Di barche in Montagna e vecchi Scheletri in Pianura


Di Alessandro “Axel” Liburdi


Mi sia consentito, anche stavolta, di non parlare di Ceccano, ma di un episodio inquietante, da cui purtroppo non siamo immuni. Ho avuto un ghigno ironico leggendo, sui giornali locali del 24 gennaio, la notizia delle barche rinvenute a Piglio, in località Altipiani di Arcinazzo. Barche in montagna: ma ci pensate bene? Forse erano relitti di qualche lontana glaciazione; o magari erano destinati a qualche museo del mare o alla collezione antiquaria di qualche privato; o forse facevano da set per qualche film neo catastrofista tipo profezia Maya… No, tutto sbagliato, signori. Erano in una discarica… Ebbene sì, una discarica di barche a oltre mille metri sul livello del mare, addirittura vicina alle nevi di queste settimane! Sarebbe anche una notizia simpatica, per cui sorridere una volta tanto di gusto. Volendo poteva da fare da sfondo a una barzelletta goliardica e scherzosa, se non fosse che la Guardia di Finanza di Frosinone ha posto sottosequestro un terreno in cui sono ritrovati rottami di natanti, stampi per la loro verniciatura e anche perfino i soliti scheletri di elettrodomestici: senza di essi, d’altronde, una discarica non sarebbe discarica… Un deposito a cielo aperto di materiale pericoloso, composto di ferro, ma anche di plastica e coloranti appositi che sarebbe dovuto essere smaltito in appositi siti, che invece è stato tacitamente abbandonato in una zona, quella degli Altipiani di Arcinazzo, da sempre meta del turismo naturalistico e apprezzata a livello non solo regionale. Ragionando per assurdo, e calcolando che un eventuale tragitto da Frosinone a Piglio è di 50 km circa e attraversa cittadine grandi e piccole (Alatri, Fumone e Fiuggi almeno) è incredibile che un viaggio del genere sia passato inosservato agli occhi dei più.
Roba da non credere: barche in montagna… È l’ennesima, originale specializzazione cui sono i giunti gli oscuri criminali del nostro territorio; il tutto in una provincia, come quella di Frosinone, alle prese con una situazione già gravemente compromessa a livello ambientale, fatta di fiumi inquinati – indovinate un po’ qual è il prima della lista? -, di pm10 alle stelle e di inquinamento incontrollato proveniente dai grandi distretti industriali di Anagni e Frosinone (dalla Marangoni in giù, le carte cantano… e piangono purtroppo di diossina i campi e i pascoli di tanti piccoli proprietari). Certo, la notizia non riguarda strettamente Ceccano e il territorio fabraterno, ma certo non può non lasciare seri strascichi di riflessione in tutti noi: pensiamoci un attimo, se degli scheletri di barche sono riuscite ad arrivare in montagna senza destare almeno qualche interrogativo in tutta la cittadinanza, siamo davvero arrivati alla “follia del silenzio”. Dalle pochi fonti a mia disposizione, posso solo ipotizzare che il sequestro sia partito da una segnalazione. Lo ipotizzo, e lo spero vivamente, visto che questa provincia ha bisogno di scatti di coraggio civile; ha bisogno di gettare il cuore oltre gli ostacoli della connivenza e dell’indifferenza. Senza fare facili moralismi – d’altronde scagli la prima pietra chi è senza peccato, e personalmente non sono io a poterlo fare – questa è l’esigenza che sento più impellente per tutti noi, e per tutta la cittadinanza.

Ma purtroppo, passando dai “furori civili” alla “realtà avvelenata”, escono fuori di nuovo i miei malumori. Vorrei che non sfuggisse il nesso tra quelle barche e la nostra ferraglia cittadina, due sfaccettature di un territorio malmenato dallo sfruttamento, dal profitto ossessivo, dall’oblio della società civile…
Se delle barche sono arrivate in mezzo ai boschi dell’Appennino, mi chiedo quali altri danni siamo stati costretti a sorbirci inconsapevolmente, senza poter vedere, nel corso di questi anni: danni, che ci sono rimasti invisibili perché disciolti nell’aria, perché coperti dall’acqua o perché tumulati sotto cimiteri di terra e di cemento. Danni ambientali che costituiscono la prima parte della terribile equazione che ogni giorno siamo costretti a subire: quella che lega tali crimini alle conseguenze rischiosissime per la salute. Inconsapevolmente, mentre ignoriamo la situazione, il veleno ci accomuna tutti, e ci ha infettato senza che potessimo saperlo ed evitarlo, entrando nella catena alimentare o direttamente nei nostri polmoni.

Il nesso tra ambiente e uomo, che per secoli si era basato su una cordiale coabitazione, si è drasticamente, terribilmente e pericolosamente rovesciato a favore dell’uomo. Non è questa l’occasione per ripensare criticamente alle cause che ci hanno condotto a questo punto. Ma parlando della nostra provincia, non possiamo fare a meno di notare che l’industrializzazione selvaggia degli anni Cinquanta e Sessanta ha certo portato benessere economico, ma ci ha lasciato un’eredità pesante da smaltire, fatta di inquinamento indiscriminato e di fantasmi industriali a cielo aperto che non meriterebbero il trattamento di degrado e d’oblio cui sono abbandonati. È il caso dell’ex Annunziata di Ceccano, tanto per fare l’esempio più eclatante. Alla fine però la risposta classica che seguirà le nostre inquietudini sarà: non ci sono soldi per comprarla e ristrutturarla. Certo, riqualificare un’aria depressa e degradata qual è l’ex Annunziata, creando magari posti di lavoro, non è possibile… Pagare i premi di lavoro a fine anno ai responsabili di settore dell’amministrazione comunale, invece, è ben più importante…
A questo punto i conti non tornano, i dubbi s’infittiscono, e la rabbia non può diminuire. Se non ne parliamo noi, a chi dovremmo lasciare quest’incombente necessità? Vogliamo lasciar morire la nostra terra, o levare per lei un grido di speranza? Non vogliamo altri veleni, ci basta quello della rabbia che ci rode il sangue…

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