Quel che resta dei fuochi di Natale


Dopo gli scontri, i roghi, le distruzioni, le polemiche sul ddl Gelmini, cosa resta? Restano senz’altro i danni materiali, ma resta – e questo a livello intellettuale e politico è pericolosissimo – la solita squallida fiera di opinioni politiche o goliardiche riguardo le manifestazioni studentesche di questi giorni. Si è cercato in ogni modo di criminalizzare una categoria – quella degli studenti universitari – che, per la stragrande maggioranza, ha manifestato con spirito pacifico e grande creatività; la ridicola e patetica equazione gasparriana studenti = potenziali assassini ha messo in chiaro quanto possano essere pericolosi i rigurgiti reazionari e perbenisti di una parte della politica italiana – quella al potere – che ha fatto della violenza retorica e della virilità a tutti i costi la propria bandiera.

Non solo, proprio ieri leggevo sui notiziari gli editoriali della cosiddetta “stampa di regime” (mi riferisco in questo momento a Il tempo, e a Il Giornale) che ho trovato peggio che deliranti: stomachevoli. Soprattutto, Marcello Veneziani parlava di una “gioventù bruciata assetata di trasgressione” e scomodava il facile mito di Dioniso, cui i ragazzi rivolgono tutte le loro energie nei loro divertimenti notturni. Inutile dire che il signore in questione si sbaglia: i giovani non sono tutti così, al di là dei soliti luoghi comuni sulla condizione giovanile odierna. C’è chi lavora e c’è chi studia seriamente per costruire il suo futuro e acquisire un sapere libero; e, sebbene ci siano stati dentro la protesta corpi di studenti politicizzati, che sognavano una nuova epopea sessantottina, nelle strade italiane hanno sfilato tanti giovani preoccupati seriamente di un futuro che non c’è, un futuro che questa riforma rischia di distruggere irreversibilmente. Poi, mi sono guardato intorno e ho capito dov’ero: ero davanti alla solita scrittura autoreferenziale di una classe politica e dirigente e di un’opinione pubblica che vive con gli occhi foderati di prosciutto, tutta casa lavoro e chiesa, che crede nei valori pseudoliberali e borghesi del perbenismo provinciale di massa.

Nonostante questo però, ho anche avuto un’impressione positiva da questi giorni di fuoco – che, poi, sono stati del tutto coerenti con il clima natalizio, c’è da dirlo… L’impressione è che quest’ondata denigratoria e, posso dirlo, neofascista, è stata provocata da una paura ancora serpeggiante. La classe dirigente ha paura, paura che una ribellione studentesca possa veramente avverarsi e trascinare il Paese in una contestazione definitiva e violentissima, in una deflagrazione che incendi le poltrone di questo potere. I politici e i mestieranti della politica loro vassalli (giornalisti, opinionisti ecc.) hanno paura di perdere il loro posto, e cercano di buttare benzina su coloro che protestano, per delegittimarli e per apparire loro vittime predestinate di questa violenza agli occhi dell’ignorante homo italicus, acefalo mangiatore di televisione. Insomma, la classe politica ha paura dei giovani, di noi giovani, delle potenzialità generazionali che ci portiamo dietro. Infatti, avrete visto tutti le auto nere delle scorte dei politici, il dispiegamento delle camionette blu o brune delle forze dell’ordine, le zone rosse, le zone gialle, le zone verdi, il traffico nero, i tran tran di giornalisti fuori dai palazzi del potere in questi giorni… Roma pareva un grottesco arcobaleno della follia… Tutte le attenzioni che sono state al movimento studentesco non possono farmi, non possono farci che piacere: vuol dire che finalmente, in qualche modo – anche se in un modo che poi s’è rivelato sbagliato – i giovani sono riusciti a farsi vedere e a farsi sentire.

Ora, non so se questa riuscita porterà i frutti sperati, anzi credo al contrario: ma ugualmente sono sicuro che, tra qualche ora, il potere riprenderà la sua dialettica, ritirerà i suoi tentacoli viscidi dalle televisioni e dai giornali e dirà che “non è successo niente, è stato scongiurato il rischio di una guerra civile, che la politica civile e democratica ha vinto contro la violenza” e via giù ancora con balle di questo tipo, dipingendo di nuovo gli studenti come dei terroristi della democrazia. E, mentre i giovani continueranno a urlare il loro dissenso davanti a una legge appena approvata, dovremmo per forza di cose continuare a urlare anche noi il nostro no, magari in piccolo, magari in silenzio, magari nelle nostre case o nei nostri luoghi di ritrovo, ma dovremmo farlo, per non finire schiavi di questo “governo di nominati” che calpesta e infanga i nostri diritti. Ma purtroppo sono anche consapevole di un grande pericolo: che, con il passare del tempo, quella che è stata in questi giorni una “lotta condivisa per il futuro” finirà per metterci uno contro l’altro, quando vedremo che la torta è piccola e dovremmo stringere i denti per azzannarla e sopravvivere un altro po’. Darwin in questo non si riferiva solo ai fringuelli o alle tartarughe delle Galapagos: si riferiva anche all’uomo, quando parlava di “lotta per la sopravvivenza”…

Il mio desiderio per Natale, il mio augurio – ricorro anch’io a questa pratica scontata e banale – è che, comunque tutto, nonostante tutto, si possa, almeno nella mia città, immaginare di discutere e collaborare con altri ragazzi. Se non riusciremo a cambiare le cose – visto che i panorami che ci attendono si fanno sempre più irti di trappole e viscidi – avremmo se non altro contribuito a renderci più liberi, liberati dalle retoriche del potere e dai luoghi comuni delle ideologie facili; avremmo attraversato il nostro tempo «con l’utopia nelle vene e il diamante nel cervello».

Ricordando chi siamo,

e dove potremo andare,

Buon Natale a tutti voi di Cogitanscribens

Alessandro Liburdi

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