La Via Crucis di un popolo.


Carissimi!

L’articolo che oggi scrivo non ha bisogno di presentazioni: il teto è di per sè così esplicito che induce l’animo a passare direttamentegomento “ex abrupto”. Sabato 16 aprile,  un sabato che sarebbe passato innoservato: cala la sera e nell’aria così permeata da sapori primaverili appare una croce , una candela, un arzillo sacerdote, un canto e un popolo. Cos’è ciò che Ceccano ha potuto vedere alle primi luci della sera? Un teatro? Uno spettacolo? O la prova di una fede viva radicata nei suoi pueri? Ecco: i pueri , o meglio, la grammatica ammonisce!, gli adulescentes.  Con le prime luci della sera, questo mistico corteo è partito intonando: “Ecce lignum crucis  in quo salus  mundi pependit. “Un popolo che avanza, cantando:  le torce accese che vogliono portare luce in questa città ferita. Poteva essere un evento, per pochi, per coloro che si professano credenti ma invece, benchè in maniera modesta, è stato un qualcosa per tutti. La piazza, locus princeps, era quasi desolata: si ha paura di Cristo e della sua Croce? O si ha paura di se stessi quoniam Christus vivt in animo? Un silenzio quasi di tomba avvolgeva le strade buie, un’eco, ecco che si sprigiona!, “lumen Christi: Deo gratias…”. Molti credono che noi, giovani, non crediamo in Dio: molti affermano che Cristo è solo per i vecchi, non per i giovani. Cristo è forse da solo in questa città? Sabato Lui c’era e c’era sui volti di chi cantava, sui volti di chi portava la Croce e c’era anche nei volti di coloro che hanno osato ascoltare: lì c’era Cristo, lì c’era la fede! C’è chi bestemmiava, chi inneggiava contro questo: sono voci, queste, che non hanno eco perchè “magna gloria est Tua, Domine!”. Ceccano, 16 aprile 2011, Via Crucis di un popolo, Via Crucis per noi:  fissando quella croce anche lo spettatore più distratto trasale: il Cristo immolato scuote gli animi, li risveglia dal torpore e li porta alla salvezza.

M.T.C

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Privacy, Facebook e Google


di: Stefano Balassone

 ” fonte wikipedia: Stefano Balassone (Sequals1943) è un produttore televisivoautore televisivo e scrittore italiano.
Il suo operato come consigliere d’amministrazione Rai dal 1998 al 2002 e, precedentemente, come vicedirettore di Raitre al fianco di Angelo Guglielmi (con il quale ha pubblicato numerosi saggi), lo annovera certamente tra i personaggi che hanno ideato un nuovo modello di televisione in Italia.
Negli anni che vanno dal 1987 al 1994 Raitre diviene infatti una rete innovativa, cinica e coraggiosa; per la prima volta in Italia si parla di “TV verità” e programmi come Milano, ItaliaQuelli che il calcioAvanziSamarcandaBlobTelefono giallo,Mi manda LubranoChi l’ha visto? e Un giorno in pretura vengono messi in onda per la prima volta innalzando lo share della terza rete Rai dal 2% ad oltre il 10%.

Riecco apocalittici e integrati che, come mezzo secolo or sono per l’homo videns, se le danno di santa ragione a proposito di business e privacy sui server del web 2.0. Prima Bauman  lanciato da Repubblica e ripreso da Fazio ha parlato del carattere fasullo degli “amici” affastellati nel social network, poi Report con l’inchiesta su Facebook, Google e affini ha spiegato che  gli utenti del web sono il prodotto che viene venduto per fini di propaganda, pubblicità e, non ultimo, di intelligence. Fra tante suggestioni, ci pare di avere capito che aderire a un social network facendosi precedere dal proprio “profilo” è un po’ come andare in piazza e mostrarsi con il vestito che ci pare più adatto. A qualcuno sembreremo belli, ad altri appariremo ridicoli e questi giudizi dedotti dalla nostra esteriorità alimenteranno la nostra notorietà; mentre al lato privato provvederanno rapporti più rari e intimi, magari frutto di spunti nati in rete, ma non esauribili nella comoda relazionalità che questa consente. Tutto sommato non ci pare di essere in presenza di rischi drammatici solo perché la piazza del paese si è allargata a dismisura. Più intrigante ci pare il lato dei quattrini. Sul web si stanno confrontando infatti due concezioni circa il modo di ottenere ricavi dalla pubblicità. Quella più simile all’antico modello di business dei mass media è praticata da Facebook, un colossale profilatore di target grazie al possesso dei profili auto redatti dagli iscritti. A quelli piace il rock, a quegli altri la disco music, c’è chi abita nel paesello e chi nella grande città, di qua i laureati di là i meno istruiti, da una parte i gay dall’altra i seguaci del bunga bunga eterosessuale. Ogni prodotto o servizio può ritagliarsi con l’aiuto di Facebook il pezzo di società a cui gli pare più utile offrirsi. Messo così Facebook ci sembra omogenea alla società che più conosciamo, quella della tv di Cologno Monzese, anche se potrà contenderle la pubblicità di inserzionisti minori che puntano al target ristretto e vogliono sfuggire ai costi del classico spot teletrasmesso. Il risultato di fatturato ad oggi sembra essere di un paio di miliardi di dollari l’anno. Rispettabile, ma contenuto se si pensa alla rilevanza sociale che Facebook ha assunto. Radicalmente innovativa è invece l’idea di Google. Chi va a fare pubblicità su Google sa che la sua offerta non verrà diffusa a un target prestabilito, ma che sarà visto da singoli individui le cui ricerche fanno supporre una potenziale attenzione a quel che l’inserzionista intende offrire. Tant’è che Google otterrà il suo ricavo solo se l’utente avrà effettivamente clikkato sul minuscolo ads-esca e sarà entrato a vedersi la pubblicità vera e propria. Così con pochi soldi ogni aspirante venditore può sperare di ottenere qualche click di attenzione. Con questo servizio Google ha raggiunto in pochi anni 29 miliardi di dollari di fatturato stracciando qualunque altro motore di ricerca, segno, a nostro parere, dell’aver costruito una opportunità davvero nuova, e forse la prima davvero bilaterale, per realizzare l’incontro tra domande e offerte. Per capirci: la marea di pubblicità che gli oligopoli del detersivo, del dolciume, etc riversano negli schermi della tv serve ad occupare la domanda e funziona essenzialmente come barriera mediatica contro l’apparizione di eventuali concorrenti. Tant’è che quando a tener fuori i concorrenti ci pensa la crisi, la spesa per pubblicità è la prima ad essere tagliata (alla faccia delle chiacchiere sul fatto che invece proprio con la crisi servirebbe un po’ più di sollecitazione a spendere). Invece anche negli anni di crisi i ricavi di Google hanno continuato a crescere. C’è dunque, e Google lo ha interpretato, un bisogno socialmente diffuso, staremmo per dire “democratico”, di offrire agli altri quel che si ha da vendere.  L’idea che ci siamo fatta è che la disponibilità di un modello commerciale e relazionale così “su  misura” sia un potente aiuto per una società dove siano più forti gli individui e contino meno oligopoli e corporazioni.  Detto questo, non ignoriamo i lati problematici della questione, che non riguardano tanto la privacy (anche se son queste le cose che rimbombano sui media) quanto le regole di disponibilità dei contenuti (fronte degli Autori e degli Editori) e quelle della tassazione sulle transazioni (fronte del Fisco). Proprio per questo converrà schivare i dibattiti epocali e cercare invece, a partire dalle attività professionali e d’impresa, di spremere più sugo possibile da questi frutti della rete.   

Il buono, il brutto e cattivo – Colpevoli di onesta intellettuale


di: John Lilburne

Hey! Wait! I’ve got a new complaint” cantavano i Nirvana nella misteriosa “Heart shaped box”. Oggi vi parlerò di un disturbo che allontana dai più e rende la propria presenza mai benvoluta. Attenzione, se detta in un discorso tra “yes man” “amici”, può sembrare un concetto pulito e sacrosanto, ma state attenti alle apparenze, perchè di questo si tratta.

Onestà intellettuale, una bella coppia di parole, una boccata d’ossigeno che porta con sé concetti quali libertà, coscienza critica, analisi, ricerca; una caratteristica che, se guardata con attenzione, svela tutta la sua negatività.

Se da un lato l’onestà intellettuale sembrerebbe essere un attributo stimato da molti, in realtà, dire in maniera spassionata il proprio parere, senza filtri ideologici, ma non per questo senza filtri intellettuali, è un qualcosa capace di attirare molti nemici, prima che molto onore. Obbedire al proprio pensiero, sempre, peccando, magari, di incoerenza (o presunta tale), è credere in un certo valore senza mitigare la forza delle proprie idee in nome di una credenza superiore: per amicizia, per stima, per non rovinare rapporti. Avere una manifesta coscienza critica, come state iniziando a vedere, non paga affatto; ciò avrà, forse, la compassione di altri seguaci, sempre pochi ma buoni, ma di certo non porterà che rogne.
Vivrà cento e più anni, invece, nella tranquillità, chi saprà sempre adattare il proprio pensiero alle vicende del caso, essendo sempre preparato ad affrontare qualsiasi vento; chi sceglierà, insomma, di non avere idee chiare per non dover mai portare sulle proprie spalle il peso del dover cambiare idea. Un sistema inespugnabile dalla logica, in cui tutto “andrà bene”, in cui ogni nuova situazione troverà una casella preesistente in cui essere collocata facendo combaciare le parti.
Perché tutto questo? Accettare tutto vuol dire essere accettati, essere sempre dalla parte del bene e dei buoni, quando la maggior parte delle volte essere veramente se stessi in modo esplicito è sintomo di cattiveria e arroganza. A noi sta la scelta: dire la nostra e avere molti nemici o non dire mai quello che pensiamo veramente, credendo sia giusto mitigare i propri pensieri alla luce della nostra condizione; dire: “Tutto va bene” o decidere di non accettare tutto ed essere marchiati.

Da che parte siamo? E soprattutto Cosa siamo?

La piazza per la legalità, i possibili effetti del Dividi et Impera alla Ceccanese..


Cari amici,

voglio condividere con voi una riflessione alla quale sto pensando negli ultimi giorni in seguito all’incontro del primo Aprile in piazza Municipio nominato “Accendi una luce per la trasparenza e la legalità” che ha dato vita a non pochi di battiti su Facebook, social network che sempre più si sta rivelando la nuova agorà dell’opinione pubblica ceccanese.

 

Favorevoli, contrari, indecisi, impauriti da strumentalizzazioni politiche, scettici sulla possibilità di mutare la statica situazione socio-politica della nostra cittadina: tutti hanno idee e speranze condivisibili e comprensibili.

Ai favorevoli consiglio prudenza, tenacia e fermezza: è difficile, ma non impossibile creare un circolo virtuoso, formare un’opinione pubblica che si riappropri di problemi quali la legalità, l’ambiente, l’inefficienza amministrativa, ma un primo passo è stato fatto e per di più nella giusta direzione.
E’ opportuno non sottovalutare, da una parte, l’effettivo rischio di appropriazione indebita della manifestazione e dall’altra l’esistenza di barriere ideologiche e partitiche, contornate da finti appoggi e cruenti personalismi che da tempo affliggono la scena politica ceccanese: patologia diffusa tra i banchi dell’opposizione.

Solamente prescindendo dall’appartenenza partitica si potrà continuare nella giusta direzione, e parlo più al cittadino che al politico: molto spesso si è tifosi dell’uno e dell’altro, ma poi qual è il beneficio che ne abbiamo? Può l’opposizione ad un’amministrazione clientelare e parcellizzante essere allo stesso modo informata ad interessi e tornaconti personali?

Perciò ai contrari consiglio di analizzare il principio, le modalità d’azione dell’incontro e non di giudicare in base ai loro organizzatori e partecipanti; se si pensa che sminuire l’operato di un concittadino piuttosto che aiutarlo sia la soluzione dei nostri problemi si faccia pure, ma non sarà così che cambieranno le cose e forse neanche l’amministrazione (cambiamento che preoccupa, e in modo erroneo, più di quello reale della città)

Eravamo quindici, venti, trenta? Cosa importa?

 

Il segnale c’è stato: alcuni cittadini hanno deciso di “insorgere” nei confronti di gravi lacune amministrative, cosa importa il numero di partecipanti quando si condividono le loro idee?

 

Ancora c’è una coscienza cittadina su questi temi.

Ai politici consiglio di unirsi invece che dividersi, di rinunciare ai simboli e alle barriere ideologiche per migliorare questa città, di non guardare sempre al più insignificante difetto altrui per poi dimenticare le proprie incolmabili lacune;

 

il messaggio dei cittadini è stato chiaro, si ha bisogno di un movimento che faccia sua la rinuncia al partito-centrismo;

 

i problemi sono molteplici e forse sarebbe tempo di guardare alle cose che si condividono invece di evidenziare ciò che ci differenzia.

Il mio messaggio è forte e chiaro, se non si crea una piattaforma che rappresenti tutti quei cittadini che hanno voglia di futuro, la possibilità di rimediare all’ennesima divisione forse non ci sarà..

Dividi et impera è il motto con il quale i Romani hanno vinto le battaglie più difficili; questi cercavano con astuzia di mettere l’uno contro l’altro i propri avversari che uscivano indeboliti dalla lotta intestina, consegnando così su un piatto d’argento la vittoria al popolo romano…


Anche se la Villa romana in località Cardegna rimane sepolta, forse qualche insegnamento della civiltà romana ancora lo mettiamo in pratica: “Corsi e ricorsi storici” direbbe Giambattista Vico..

Un pungente più del solito

Gianluca Popolla

 

Inchiesta Repubblica fatta: dove? come? quando? da chi? ma soprattutto perché?


E’ ufficiale: il giornalista di Repubblica Cianciullo ha effettuato la tanto desiderata e voluta video-inchiesta sul problema della Valle del Sacco..

Molti di voi si chiederanno se io stia scherzando o perché non siano stati informati dell’evento oppure di come quella battaglia iniziata sotto i peggiori auspici, ma poi vinta con l’impegno di tutti non abbia dato i frutti sperati.

Le cose stanno così: tramite vari contatti è stata designata Retuvasa, nota associazione ambientalista (http://www.retuvasa.org/), come organizzatrice dell’evento in cui l’inviato di Repubblica avrebbe intervistato più personalità rappresentative del territorio colpito dall’emergenza.
Bene, se da un lato il Cianciullo, noto giornalista d’inchiesta, si è accontentato di non scavare nel profondo del problema della Valle del Sacco, risulta tutt’ora incomprensibile il comportamento dell’associazione ambientalista.

Parlo della modalità d’organizzazione in primis e degli ovvi effetti che questa ha apportato al contenuto dell’intervista; voglio essere chiaro.

L’associazione, iscrittasi nel gruppo Inchiesta inquinamento Valle del Sacco, ha deciso di far intervistare una stretta nicchia di istituzioni ed associazioni che si prodigano da tempo per la risoluzione del problema inquinamento;
mancanti all’appello tra gli altri (poichè non contattato) l’assessore all’ambiente della provincia di Roma
in contrapposizione alla presenza dell’omologo frusinate De Angelis.

Sorgono spontanee più domande:

Perchè nessuno ha sentito le nostre istanze?

Perchè un giornalista d’inchiesta si ferma ad un’analisi superficiale?

Perchè non coinvolgere le istituzioni delle due province?

Perchè pur essendo nel gruppo, Retuvasa non ha comunicato l’imminenza dell’intervista e non ci ha reso partecipi?

Per me, la risoluzione del problema passa per una concertazione che coinvolga più soggetti istituzionali-associativi possibili, che sia attenta alle istanze di noi cittadini: abbiamo detto più volte che uniti si vince, abbiamo sofferto, sperato, contato i voti insieme, ci siamo allarmati per paura che il sondaggio finisse troppo presto, abbiamo mandato mail a Repubblica per cambiare l’ordine delle scelte, abbiamo condiviso centinaia di volte il link del sondaggio, abbiamo raggiunto più di settemila voti…

Questa non è la video inchiesta che abbiamo sperato, perchè non sa delle nostre ansie e preoccupazioni, della nostra volontà di un dialogo tra le istituzioni ed associazioni di diverso colore politico, perchè non sa e non può sapere di quanto noi vogliamo una risoluzione del problema senza rimpiattini, manifestazioni autoreferenziali che lasciano il tempo che trovano e lasciano l’inquinamento nei nostri campi, nei nostri corpi…
La mia speranza è che un giorno si possa parlare di questo problema con un confronto serio, che ci coinvolga e mantenga accesa in noi la speranza di un futuro meno inquinato per i nostri figli, per i nostri nipoti…

Uniti si vince, peccato che questa volta l’unione non ci sia stata cari amici di Retuvasa

Gianluca Popolla

 

 

 

 

 

 

 

 

Crimine ab uno disce omnes