Con(tro) la mafia e non con un partito


C’è qualcuno che tende a denigrare chi ogni giorno cerca di combattere contro un nemico così forte come la mafia.

Il motivo è che colui che combatte la mafia è di sinistra o presunto tale: non importa cosa faccia per il paese ma importa la sua appartenenza politica, il poterlo sminuire in qualsiasi modo: prima radical chic, poi con brame di protagonismo e popolarità.

Peccato che chi è accusato di essere popolare ha compiuto un atto che definirlo popolare proprio non si può, ha combattuto a viso aperto la mafia, ne ha spiegato meccanismi e dettagli che molto spesso restavano sconsolatamente chiusi nei verbali delle pubbliche autorità.

Forse alcune persone non capiscono cosa significhi, io provo ad immaginarlo e non posso fare altrimenti, vivere quotidianamente con una scorta che ti controlla nel momento dei bisogni, nel dare un bacio ad una ragazza, nel visitare amici e parenti, in un negozio per comprare bevande e viveri.

In Italia funziona così, siamo o vogliamo essere analfabeti di politica, siamo tutti burocrati di partito in doppio petto che al dialogo diretto e non preventivo preferiscono le parole fatte, il politichese e le dimostrazioni per assurdo.

Ho tanti amici che “militano” dall’una e dall’altra parte e mi rendo conto sempre di più di quanto tra ragazzi di vent’anni o poco meno sia possibile parlare di politica con toni accettabili, di parlare di laicità dello stato, o del rapporto tra stato e religione senza eccessi: da chi definisce la Bibbia “Libro fantasy” con orgoglio, a chi vorrebbe ristabilire un regime confessionale (con la cristiano-cattolica religione di Stato).

Anche coloro che dovrebbero essere simboli tutelati dallo Stato vengono attaccati per cieca appartenenza politica.

C’è chi pensa che solo gli arresti della polizia siano importanti per combattere la Mafia e che Saviano potrebbe stare nell’ombra aspettando di essere ucciso nel silenzio, io penso invece che se noi catturassimo anche 100 criminali al giorno il problema non sarebbe risolto.

Il cancro della mafia non è prettamente numerico e quantitativo, così come non dovrebbe essere la politica (vedasi “politica del fare”, fare cosa? può giudicarsi l’operato di un governo dal numero dei provvedimenti attuati? ), ma qualitativo: il ragazzo che non ha un’istruzione di base, che non trova lavoro, che ha l’obbligo di portare soldi nella cassa famigliare è propenso ad inserirsi nei traffici illeciti e nelle organizzazioni a stampo mafioso.

Per ogni Boss catturato ce ne sono altri pronti ad emergere, per ogni picciotto ucciso, ce ne sono tre o quattro che scalpitano e che si formano da un vuoto indiscutibile dello Stato.

ALT!!! Alcuni di sicuro avranno già disquisito della mia faziosità e critica incondizionata al governo, non è cosi.

Il fenomeno occorre combatterlo insieme: sia le forze armate, il Ministro dell’interno, che i collaboratori di giustizia vanno salvaguardati e soprattutto il loro lavoro deve essere attuato nella stessa direzione.

Non possono esserci delle posizioni alternative: o con o contro la Mafia, non con Maroni e contro Saviano o viceversa: sono due facce diverse ed allo stesso modo importanti (Intendo Saviano come simbolo del collaborazionismo popolare) della stessa medaglia.

Se le forze politiche e i fattori determinanti per la lotta alla Mafia saranno uniti di sicuro i benefici saranno maggiori per tutti, anche per chi oggi definisce Saviano eroe di cartapesta o lo concepisce come icona televisiva: il possibile collaboratore di giustizia indeciso sul rivelare o meno le proprie scottanti verità, visto il trattamento Saviano, quale decisione prenderà?

Io sono contro la mafia e non per un partito, e voi?

Gianluca Popolla

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