Ceccano: si scrive futuro, si legge democrazia..


Essere giovani dove di gioventù non c’è presenza ritengo che non sia un valore e se catalizzerò i miei sforzi per svolgere attività politica nel mio paese lo farò perché sono convinto del rinnovamento che il mio apporto darebbe a questo sistema inerte, allo stato brado.

In una società dalle immutabili sembianze essere giovani non è un valore, ma avere nuove idee sicuramente sì.

Mi preoccupo che quando si discuta sugli errori dell’amministrazione si utilizzino innumerevoli vocaboli tranne uno che è fondamentale, necessario, senza il quale il discorso non potrebbe neanche iniziare: democrazia.
La misura dell’efficienza e del benessere di una comunità ha come indice e corollario il tasso di democraticità del suo sistema; quanti di noi parlando di benessere sociale ed efficienza citano i paesi scandinavi; quanti di noi hanno eretto a modello di società quella britannica attenta alle esigenze dei molteplici gruppi sociali?

Non pochi; ed il motivo di questo miracolo sociale è dato dal funzionamento e dal rispetto della democrazia, da un sentire comune di comunità che ha la sua attuazione tramite regole e principi democratici.
Fondamentale in questo è stato lo studio di realtà legislative ed istituzionali che rendono più efficace e rappresentativo lo strumento democratico: ciò mi ha trasmesso l’idea che una nuova esperienza civica si può creare, partendo dai valori su cui la nostra società si fonda e che sembra da tempo aver rigettato come se suoi non lo fossero mai stati.

Penso a Ceccano, all’invisibilità dei consiglieri comunali, alcuni mai visti, altri ridondanti, altri a corrente alternata  si ripresentano confondendo forse il calendario politico con quello delle Olimpiadi o dei Mondiali di calcio.
Penso ai controlli che possiamo esercitare sull’amministrazione, a come possiamo rivendicare l’importanza del nostro voto, la considerazione dei nostri pensieri, ma forse sono più loro che controllano noi che il contrario.

Penso che sarebbe interessante se potessimo partecipare attivamente al dibattito politico, ma qui la politica è riservata ai politicanti e a chi ne fa le loro veci e, mantenendo tale sistema politico, non vedo come possa influire la nostra voglia di futuro su ciò che si decide a Palazzo Antonelli: ho manifestato più volte e mai ho avuto delle risposte dagli amministratori locali, solo accuse di essere strumentalizzato e niente più.

Negli ultimi anni sono state differenti le esperienze che mi hanno portato a stretto contatto con gli amministratori, ma due esempi ci permettono di comprendere l’efficienza e la competenza della nostra amministrazione:

1-Ho chiesto perchè un Parco come quello di Monte Siserno sia in stato di abbandono, mi è stato risposto che, dopo averlo comprato con soldi pubblici si erano accorti che la sua posizione non è ottimale, perciò non può essere messo a disposizione dei cittadini;
2-Sono entrato in Castel Sindici e nel suo viale stracolmo di immondizia, per chiedere che si intervenisse con urgenza dato l’evidente stato di degrado e mi è stato detto che non era inutile togliere i rifiuti in esso stagnanti, perchè tanto si sarebbe sporcato di nuovo.

Il parco ed il Castello sono beni pubblici: ciò vuol dire che è stato pagato con i soldi di mio zio, di mio padre, e che forse sarà pagato con quelli dei miei figli.

Credo che una società propria del ventunesimo secolo non possa rimanere ferma di fronte a tale scempio, credo che una società figlia della resistenza e della lotta per ottenere i propri diritti di libertà e di giustizia non possa tollerare la mancanza di democrazia  vigente nel nostro sistema: l’unico programma possibile per rinnovare il nostro paese clientelare e personalistico deve iniziare con la parola “democrazia”.

Gianluca  Popolla

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IL TESTARDO GIOCO DEGLI EROI


20 anni. Quasi quanti ne abbiamo noi, ragazzi di oggi che vivono nello Stato dell’incuria e dell’illegalità. 20 anni, oggi, da Capaci; il “23 maggio” era già scritto da mesi, da anni, sui taccuini della mafia, che aveva deciso di uccidere la dignità per preservare il suo “onore”, quello fetido e macchiato dal sangue delle vittime. 20 anni fa a Capaci morivano alcuni dei nostri martiri: gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, sono morti per un sensibilissimo senso del dovere; Francesca Morvillo è scomparsa per una incommensurabile dose d’amore e di sacrificio dimostrata al fianco del marito; Giovanni Falcone non c’è più, perché si era avvicinato troppo alle dinamiche della mafia, ne era entrato nelle viscere, nei meccanismi reconditi, e come un tarlo – insieme ai suoi colleghi – stava rodendo l’intoccabile perfezione della Cupola. Giovanni Falcone è morto, perché era vicino alla Verità; Giovanni Falcone è morto, perché la mafia è vile e aveva paura di lui; Giovanni Falcone è morto perché lo Stato lo aveva isolato nel recinto del rancore…

20 anni fa con Capaci è saltata in aria la speranza: quella del cambiamento, della legalità, della giustizia… Capaci è stata un’esplosione dentro i nostri occhi, una deflagrazione senza precedenti che ha sconvolto i nostri cuori, che parevano protetti dal sorriso maestoso e fiero di quegli uomini e quelle donne, protesi al sacrificio immane e di esso incuranti: persone dedite al loro lavoro, al loro amore, alla loro terra. Dopo Capaci, e dopo Via D’Amelio, la paura ci ha ripreso la mano e ci ha condotto avanti, facendoci abbassare la cresta davanti a certi soprusi: soprattutto perché eravamo soli – e ci sentivamo soli – a combattere contro la paura e contro la mafia… Dopo i Ninni Cassarà, i Rocco Chinnici, i Beppe Montana, i Carlo Alberto della Chiesa, i Rosario Livatino, i Pio La Torre, i Calogero Zucchetto e gli altri, tantissimi innumerevoli morti, morti ammazzati perché “colpevoli d’innocenza”, è venuta Capaci a sconvolgerci, e subito dopo via D’Amelio. Uno sconvolgimento che ancora oggi non trova risposta, per colpa delle indagini fasulle, dei depistaggi, degli insabbiamenti, dei muri di gomma eretti da non si sa bene chi per difendere gli interessi superiori, e le eventuali – ahimè forse probabili – collusioni tra mafia e Stato, che tante indagini giornalistiche e giudiziarie continuano ad appurare e riportare alla luce nell’assordante silenzio delle istituzioni governative.

Oggi, nel giorno in cui lo Stato si affanna tanto per ricordare questi eroi moderni, a ricordarli solamente con l’ampiezza della sua vuota retorica da parata, e senza pentimento senza dolore senza battiti di cuore, mi sento di riproporre in modo discreto questa specie di ballata, dedicata a Giovanni Falcone e agli altri (magistrati, agenti di polizia, giornalisti ecc.) che hanno agito con la mentalità e col lavoro in nome del rispetto della legge e contro la criminalità organizzata a ogni livello. Ricordando che il nostro ‘mea culpa’ non deve essere solo mestiere di un solo giorno, nel giorno delle commemorazioni più evidenti… Dedico questa poesia ad Ettore Zanca, giornalista e amico che ho conosciuto un anno fa circa e che gode di tutta la mia stima per la sua determinazione nel raccontare storie di mafia, lui figlio di quella Sicilia che contiene nella sua bellezza il seme della torbidezza illegale.

Oggi e sempre, staremo con le lacrime addosso nel ricordarli, questi Eroi della Legalità e della Giustizia, che non meritano di essere chiamati “eroi di Stato”: lo Stato li ha abbondantemente dimenticati, e forse “uno STATO” in Italia non è mai esistito, né ora né tantomeno allora, se ha consentito di far morire da soli loro, questi Eroi: loro,  tra gli ultimi “uomini” di questo mondo. Sarebbero stati eroi di Stato se lo Stato li avesse protetti, oppure se esso si fosse riconosciuto/si riconoscesse nei principi e nei valori che gli Eroi hanno portato avanti nella loro orgogliosa esistenza: ciò non mi sembra sia accaduto, perciò preferisco chiamarli Eroi della Legalità e della Giustizia, i massimi valori collettivi che uno Stato dovrebbe condividere e perseguire, sempre e in ogni luogo… Il rischio che le nostre coscienze devono evitare è di essere etichettate come “protagoniste dell’antimafia”: penso che Leonardo Sciascia si riferisse all’inconcludente scialare della retorica che si è consumato in questi anni. Un teatrino tanto ridondante quanto sterile, compiuto soprattutto da chi occupa postazioni di rilievo tra politica, magistratura e forze dell’ordine, e che dovrebbe ora –  specie nel primo caso – passare definitivamente alla prassi, ricordandosi delle parole e dei propositi che hanno disseminato dietro di sé. Ricordandoci che il miglior modo per cambiare è avere il coraggio di gridare…

IL TESTARDO GIOCO DEGLI EROI
A volte, possono esistere
ed esistono persone con cui si condivide
lo stesso tetto, con cui si respira
la stessa aria, con cui si parlano
le stesse cose per giorni interi
o in tutta una (in)sana vita:
e quelle persone ci restano
indifferenti, ci trasmettono
i giri sulle giostre delle loro abitudini,
spacciandoceli per lezioni di vita;
e ci inoculano pochi e stentati consigli,
seguendo le logiche del rancore
e le metafore dello scherno.

E ugualmente esistono
altre persone, incontrate
quasi per caso nell’epoca
della mutilazione del coraggio,
persone con cui si scambiano
due battute in un paio d’ore,
e che diventano inconsapevolmente
amici, compagni di una battaglia enorme
giocata sugli slanci d’entusiasmo,
e sempre in balia della diffidenza circostante.
Ed è da loro
che apprendiamo le losche strategie del profitto,
l’eterne storie dei ladri e delle guardie,
è da loro
che apprendiamo le scalate alle vertiginose
vette del potere, le corruzioni connivenze
deviazioni della giustizia e della politica.
Sono amici, che hanno nel sangue
il dovere sacrosanto del cittadino:
il dovere di avere diritti;
che camminano con gli occhi vigili
e le spalle scoperte, senza protezione
e senza influenze politiche
da rivendicare, ma armati solo
della sana speranza della Parola,
della sana passione della Verità.

Queste persone ci insegnano
in una sola densissima volta
le favole in cui gli stronzi
uccidono gli onesti,
e ci narrano che quelle favole
sono reali, sono quotidiane
storie di ordinari pericoli,
che succedono ogni giorno
a tanti, a pochi chilometri di distanza
dalle nostre pelli ignare.
Ed è da loro
che apprendiamo il testardo gioco degli eroi,
che anche noi vorremmo giocare
in questa terra: qui, dove essere cittadini,
pensarla diversamente,
dirla diversamente,
è già diventare come piccoli eroi.
Ma i grandi eroi sono altrove,
e le lapidi sono lì a ricordarli:
qualcuno di loro ha un sepolcro
messo lì, a futura memoria,
e ogni tanto viene rispolverato
dalla retorica e dall’ipocrisia
solo per toglierlo un po’ dalla polvere;
il nome di altri viene santificato
nelle sterili sfilate della domenica,
quelle che dicono tutto un dissenso
ma finiscono per non dire niente.

Ma gli eroi sono grandi
perché la loro Memoria
ha già marchiato la Storia;
sono grandi, gli eroi, perché
nelle loro parole piene di gesti,
pulsa il cuore della dignità,
della rabbia civile,
in loro monta la passione
del dire no, sempre.
E gli eroi sono grandi
perché in questo fottuto
dannato schifoso stramaledetto Paese
ogni eroe muore da solo:
colle carte riempite
di sudore e di sacrificio,
ogni eroe muore da solo;
col cuore invaso dal dovere
e spalancato dall’invidia altrui,
ogni eroe muore da solo;
imbottito di tritolo o di piombo
solo per aver lavorato
alla costruzione della giustizia,
ogni eroe muore da solo.
Ed è dal cielo della sua solitudine
che l’eroe ci ricorda
qual è la purezza da cercare,
qual è la vita da pretendere:
è da lì che la nostra Speranza
si nutre, e forti ora le nostre gambe
si rafforzano e camminano.

Alessandro Liburdi, 23 maggio 2012

Lourdes..


Di Pierfrancesco Gizzi

Nei giorni passati grazie al collegio universitario( Collegio Nuovo Joanneum) in cui sono residente, ho avuto la fortuna di poter visitare il santuario mariano di Lourdes.

Il pellegrinaggio è stato dei più classici ed impeccabili ,in cui la voglia di risvegliare il proprio animo ha prevalso sulla forte stanchezza.

Lourdes non si può spiegare e nemmeno descrivere, è un qualcosa di unico e personale, ma cercherò, quanto possibile, di aprire una piccola finestra per mostravela.

Di Lourdes si ricorda principalmente (se non solo) la sua famosa acqua miracolosa che qualche volta ha curato malati gravi, ma Lourdes non è solo questo.Chi viene in questo bellissimo santuario entra in una nuova dimensione staccata dal resto del mondo, entra in una città di Dio, una città celeste sulla terra. Oso troppo dire questo?

Non credo perché il santuario è fisicamente staccato dalla città attraverso una recinzione che la circonda; ma è anche spiritualmente staccata dal mondo che la circonda perché nel santuario c’è solo gente che in spirito di carità, speranza, penitenza e preghiera si pone davanti alla grotta in silenzio. Un silenzio di affidamento e di personale dialogo con il proprio cuore (sede delle più profonde emozioni), che libera e salva!

L’altra grande dimensione di Lourdes sono i numerosi malati, sia fisici sia mentali, che vengono in cerca di aiuto, di conforto, di un miracolo a volte per loro stessi, ma molto spesso per gli altri. Sono proprio loro, i malati, che sono al centro del mondo in questo Santo luogo: infatti il miracolo di Lourdes è che per ogni malato ci sono almeno due persone che gli sono vicino per aiutarlo. <<Ama il prossimo tuo come te stesso>>, solo qui sono riuscito a capire cosa voglia dire: in ogni persona che prestava servizio qui si leggeva nei suoi occhi quel senso di profonda felicità o di tranquillità che difficilmente si trova “all’esterno “, ormai così chiuso dall’egoismo e dalla continua corsa verso il <<il di più in tutto>>.  Come ho detto prima, Lourdes è un esperienza personale, ma “l’amore” verso chiunque si sentiva veramente forte! Persone di tutti i popoli della terra si aiutavano a vicenda con un piccolo gesto di amore nello spingere un carrozzina o nel solo aiutare un povera anziana a portare un cero alla grotta! Gesti (segni) piccoli ma grande nell’amore che richiamano passi evangelici: qui il Vangelo è veramente vissuto!

<<Gesù ci ha riunito in un solo Corpo e in un solo Spirito>>. Nella Santa Messa internazionale nella chiesa San Pio X o nella processione delle “fiaccole”, le numerose lingue del mondo si uniscono tutte in un solo coro, in una sola lingua, nel proclamare la lode a Dio: un’unica popolazione diversa per colore della pelle, per cultura, per tradizioni, ma unica per l’amore verso Cristo. Persone che vengono da paesi diversi e che mai si sono incontrate si ritrovano a condividere esperienze e momenti profondi dove basta un piccolo gesto per riempire la vita di chi c’è accanto (e la nostra).

Lourdes è anche <<acqua>>: del battesimo; di purificazione; di salvezza. Questa è la vera “potenza” dell’acqua presente nel santuario, che trova il suo apice nel momento delle <<Piscine>>: attimo così atavico che sembra quasi un tornare al Battesimo nel Giordano. Un esperienza per dirla in poche parole ineffabile. (non si può aggiungere altro)

La vita di Santa Bernardetta Sobirous e il messaggio a lei affidato è ancora oggi reale e vi invito almeno a dargli un occhiata, poiché ci consegna quello che noi cristiani dovremo fare sempre nella nostra vita e molte volte dimentichiamo!

Non esistono posti, come ha ben detto Sandro De Franciscis responsabile del Bureau Médical, di cui abbiamo avuto l’onore e il piacere di conoscere, come Lourdes: questo ci fa capire come sia speciale.

Per concludere, ogni giorno abbiamo di fronte mille difficoltà, sembra sempre che la nostra strada sia in salita e nessuno ci è accanto per aiutarci, specialmente quando cadiamo: Lourdes ha confutato questa teoria, con noi ci sarà sempre Gesù presente nei nostri prossimi!

Provare per credere!

Link del messaggio di Lourdes: http://it.lourdes-france.org/approfondire/il-messaggio-di-lourdes

Novelle di Ciociaria.


Il Fiume.

Cap 1.

La strada si snodava tortuosa e irta lungo le pendici del Monte La Monna, simbolo e vetta degli Ernici: essa saliva lasciandosi dietro piccoli borghi, immensi boschi dal sapore perduto, i prati olezzavano d’ogni profumo, dalle viole, alle margherite e un caldo sole sembrava donare a quel luogo ameno l’impronta dell’Eden. Maria si risvegliò dal sonno e rimase estasiata di vedere quel posto che non mirava più da circa dieci anni: ricordava benissimo quando dovette partire per il sud, lasciandosi dietro Guarcino con le sue case, con i suoi paesaggi paradisiaci: aveva solo 13 anni, ora ne aveva 23. I suoi genitori, Paolo e Silvana, si erano separati e lei, figlia unica, aveva dovuto seguire la madre in Sicilia. Ora ritornava, in quella terra, per riscoprire se stessa: alla madre che era rimasta attonita per quella sua partenza aveva detto: “Catania non mi appartiene più: voglio rivedere la terra che mi ha generato, voglio riscoprire me stessa!”,. Del suo paese, non ricordava quasi nulla se non un raggruppamento di case, faticoso da raggiungere: aveva 23 anni e si stava laureando in lettere Maria, studentessa modello, 30 in tutti gli esami, ma negli ultimi tempi aveva sentito la nostalgia di Guarcino e in una tormentata notte di inizio giugno s’era decisa a partire. Maria, era stanca, giacchè il viaggio era stato lungo, lunghissimo: l’interminabile attesa al porto di Catania per salire sul traghetto per Napoli, l’autostrada fino a Frosinone e poi quella via che, tortuosa, tocca tutti i centri ciociari, arrivando in terra d’Abbruzzo, ma in cuor suo aveva la speranza di rivedere tutto come aveva lasciato e quella vista così bella le rinfrancò l’ anima. Finalmente arrivò e si incamminò verso l’unico albergo presente in centro. l’ora invitava al riposo, le vette degli Ernici sembrano raccogliere GUarcino come una madre fa con il figlio e in quel giorno di giugno, essi apparivano nitidi, dalla spessa parete rocciosa. Maria arrivò all’albergo e suonò, nessuno pareva aver udito il suono, finchè non apparve una donna, di mezza età, con lo zinale in grembo, gli occhi stanchi, le mani piene di nodi, gli occhi consumati. Una cuffia in testa completava il tutto. “Signorì, che vò?” –disse con un tono non scortese ma neanche di pura felicità; “Salve: sono Maria, la ragazza che ha prenotato la scorsa settimana..”. “Maria? Io non m’ricordo proprio di ti”-le rispose la donna. “Ma come scusi? Io ho prenotato con Internet”. All’udire questa parola la donna si ritrasse urlando il nome di un certo Piero all’interno dell’hotel. Maria, con l’unica valigia in mano, aspettò qualche secondo fin che non comparve Piero:  alto, vigoroso, sulla trentina, scuro in volto, modi gentili e affabili. “Salve Maria, sono Piero: lei ha parlato con me” le disse con tono cordiale, quello stesso tono cordiale che aveva colpito Maria quando aveva telefonato per prenotare. “Le dl subito la stanza: ehm..ehm…ah sì, eccola! La numero 4!” disse il giovane che accompagnò personalmente Maria fino alla sua stanza. L’albergo non era grande: le poche stanze si affacciavano lungo un corridoio tutto adorno di piante e di fiori: dalla cucina sottostante veniva fluttando l’odore di pane appena sfornato che si confondeva con quello delle rose messe nei vasi lungo il corridoio. “Spero che la stanza sia di suo gradimento”., disse Piero, “Maria? Giusto?” Maria annuì e sorrise: “Guardi Maria, la cena è servita alle 20.00, il pranzo alle 13.00 e la colazione dalle 8.30 alle 10.30. Le serve altro? “, Maria fece per dire qualcosa ma si ritrasse, ringraziò Piero ed entrò nella sua stanza. La stanza era piccola ma funzionale: sopra il letto di ferro battuto, il ritratto di Guarcino con gli Ernici dietro.  Maria notò che vi era anche un balconcino: aprì le tende e ammirò l’immenso panorama che si scorgeva da lì: un dolce vento le scendeva lungo il viso mentre lei pensava alla Sicilia, a Catania: dopo essere stata, come rapita, da quella visione, rientrò nella stanza, telefonò alla madre e si gettò sul letto dove si addormentò.

 

Pennacchi: analisi, a freddo dell’aventura fasciocomunista


di: Giovanni Proietta
Antonio Pennacchi, scrittore di Latina, vede la sua lista sconfitta, in definitiva, alle elezioni comunali della propria città. Troppo facile il giudizio, pure giusto, che i letterati hanno poca fortuna quando si addentrano in ambiti loro sconosciuti. Ideale e non ideologico, il progetto pennacchiano, sospinto da quel desiderio di libertà e indipendenza, concesso solo agli artisti, di dire sempre quello che pensano senza temere etichette, si presentava sotto le spoglie della rivolta all’esistente.
Ottimo Masaniello Antonio Pennacchi ha avuto la sfortuna (contingente, per carità) di essere uno scrittore. La politica, anche la più onesta, non è aliena da compromessi, apparentamenti, rapporti di fiducia, purchè conditi dall’aggettivo “politici”. “La politica è […] l’arte del compromesso” (copyright Franz Liszt), primo fra tutti quello con la realtà, con l’esistente, di cui noi, in primis, siamo manifestazione.
Messo da parte un discorso breve ma doveroso sul piano elettorale, si capisce facilmente che la vera domanda su questa esperienza comunque fallita è: come si pesano le idee? La democrazia premia quelle condivise dalla maggioranza, non le migliori. Adolf Hitler, Barabba, beh anche questi furono leader regalati dalla democrazia. La logica mi porterebbe ad un panegirico del Nazismo che lascio volentieri a Von Trier. Vorrei semplicemente ricordare che i progetti e le intuizioni non apprezzati dai più possono benissimo essere ottimi propositi prestati ad una valutazione “filosofica”.
Molti non ha capito ma se “è la gente che fa la storia” si pone come imperativo il bisogno di recuperare il materiale esportabile e cercare di sistematizzare un bisogno di novità che pure emerge dalle piaghe del paese, inascoltato. Questo però, non spetta agli artisti, agli scrittori, cui unico compito, semmai è quello di fornire una cornice di idee; riformare la politica è cosa da politici e il monito ideale che viene dai questa piccola ma gloriosa esperienza, non può rimanere chiuso in un cassetto finendo per affievolirsi.

Società: analisi, empatia ed altri rimedi


Indago nella società e vedo contraddizioni.

Si narra che il grande errore degli studiosi di diritto ottocenteschi fu quello di considerare l’uomo all’interno di un museo di cera, un Madame Tussauds contemporaneo, senza considerare il ruolo da lui svolto nella società e le implicazioni da esso derivanti.

Così il commerciante più ricco di Francia avrebbe avuto dallo Stato tanto quanto il più povero nullatenente della Nazione.

Mettetevi nei panni del nullatenente: non chiedereste una politica di aiuti al Governo?

Mettetevi nei panni del commerciante: non vi opporreste ad una politica di maggiore aiuto al nullatenente fatta a vostro “svantaggio”?

Fatto strano, ma un’unica verità che risolva il problema deve pur esistere, l’alternativa è mantenere due opinioni opposte e far si che quella più forte per quantità divenga la vincente. La prevalenza è della maggioranza, il che non garantisce che la soluzione vincente sia quella giusta in termini di maggiore beneficio per la società: la democrazia non funziona?

Non proprio.

Il problema principale e la sfida scottante per la società del terzo millennio è fare della democrazia uno strumento di qualità e non di quantità, come?

Non esistono sistemi elettorali o calcoli ragionati che tengano, dobbiamo solo confidare nella nostra natura di esseri umani.

Ritornando all’esempio di sopra, ipotizzando che la maggioranza abbia votato contrariamente agli interventi governativi,il punto di partenza sarebbe constatare che ognuno di noi in qualsiasi istante potrebbe trovarsi nella stessa condizione in cui versano i depositari della differente opinione ( quella degli aiuti governativi nel nostro caso) e come ci si comporterebbe nel caso in cui realmente lo fossimo

Spesso da portatori di un’idea minoritaria ci sentiamo soli, non ricettori di considerazione altrui, e soprattutto pensiamo all’infinita serie di possibili compromessi e transazioni che i “vincitori” avrebbero potuto concederci senza grandi costi in termine di beneficio: siamo vittime della tirannia della maggioranza.

Incentivi di tale tirannia derivano dall’incapacità dell’uomo di mettersi nelle vesti del “contrario” e del “diverso”, nel suo essere eremita di massa, giustamente vincitore ed ingiustamente vinto, il che non può che gravare sulla qualità del nostro strumento democratico.

Al compimento di scelte politiche, discorso valido per qualunque tipo di scelte, non sappiamo soppesare gli effetti che producono e le esigenze di cui necessitano (ne)i nostri opponenti: decidiamo come se fossimo gli unici esseri esistenti e, così facendo, commettiamo lo stesso errore dei suddetti giuristi ottocenteschi  che osarono descrivere le leggi dell’uomo partendo dallo studio di statuette di cera senza considerarlo quale essere sociale in quanto comunicante con altri soggetti.

L’empatia, il sentire insieme della società, diventa l’unica soluzione e discende da una visione analitica della società che si oppone alla totalizzante azione dei partiti, dei loro capi e fedeli, pedissequi epigoni.


Mi chiedo a cosa serva allora essere tifosi di una fazione, essere disposti a bendarsi gli occhi, giustificare l’ingiustificabile pur di non ammettere l’errore,  evidenziare l’errore dell’altro per nascondere il proprio, non concedere spazio e considerazione alle idee degli altri nelle nostre idee, mi chiedo a cosa serva allora essere disposti a non cambiare mai idea per esssere coerenti ad un simbolo.

Quando sapremo conoscere gli altri conosceremo noi stessi…

Un giorno, intento ad attraversare la strada, vide una macchina non fermarsi per consentirgli il passaggio,”Che persona incivile!!” pensò schifato.
Qualche giorno dopo la stessa persona in prossimità delle strisce non si fermò, “Ho fretta, ora non posso proprio” disse giustificandosi.
Al bordo della strada una donna in procinto di attraversare pensò: “Che persona incivile!!”

Il principio è quella regola generale e non circoscritta per la quale si sceglie ogni singola azione della nostra vita e che rende una società stabile ed efficiente quando ad essa corrispondano rispetto e coerenza indipendentemente dalle scelte che ci porteranno a compiere e, soprattutto, delle loro conseguenze.

Siamo la società che ha saputo “autosospendersi” dalla libertà di pensiero ponendole i limiti dell’appartenenza razziale, politica, religiosa, sociale ed economica e che ha reso mutabili e perciò aleatori i principi della sua esistenza.

Non vedo ancora una società capace di riappropriarsi dei principi.

Qui,di passaggio,

Gianluca Popolla 

MA, ALLORA, CADE O NON CADE?


Ebbene, sì ragazzi. Mi sono lasciato travolgere anch’io dal giochetto tamburellante di queste ore. D’altronde, è l’argomento del momento, e lo sarà per ancora altri giorni. Parlo ovviamente dei dati delle elezioni amministrative. Ed è inutile nascondercelo: chi ha vinto di sicuro non è il signor B.. Certo, sicuramente le consultazioni rimangono locali e vanno prese con le molle che, per colpa delle consuete logiche della convenienza politica, diventano per di più scivolose… Ma c’è un dato incontrovertibile e indifendibile secondo me: ed è il calo netto, deciso, chiaro che il PDL ha subito nelle principali città chiamate alle comunali. Tralasciamo pure la nostra provincia, che merita un discorso a parte anche in vista delle comunali del prossimo anno. E teniamo naturalmente fuori Napoli, dove non è escluso che il PDL possa vincere dopo i gravi e noti fatti che hanno riguardato la politica campana negli ultimi mesi, con l’irrisolta secolare “normalità” rifiuti in cima alla lista. Ma comunque non si può negare che nei grandi capoluoghi del Nord Italia il vento, se non «è cambiato», decisamente non tira più a destra. E non parlo tanto di Bologna (che pure suscitava qualche dubbio sulla reale tenuta del centro sinistra, incapace di gestire la città dopo il flop Delbono) né tantomeno di Torino (da sempre roccaforte di una sinistra coscienziosa e democratica, sin dai tempi dell’antifascismo di Gramsci e Gobetti proseguendo poi con le lotte partigiane dell’Emilia Romagna e infine con le esperienze dei movimenti operai del dopoguerra). Parlo ovviamente di Milano, capitale dell’impero mediatico e populistico del berlusconismo. E non è solo nel confronto diretto Pisapia – Moratti che il risultato ha del clamoroso: al di là di quel che potrà dire il ballottaggio del 29 e 30 maggio, la sconfitta sonora, la batosta, la scoppola l’ha presa proprio lui, il Caimano: controllare anche il link http://milano.corriere.it/milano/politica/speciali/2011/elezioni-amministrative/notizie/17-maggio-preferenze-salvini-batte-de-corato-190666356021.shtml

Ora, il Cavaliere avrà un bel da fare per giustificare – anzi, per nascondere – il suo insuccesso: metà di consensi in meno rispetto al 2006 sono uno spettacolo troppo amaro per essere digerito con noncuranza. Fate voi: prendere poco più di 27mila voti invece degli auspicati 53mila è un cazzotto dato nello stomaco: nello stomaco della tracotanza che B. porta in giro rigonfio dal 1994!!! Curiosi, attendiamo le reazioni delle prossime ore, e una telefonata da Fede o da Floris per smentire categoricamente…

Altre considerazioni, ivi connesse: gli 80mila voti in meno della Moratti sono voti sinceramente assegnati e assegnabili a Pisapia o piuttosto sono la giusta punizione che i cittadini milanesi hanno voluto assegnare alla cattiva gestione di questi 5 anni? Nel rispondere, non bisogna dimenticare l’exploit della Moratti nell’ultimo dibattito pubblico, in cui la sindachessa uscente ha affermato che il candidato PD «rubò un’auto»… Un’affermazione inquietante, che dimostra come ormai le campagne elettorali vengano condotte in modo tutt’altro che costruttivo, ma anzi ricorrendo sempre più alla delegittimazione dell’avversario: un costume che, guarda caso, la signora Moratti, ha ripreso dal suo capo in pectore Difficile dire comunque con sicurezza quale sia il “peso specifico” del voto milanese, che verrà ulteriormente analizzato e con maggior attenzione dai politologi. È chiaro che, in mezzo a tutto questo, in mezzo a questa gara dei numeri e dei meriti, in cui ognuno vede la pagliuzza negli occhi dell’altro e tira acqua al suo prosciugato mulino, ora abbiamo una prova lampante, tangibile del malcontento verso Berlusconi: e che è, ripeto, ancora più evidente visto che colpisce non tanto il suo partito personale, quanto la sua persona… Si ricordi che il malcontento è esploso nella sua città natale, nella sua casa: una casa che ora rischia di non poter essere più quella “delle libertà” da lui tanto propagandata e che rischia di sfasciarsi perché non è più sorretta dal consenso popolare… È un sintomo di stanchezza e di rabbia, è innegabile. La speranza, da parte mia e senza partigianerie, è che questo sintomo si traduca in qualcosa di più concreto; è che questa batosta si tramuti in una spallata decisiva per la sua caduta. Da parecchi mesi ormai il Moloch berlusconiano barcolla, ondeggia, scricchiola nelle sue tubature incrostate da quello stesso fango che butta addosso ogni giorno a chi, dissidente, guarda oltre e non si fa insabbiare nelle paludi della comunicazione asservita al potere. Da parecchi mesi la dialettica politica non fa altro che spremersi le meningi sui provvedimenti che il premier vorrebbe approvati a suo favore, e le riforme così necessarie restano nelle stanze dei bottoni a prender muffa. Da parecchi mesi, tanta stampa di sinistra è lì che tifa contro, che spera nella caduta, che gufa e cerca nuovi trabocchetti per farlo, mentre i loro referenti politici che dovrebbero incatenarsi per opporsi restano addormentati nelle loro soporifere poltrone  o al massimo escono dalle aule parlamentari al momento del voto per esprimere la loro contrarietà. Da parecchi mesi, il Paese è agonizzante: e la speranza di una nuova Liberazione continua a crescere…

 Un ragazzo contro la Diffamazione