un’interazione diretta, senza veli, condivisa; tutto questo con il bagaglio di speranza che le loro carriere infondono: raggiungere dei risultati nella nostra maltratta provincia è possibile..
Mi permetto di evidenziare l’originalità dell’evento che si pone l’obiettivo di andare oltre le classiche, sterili divisioni generazionali rendendo l’agorà dei giovani il fulcro di una dialettica volta a facilitare quel passaggio di testimone con il quale ci verranno consegnate le chiavi della società.

” Ma come stanno veramente le cose? Quanto in là abbiamo spostato quel “passaggio” che definitivamente ci proietterà nel mondo delle scelte? Quale sarà la grande occasione per la quale varrà spendere la testimonianza di chi ci ha preceduto? Ma soprattutto, quale significato ha oggi, qui, ora, la parola futuro?”

Sono queste le parole con le quali Daniela Bianchi, presidente della Fondazione Kambo, individua il leit-motiv dell’iniziativa “Prove di Futuro”.

Ora sta a noi, ragazzi e ragazze di questa provincia, prenderci la parte di futuro che ci spetta non solo in quanto diritto, ma soprattutto come dovere.


Non siamo solo un termine da usare in suggestivi quanto evanescenti comizi popolari, ma il motore del presente e del futuro della società ed è ora che ci sia una presa di coscienza in tal senso.


E’ per questo che invito tutti a partecipare per esprimere i loro quesiti, le loro preoccupazioni, curiosità e proposte per il futuro: questa volta avremo delle risposte, a patto che ci interessi cercarle. ( http://www.facebook.com/event.php?eid=121964087887920 questo il link dell’evento on Fb)

Gianluca Popolla

PICCOLO MANUALE DELLA RISCOSSA pt.3 : Noi, ragazzi che…sotto il vestito, Niente…


… Al di là di questo però voglio dirLe, professoressa, che è davvero un peccato: è un peccato che una generazione come la nostra, con i potenti mezzi di informazione a disposizione – non più i ciclostili del ’68, ma Internet… – non riesca a trovare un momento concreto, decisivo, definitivo, per sollevare una contestazione di nuovo giovanile, di nuovo epocale; ed è un peccato, vedendo l’eredità ricchissima di esempi (sia di eroi che di mostri) che la Storia, specie quella del Novecento, ci ha consegnato ammonendoci a non ripetere gli errori del passato. È un peccato, con tutto questo profondissimo, amplissimo retroterra culturale e ideologico che abbiamo tra le mani e nelle teste, che non si sia vista – fino ad ora – un’esplosione generale di rabbia e di speranza, dentro le nostre coscienze, finalmente unite, un’esplosione condivisa da Palermo ad Aosta. E allora, forse, il problema sta tutto qui: o ne abbiamo troppe, di idee, da non riuscire a sintetizzarle in un unicum costruttivo; oppure ne abbiamo davvero troppe poche per pensare diversamente il nostro mondo, che sia esso Ceccano o la «serva Italia di dolore ostello»; oppure, ed ecco la sintesi, ne abbiamo tante, ma così tante che alla fine finiamo per non averne nessuna davvero concretizzabile: abbiamo così tante notizie, siamo così bombardati dalla comunicazione massmediatica, che non sappiamo più selezionare, non siamo più in grado di fare una scelta, una cernita e rimaniamo perciò rimbambiti e disorientati, oppure al contrario ci chiudiamo a riccio, mettiamo i picchetti, ricorriamo al “questo sì, questo no” in nome di una logica della bandiera, della sigla o del gruppo: con tanti cari saluti all’originalità e alla libertà intellettuale…

Al massimo, riusciamo a spingerci nel lamentismo sterile, che è la faccia più distorta e fasulla dell’indignazione. E difatti è questo il fatto fondamentale: che l’indignazione non c’è. Non c’è nel senso che non è condivisa. C’è solo un rassegnato quieto vivere, tra noi ragazzi, con una spruzzata di cronico fatalismo, che guasta sempre… Probabilmente perché ogni giorno abbiamo sentito la sfiducia alitare nel mondo che ci circonda, e abbiamo poi inoculato questa sfiducia dentro di noi stessi, facendola diventare abitudine, come un veleno pericoloso e nocivo: “il virus del torpore”. A causa di questa sfiducia pseudo nichilista vediamo – e viviamo – il futuro come una scheggia impazzita, senza una traiettoria sicura, e allora l’unico rifugio che ci rimane è l’egoismo di massa, il personalismo diffuso: visto che c’è la selezione naturale spietata tra chi vince e chi perde, tra chi scende e chi sale, investiamo tutti noi stessi e ci passiamo reciprocamente e vicendevolmente e rigorosamente sopra, addosso e davanti, e in un guazzabuglio affannato e famelico ci azzuffiamo, ci pieghiamo, ci schiacciamo, ci appallottoliamo, perché in fondo, sotto sotto, anche noi vogliamo “arrivare”, anche noi dobbiamo “campare”… Perché anche noi vogliamo entrare nell’irraggiungibile mondo del lavoro e, per arrivare al nostro obiettivo, saremmo pronti a prostituire il nostro culo o la nostra dignità con una facilità pazzesca che lascia allibiti…

Alla prossima puntata

Alessandro Liburdi

Dall’Aquila a Pontida: Italia, regno dell’emergenza permanente – il paternalismo inefficiente


di Giovanni Proietta

Attaccati agli schermi gli Italiani guardano i neonati  oracoli telegiornalistici delle 20 in attesa di vaticini precari sul domani. Ci si accontenta del Grande Risolutore, ci si accontenta della ricetta perfetta, aggrappati ad una dichiarazione persa in una triste interpretazione del pluralismo. Nessun politico ci parla del futuro e mentre i nostri occhi sono costretti al presente da un agenda paradossale, il tempo scorre nonostante noi e con lui aumentano l’ormai mitologico “debito pubblico”, la pressione fiscale, la disoccupazione giovanile, la speculazione sul mercato greco, la crisi, senza che nessuno proponga anche solo qualcosa.

Inodore spira l’aroma funesto della crisi imminente mentre tutti stiamo qui a guardare aspettando il domani come si aspetta un treno, inesorabile. Nessuno sembra avere in mano le leve del potere che consensi oceanici sembravano pure avergli consegnato tempo addietro. Le mani, invece, si levano nel cielo del “no comment” davanti al microfono posto dall’intervistatore Paese.

L’Italia sempre uguale da vent’anni a questa parte, forse immutata lungo tutto il corso della sua storia, chissà, è felice dei suoi piccoli privilegi acquisiti, dei suoi contentini, dei buoni pasto elargiti dal politico di turno nel nulla delle opportunità magari, oppure per semplice e parassitaria mentalità italica. Mentre agli angoli delle strade avvengono scambi di favori, nessuno di questi sembra essere quello decisivo e gli Italiani continuano a tenere il conto delle vessazioni cui sono stati e sono sottoposti, spazzando, mesti, i loro cortili privati, perché tutto rimanga com’è.

E’ nei meandri della Terra che la rabbia profonda e inascoltata comincia a montare come il minimo aumento del radon è presagio di terremoti. E noi, da bravi sioux portiamo l’orecchio al suolo ed ascoltiamo lo scalpitio lento e inesorabile di un esercito senza insegne.

Questa marea muta ricorda al poeta quella dei “biancosi” del Saggio sulla Lucidità di Josè Saramago; un fiume di schede bianche lasciate ad urlare nelle urne dell’astensionismo consapevole, come nel miglior sogno di Celentano alla vigilia del dubbio sul Referendum. Interpretare la composizione del partito degli “indignados” nostrani è cosa, però,  da freddi  politologi, ancora dilettanti.

Le scale d’emergenza sono sempre affollate poco prima del crollo. Molti infatti, intellettuali e non, cominciano nell’arte nazionale dell’ “io l’ho sempre detto”, alla ricerca della parte dei giusti, rincorrendo il gruppo più folto oltre la linea come in un gioco infantile. A ciò si aggiunga il movente storico che vede la nostra classe dirigente (forse sarebbe meglio dire solo egemonica mutuando da Gramsci)  inserita in una direttrice storica che va da De Pretis a Scilipoti, passando per le elezioni del 46’.

Scollata dalla realtà, la barca, o meglio, il suo equipaggio, prosegue “sanza nocchiero in gran tempesta”, nell’attesa del prossimo enfant prodige che sappia portarci fuori dal pantano per qualche secondo. Nessuno che pensi ad un Paese fra dieci, venti, trent’anni, e forse cominciamo anche a capire perché.

PICCOLO MANUALE DEL DISSENSO pt. 2: Lettera a una professoressa


Prima o poi sarei ritornato, con il mio/nostro Manuale della riscossa da portare avanti. E allora, rieccomi, mentre riparto da uno spunto locale, circoscritto, ma spendibile per riflettere a livello generale. Nel corso delle ultime lezioni di Storia Contemporanea, la professoressa ci ha giustamente invitato a riprendere in mano il nostro destino, di tornare a indignarci per la nostra condizione di studenti precarizzati da un sistema che spreca risorse e non investe nella gioventù. Perciò ho concepito questa parte del Manuale come una sorta di Lettera a una professoressa in formato 2.011, con lo scopo però di allargare il fronte delle riflessioni “dal particolare al generale”:

Gentile professoressa,

come Lei, vengo da un’università, quella di Cassino, e da una facoltà, quella di Lettere, imperniate da gravi problemi, strutturali ed etici. La nostra università fa strutturalmente schifo, ed è marcia anche umanamente: e il ‘gran merito’ di tutto questo sconquasso è da ripartire, non so con quale equità, tra noi studenti e la classe dirigente, arroccata nel palazzo di via Marconi e (in)degnamente rappresentata dagli scalda poltrone che affollano la nostra portineria rubando lo stipendio che viene dalle nostre tasche. Ma non voglio farne un cahier des doleances, non voglio parlare delle aule sporche, dei servizi igienici mal funzionanti, della chiusura di certi professori indisponibili a mettere altre sessioni d’appello, dell’incapacità di ricevere informazioni dai portinai – mentre si spendono fior fiori di soldi per posizionare in ogni sede schermi LCD costosissimi che ripetono sempre le stesse notizie sull’ateneo per mesi… IL problema della facoltà di Lettere, dell’Università cassinate e della università italiana, e del mondo giovanile italiano (forse anche occidentale), è un problema culturale, sostanziale, umano. Sono costretto a generalizzare, ben sapendo di prendermi dei rischi, ma ci tengo a dirLe – magari ribadendoLe cose che avrà già notato – che noi giovani siamo suddivisibili pressappoco in due categorie. La prima è quella degli “indifferenti”, ignavi del presente e del futuro, tirati su a pane e tv e capaci di vedere un libro (ogni libro) come un oggetto noioso di cui scaricare la recensione il prima possibile per «fregare la prof»; pronti a girare lo sguardo dall’altra parte appena si alza un po’ il tiro della conversazione su argomenti globali, dalla politica alla giustizia, dalla storia alla salvaguardia ambientale, questi giovani vogliono essere lasciati in pace, vogliono consumare la loro vita dietro le passioni passeggere e la parola “impegno” per loro al massimo può significare associarsi a una stupida e retorica bandiera e ripetere i facili slogan dell’imbecillità: «io sono fascista, w il duce»; «io sono comunista, w il che». Le loro idee finiscono qui, a questo ammasso inconsistente di ideologie depotenzializzate di ogni creatività e onestà intellettuale, a questa partigianeria a cromie stagne. Le loro azioni più grandi ed eclatanti sono le scritte sui muri a sfondo erotico – sessuale: loro, «questi ignoranti vincenti con l’intelligenza dentro l’uccello…», per dirla con Roberto Vecchioni.

Gli altri sono invece gli sgobboni, quelli che in un ideale atlante delle zoologie umane, prenderebbero l’aspetto delle formiche, meticolose accatastatrici di beni e risorse.  Questi sgobboni sono coloro che sprecano energie nell’accumulare conoscenze a più non posso, rinviando a un imprecisato domani il loro intervento intellettuale nel mondo; chiusi nelle loro biblioteche personali, arroccati nella loro filosofia libresca e polveristica, questi giovani sentono la sola incombenza dei “voti”, dei “crediti”, della “media”: non concepiscono altro che questo, e costruiscono anzi le loro relazioni umane sulla base di questo scopo. Per la maggior parte delle loro vite rimangono inebetiti, i loro sguardi coperti dai paraocchi rimangono concentrati esclusivamente a casa, alla scrivania, al libro che bisogna studiare per altri, vitali Crediti Formativi Universitari…

È chiaro, questi sono i punti estremi di un segmento ben più complesso, sfaccettato in innumerevoli punti, ciascuno dei quali ogni giovane della nostra generazione. Quello che noto tra noi, però, salvo pochissime e rarissime eccezioni, è lo scollamento esistente. Non che non ci sia condivisione di un qualche obiettivo comune – le proteste studentesche e la battaglia referendaria degli ultimi mesi sono lì, a viva testimonianza – ma manca lo spirito di solidarietà, di partecipazione, manca la volontà di condividere davvero idee al di là di quelle che servano al proprio rendiconto personale. E questo è un discorso che riguarda sia Cassino, sia la provincia italiana nel suo genere. Noi giovani spesso ci limitiamo a commentare una buona iniziativa o un’arguta osservazione ricorrendo al famigerato “mi piace” di facebookiana memoria: uno strumento che dice tutto per non dire niente. Poi, quando si tratta di chiamare a raccolta le forze per realizzare qualche progetto giusto e sacrosanto, facciamo sempre un passo indietro, adducendo la scusa classica e abusatissima dell’«ho un impegno». Purtroppo alcune volte questo è anche vero: il mondo di oggi, le relazioni interpersonali ci costringono a prendere impegni per mantenerci attivi, dinamici ed efficienti, e non sempre possiamo o riusciamo a seguire i dibattiti che ci capitano attorno. Chiediamo venia per questo, ma ci impegniamo a recuperare il terreno perduto…

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Alessandro Liburdi

Seconda stella a destra e poi…


di Gizzi Pierfrancesco

Nella nostra cara era digitale le informazioni stanno per diventare veramente effimere. E’ difficile trovare la vera notizia e per questo a volte si cerca di indagare a fondo su un fatto per capire, almeno, di cosa si stia trattando. A volte nella vita abbiamo bisogno di una bussola che ci indichi la direzione da seguire e poi sta a noi dargli ragione o andare da un altra parte. La bussola ci dice una direzione, avendo a disposizione dei punti di riferimento fissi, ma noi possiamo anche non seguirli e fare di testa nostra.Spesso questo comportamento porta al nostro affondamento negli abissi delle false (o molto spesso incomplete) informazioni: la libertà di informazione è un sacrosanto diritto che tutti dobbiamo avere ma a questa libertà dobbiamo assolutamente aggiungere la verità!

LIBERTA’ D’INFORMAZIONE VERITIERA

Esprimere idee o concetti che noi portiamo dentro, a tutta una rete di persone collegate deve servire ad aprire discussioni ed ampliare il nostro orizzonte di vista (quindi non chiudendoci nella nostra interiorità egoistica ma aprendonci al prossimo).  Il dialogo (vero e sincero senza “asimmetrie informative o comportamenti opportunistici”) è una bussola infallibile. Ci dirige verso la comprensione del prossimo e  la pace nel mondo. Gesù ci disse: « Ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 19,16-19). Amare è un sentimento ineffabile, non è il semplice non odiare una persona, ma “nell’amare” c’è anche la sfera dell’ascolto fraterno, dell’aiuto al fratello perduto, del consiglio per chi ha sbagliato “direzione”(e non solo).

La bussola quotidiana cerca proprio di fare questo: <<Offrire una Bussola “per orientarsi tra le notizie del giorno”, tentando di offrire una prospettiva cattolica nel giudicare i fatti: certi che l’esperienza cristiana è in grado di abbracciare e rispettare pienamente la dignità dell’uomo. Non abbiamo posizioni ideologiche da difendere, fossero anche cattoliche: nel fluire quotidiano delle notizie vogliamo difendere e promuovere una concezione dell’uomo adeguata alla sua dignità. Per questo nessun aspetto della realtà ci sarà estraneo: dalla politica alle relazioni internazionali, dalle emergenze sociali all’economia, dalle espressioni culturali allo sport, tutto sarà giudicato cercando di cogliere nel particolare della cronaca il destino di ogni singolo uomo.>> (tratto dal Chi siamo del sito)

Seconda stella a destra e poi….usiamo la nostra bussola quotidiana e vediamo cosa ci dice.

http://www.labussolaquotidiana.it/ita/home.htm

MENTRE IL VENTO CAMBIA, RINASCERA’ “LA FENICE ITALIA”?


 

L’avevamo percepito, l’avevamo gufato, l’avevamo pronosticato. Insomma, l’avevamo capito: che il vento aveva cambiato direzione. Ma attenzione: non voglio ripetere qui le strumentalizzazioni dei vassalli e dei messaggeri del PD e di Bersani (che sono, è bene dirlo, l’altro grande schieramento che esce sconfitto da questo voto referendario, per motivi ben evidenti). Noi tutti l’avevamo intuito molto prima e senza strumentalizzazioni, camminando per le strade e respirando l’aria frizzante che scorreva tra la gente. Lo sentivamo, lo sapevamo che dopo la tornata amministrativa di 2 settimane fa qualcosa poteva davvero essere cambiato. Dopo aver perso Milano e Napoli, ora il re è davvero nudo, con le braghe calate, e sta assaggiando le sagge e rabbiose frustate degli elettori. Frustate sacrosante, scaturite da una pazienza che ha davvero toccato il fondo, da un’esasperante e ingovernabile malcontento che ha toccato livelli epocali. Questo referendum si è mostrato come si preannunciava: è stato un voto della stanchezza popolare, e contemporaneamente, e ovviamente, un voto della partecipazione civile. Al di là dei proclami apologetici degli sconfitti di turno che hanno cercato di ridimensionare il fenomeno o almeno di limitare i danni (esilarante le battute di queste ore di Mrs. Dito Medio Daniela Santanché) questo è stato certamente un referendum “politico”: perché ha dimostrato che, stanchi di essere spettatori, gli italiani sono tornati ad avere fame di politica vera, di politica seria, lontana dalle macchinazioni diffamatorie e dagli strepitii scimmiotteschi dei parlamentari formato talk show. Gli italiani, con questo referendum, hanno voluto davvero riprendersi la loro Storia. E allora, così sia: sia fatta la volontà del popolo sovrano. Ora, e subito.

Stranamente anche io, che sono affetto da uno storico pessimismo, ho intuito che il vento ha davvero cambiato rotta; galvanizzato da questo slogan lerneriano, ho vissuto questi ultimi giorni pre–voto come in un’atmosfera eccitata e frenetica, ma anche con la sensazione di una pericolosa definitiva “ultima spiaggia”. Non riuscivo a – non volevo per nulla – pensare a cosa sarebbe stato questo Paese da martedì mattina; anzi l’ho immaginato, questo Paese, me lo sono figurato in un mio potenziale delirio di disperazione. Ho visto i tecnici della centrale nucleare di fronte casa salutarmi con ghigni di finta sicurezza; ho acceso la tv, e sentito il re che si appellava a una legge illegale per pararsi le chiappe; e poi, scendendo le scale, ho trovato la lettera con le bollette dell’acqua, che mi dava un conto stratosferico da pagare. Poi, ho riaperto gli occhi: era lunedì pomeriggio, e il quorum batteva forte, a 57,09 pulsazioni percentuali. E mi sono accorto che era tutto un incubo…

Ora, le indagini politologiche sull’affluenza, le percentuali di voto e il resto lo lascio volentieri agli intenditori. Quello che mi preme sottolineare, hic et nunc, è che il vento non è ancora definitivamente cambiato: non possiamo dirlo, con sicurezza. I segnali certamente ci sono, e sono davvero – e una volta tanto – incoraggianti, ma avremmo bisogno di far passare anni, o almeno mesi, per capire se la cappa che avvolgeva il Paese si è davvero diradata, lasciando il posto al sole della democrazia e del rispetto delle regole. Da qui a dire che da domani l’Italia rovescerà le sue sorti; da qui a dire che da domani i furbetti andranno in carcere e tornerà la meritocrazia e la competenza al potere; da qui a dire che da domani certe malattie italiane – come l’abusivismo edilizio, le storture burocratiche, le connivenze tra mafia e politica, lo sconquasso ambientale – saranno solo pessimi ricordi: beh, tutto questo è ben lontano dal realizzarsi; sono fenomeni troppo complessi per esaurirsi con un solo voto referendario. Questo voto, indubbiamente, è un ottima base di partenza; ma non deve essere un segnale nel deserto, o il parziale risveglio dei dormienti; questo voto non deve essere l’illusione di una notte di euforia, il grido di un amplesso di democrazia fine a se stesso.

Se davvero il vento è cambiato –  consentitemi questo paragone mitologico – questo voto potrà essere/dovrà essere il canto della fenice, che muore nel suo nido cantando le ultime note di libertà e rinasce dalle sue ceneri in un bellissimo rituale di purificazione. Da subito, e non più rinviando a un imprecisato domani, se vogliamo davvero rinascere come movimento civile noi cittadini italiani dobbiamo lasciar morire dentro di noi i personalismi, gli opportunismi, gli individualismi che sono diventati negli ultimi anni un enorme orrendo egoismo di massa; dobbiamo far bruciare le indifferenze, le oziosità e le rassegnazioni che ci hanno trasformato in fantocci gelidi facendoci nascondere le nostre vere passioni. Solo pretendendo di migliorare al nostro interno, potremmo porci a capo di una rivolta condivisa a tutti i livelli; e questa missione spetta, prima che agli altri, ovviamente a noi giovani, che siamo già testimoni di un passato che non dovrà più ripetersi e siamo gli architetti del nostro futuro. Facciamo in modo che il voto non sia un punto di arrivo, bensì un’ottima base di partenza per ricominciare a gridare con forza, a noi stessi e ai nostri compagni, le parole che erano smarrite, e che noi non abbiamo conosciuto: e sono rinnovamento (interiore) e partecipazione (civile).

Ricordiamoci, da subito, questo: è vero che il quorum è stato raggiunto, e che le leggi saranno abrogate, ma teniamo sempre alta la guardia. Il berlusconismo ha ricevuto un durissimo colpo, ma la storia italiana insegna che i capetti alla Berlusconi sono in agguato dietro ogni angolo, e sono pronti a subentrare e a costruire una loro “democrazia sommersa”. Il referendum forse ha aperto una nuova stagione della Storia, ma sta a noi raccogliere la sfida, e far fruttare l’immenso capitale umano che è cresciuto e maturato in questi ultimi mesi: dalle manifestazioni anti-Gelmini di dicembre a oggi, qualcosa si è mosso, e stavolta credo – e continuerò a crederlo e a sperarlo – che si muoverà ancora…

 

Alessandro Liburdi