Ed ora…


Ed ora che succederà alla nostra istruzione?

Questo: http://www.corriere.it/politica/10_dicembre_23/riforma-gelmini-scheda_5a91750c-0eac-11e0-bfcf-00144f02aabc.shtml

Se invece voltete avere ampia visione sulla riforma ecco a voi: http://www.corriere.it/Media/Foto/2010/12/23/AS1905B_10.pdf

Ma i regali di Natale non sono finiti, c’è anche questo: http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_24/talenti-estero-legge_29a92b1c-0f31-11e0-bda7-00144f02aabc.shtml

Ho voluto mettervi questi link per spingervi a leggere la conclusione di tutto quello che, in questi giorni, ha scosso le acque della politica italiana.

L’istruzione italiana deve dare speranza a tutti i ragazzi: speranza nella loro “cultura”, nelle loro capacità e possbilità di realizzare i propri sogni. Un istruzione senza sogni è un istruzione “secca”.

Buon Santo Natale a tutti voi!!

Pierfrancesco Gizzi

Ps i link provengono dal <<Corriere della Sera>> che è stato scelto perché è la testata nazionale primaria. In caso di non funzionamento contattateci

Quel che resta dei fuochi di Natale


Dopo gli scontri, i roghi, le distruzioni, le polemiche sul ddl Gelmini, cosa resta? Restano senz’altro i danni materiali, ma resta – e questo a livello intellettuale e politico è pericolosissimo – la solita squallida fiera di opinioni politiche o goliardiche riguardo le manifestazioni studentesche di questi giorni. Si è cercato in ogni modo di criminalizzare una categoria – quella degli studenti universitari – che, per la stragrande maggioranza, ha manifestato con spirito pacifico e grande creatività; la ridicola e patetica equazione gasparriana studenti = potenziali assassini ha messo in chiaro quanto possano essere pericolosi i rigurgiti reazionari e perbenisti di una parte della politica italiana – quella al potere – che ha fatto della violenza retorica e della virilità a tutti i costi la propria bandiera.

Non solo, proprio ieri leggevo sui notiziari gli editoriali della cosiddetta “stampa di regime” (mi riferisco in questo momento a Il tempo, e a Il Giornale) che ho trovato peggio che deliranti: stomachevoli. Soprattutto, Marcello Veneziani parlava di una “gioventù bruciata assetata di trasgressione” e scomodava il facile mito di Dioniso, cui i ragazzi rivolgono tutte le loro energie nei loro divertimenti notturni. Inutile dire che il signore in questione si sbaglia: i giovani non sono tutti così, al di là dei soliti luoghi comuni sulla condizione giovanile odierna. C’è chi lavora e c’è chi studia seriamente per costruire il suo futuro e acquisire un sapere libero; e, sebbene ci siano stati dentro la protesta corpi di studenti politicizzati, che sognavano una nuova epopea sessantottina, nelle strade italiane hanno sfilato tanti giovani preoccupati seriamente di un futuro che non c’è, un futuro che questa riforma rischia di distruggere irreversibilmente. Poi, mi sono guardato intorno e ho capito dov’ero: ero davanti alla solita scrittura autoreferenziale di una classe politica e dirigente e di un’opinione pubblica che vive con gli occhi foderati di prosciutto, tutta casa lavoro e chiesa, che crede nei valori pseudoliberali e borghesi del perbenismo provinciale di massa.

Nonostante questo però, ho anche avuto un’impressione positiva da questi giorni di fuoco – che, poi, sono stati del tutto coerenti con il clima natalizio, c’è da dirlo… L’impressione è che quest’ondata denigratoria e, posso dirlo, neofascista, è stata provocata da una paura ancora serpeggiante. La classe dirigente ha paura, paura che una ribellione studentesca possa veramente avverarsi e trascinare il Paese in una contestazione definitiva e violentissima, in una deflagrazione che incendi le poltrone di questo potere. I politici e i mestieranti della politica loro vassalli (giornalisti, opinionisti ecc.) hanno paura di perdere il loro posto, e cercano di buttare benzina su coloro che protestano, per delegittimarli e per apparire loro vittime predestinate di questa violenza agli occhi dell’ignorante homo italicus, acefalo mangiatore di televisione. Insomma, la classe politica ha paura dei giovani, di noi giovani, delle potenzialità generazionali che ci portiamo dietro. Infatti, avrete visto tutti le auto nere delle scorte dei politici, il dispiegamento delle camionette blu o brune delle forze dell’ordine, le zone rosse, le zone gialle, le zone verdi, il traffico nero, i tran tran di giornalisti fuori dai palazzi del potere in questi giorni… Roma pareva un grottesco arcobaleno della follia… Tutte le attenzioni che sono state al movimento studentesco non possono farmi, non possono farci che piacere: vuol dire che finalmente, in qualche modo – anche se in un modo che poi s’è rivelato sbagliato – i giovani sono riusciti a farsi vedere e a farsi sentire.

Ora, non so se questa riuscita porterà i frutti sperati, anzi credo al contrario: ma ugualmente sono sicuro che, tra qualche ora, il potere riprenderà la sua dialettica, ritirerà i suoi tentacoli viscidi dalle televisioni e dai giornali e dirà che “non è successo niente, è stato scongiurato il rischio di una guerra civile, che la politica civile e democratica ha vinto contro la violenza” e via giù ancora con balle di questo tipo, dipingendo di nuovo gli studenti come dei terroristi della democrazia. E, mentre i giovani continueranno a urlare il loro dissenso davanti a una legge appena approvata, dovremmo per forza di cose continuare a urlare anche noi il nostro no, magari in piccolo, magari in silenzio, magari nelle nostre case o nei nostri luoghi di ritrovo, ma dovremmo farlo, per non finire schiavi di questo “governo di nominati” che calpesta e infanga i nostri diritti. Ma purtroppo sono anche consapevole di un grande pericolo: che, con il passare del tempo, quella che è stata in questi giorni una “lotta condivisa per il futuro” finirà per metterci uno contro l’altro, quando vedremo che la torta è piccola e dovremmo stringere i denti per azzannarla e sopravvivere un altro po’. Darwin in questo non si riferiva solo ai fringuelli o alle tartarughe delle Galapagos: si riferiva anche all’uomo, quando parlava di “lotta per la sopravvivenza”…

Il mio desiderio per Natale, il mio augurio – ricorro anch’io a questa pratica scontata e banale – è che, comunque tutto, nonostante tutto, si possa, almeno nella mia città, immaginare di discutere e collaborare con altri ragazzi. Se non riusciremo a cambiare le cose – visto che i panorami che ci attendono si fanno sempre più irti di trappole e viscidi – avremmo se non altro contribuito a renderci più liberi, liberati dalle retoriche del potere e dai luoghi comuni delle ideologie facili; avremmo attraversato il nostro tempo «con l’utopia nelle vene e il diamante nel cervello».

Ricordando chi siamo,

e dove potremo andare,

Buon Natale a tutti voi di Cogitanscribens

Alessandro Liburdi

Sulla sponda del fiume Sacco mi sono seduta e ho pianto


<<Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. Narra la leggenda che tutto ciò che cade nell’acqua di questo fiume, le foglie, gli insetti, le piume degli uccelli, si trasforma nelle pietre del suo letto.>>

                                                                               (Paulo Coelho)

 

Sulla sponda del fiume Sacco mi sono seduta e ho pianto.

Ho pianto al ricordo di un’anziana donna che attingeva l’acqua nella calura di un’estate torrida, ho pianto all’immagine di un cigno reale dallo splendido piumaggio e ho pianto per le malinconiche lavandaie che come in un tela impressionista affollavano il paesaggio a bordo fiume. Le lacrime si confondono nella corrente, diventano aspre, acide e si perdono in quelle acque, che un tempo diafane, sembrano ora essere languide e statiche. Quante lacrime dovremo ancora versare per far si che queste acque tornino a scorrere vive e limpide? Quante lacrime occorrono per riempire il letto di un fiume? Basteranno forse quelle causate dallo strazio delle malattie di cui il fiume é l’ormai noto dispensatore automatico?

L’acqua é da sempre sinonimo di vita, sorgente, inizio, purezza e il nostro fiume oggi, é ormai troppo lontano dall’indicare tutto ciò. Le sue acque sono il rifiuto, il lurido, il languore che ormai domina incontrastato, il prodotto meschino della dimenticanza eterna. Del pianto del fiume non resta che un grido sordo, accolto da pochi nella guerra del “si farà”, dello “stiamo valutando la questione”, degli interventi mancati.

I bambini di oggi non conoscono il fiume Sacco, non lo conoscono come i loro nonni lo conoscevano, come “amico”, come “risorsa”, come “divertimento”, come “teatro” di gare di nuoto, come luogo di tante piccole emozioni. Non abbiamo mai conosciuto questo fiume.

Il tempo é passato inevitabilmente e tutto ciò che resta é l’amara riflessione su ciò che il fiume avrebbe potuto essere e non é stato o meglio su ciò che il fiume avrebbe dovuto essere e non é stato. All’immagine del fiume avremo dovuto attribuire la parola vita con i suoi immensi e magnifici significati e invece oggi ci ritroviamo qui a fare i conti con il suo nefasto e allarmante contrario.

Quello che il fiume avrebbe potuto rappresentare lo si era capito già evidentemente negli anni settanta quando si diede vita in questa città a proteste, iniziative, la cosiddetta “tenda rossa” dopo l’avvertimento dei primi segnali di inquinamento del fiume. Tutto ciò non può essere solo un ricordo nelle menti e forse ancor più nel cuore dei cittadini, di chi ci ha creduto. Questi momenti e movimenti dovrebbero, anzi devono, spronare ad un attivismo tutto nuovo e purtroppo difficile da intendere in una terra dove la soluzione troppe volte é stata quella dell’eterno differimento.

I bambini vorrebbero “un luogo pulito e senza inquinamento” e queste voci, quelle di una collettività, non possono rimanere inascoltate.

Vorrei sedermi, un giorno, sulle sponde del fiume e poter sorridere davanti a bambini che si affannano ad arrivare primi in quella gara di nuoto che i loro nonni avevano iniziato.

 

 

 

Sara Bucciarelli

 

14Dicembre: il dono dell’invisibilità


Squadriglie, ragazzi con la pala, e distruttori di auto, di negozi e chi più ne ha più ne metta:

purtroppo sono questi i vincitori della manifestazione del 14 Dicembre contemporanea alla deliberazione sulla mozione di sfiducia nei confronti del Governo Berlusconi, sono loro ad aver avuto la maggioranza della considerazione politica e dei media.

Ma io voglio parlare di quegli invisibili che pacificamente hanno portato avanti la loro protesta credendo davvero che il loro futuro sia in bilico, che sarà difficile trovare posti di lavoro, che studiano con l’incubo di prendere un pezzo di carta che poi non gli servirà a nulla.

Ce ne sono tante di storie di laureati che passano la vita dando il resto dalla cassa di un centro commerciale, tante sono quelle maglie rosse che nello spettacolo “Una sola moltitudine” dell’Indiegesta indicavano i talenti sprecati del nostro Paese, tanti ragazzi che dedicano i migliori anni della loro vita allo studio in cerca di una professione che spesso non troveranno mai, o che trovano dopo anni passati nel limbo della precarietà.

Quest’estate conobbi nello stabilimento balneare che frequentavo l’aiutante bagnino, un ragazzo sulla venticinquina sempre disponibile e pacato, nonostante molto spesso venisse disturbato dai polveroni di sabbia alzati da qualche improvvisato giocatore di beach volley o beach soccer.

Entrando in confidenza parlammo degli studi affrontati e mi confessò di possedere un laurea triennale in ingegneria aerospaziale eppure l’unica occupazione che tale titolo gli permetteva era quella di chiudere gli ombrelloni a giornata conclusa e di sistemare sdraio e poltrone.

Era rassegnato, mi diceva:”Se lo studio è servito a questo consiglio a tutti i ragazzi di non intraprendere gli studi universitari”.

Beh, di storie come questa purtroppo ce ne sono tante, troppe e sono anche tanti quei ragazzi che il 14Dicembre hanno protestato pacificamente magari trovandosi proprio nella stessa situazione, io non me la sento di definire tutti i manifestanti come delinquenti, criminali così indistintamente, per partito preso.

E dispiace sentire istituzioni snocciolare slogan infamanti e uniformemente dispregiativi della folla che si è riversata per protesta nelle strade di Roma, sono loro che dovrebbero tutelarli, tutelarci e invece criminalizzano senza “se” e senza “ma” facendo trionfare i violenti e isolando la parte pacifica della folla.

Tra quei ragazzi potrebbe esserci un brillante avvocato, un ottimo pediatra, una ricercatrice in campo fisico, un designer, un’economista, l’insegnante dei nostri figli: in poche parole gli strumenti per il nostro futuro.

E’  conveniente per il pidiellino in carriera definire criminali i protestanti, è facile per il democratico di turno non condannare i violenti: è così facile rendere chi protesta democraticamente invisibile.

 

Gianluca Popolla

 

 

 

Al caro fiume Sacco..


Carissimi!

L’articolo che oggi scrivo si colloca nel quadro delle “orationes super fluminibus” a cui ho sempre dedicato molto tempo. L’articolo non viene scritto a caso o per puro diletto personale ma esso vuole essere la mia vicinanza alle sorti di questo fiume che da creatura benevole si è trasformata in discarica, quasi una matrigna.  Piace, allora, senza alcuna forma di retorica poter riesprimere un personale pensiero sul Fiume Sacco che sembra essere quasi un vecchio zoppo che ha bisogno di aiuto per camminare: vorrei, per tanti motivi, stillare,  una carta dei diritti di questo fiume che, spero, potranno essere accolti, magna cum laude, dalla cittadinanza ceccanese e allora:

1) Diciamo dì sì al fiume nel suo significato originario di  acqua poichè essa, come ci suggerisce S. Francesco, è “multo utile et humile et pretiosa et casta” possa essere usata senza alcun timore di malattie per i campi e per gli animali!

2) Diciamo di sì al fiume Sacco come “luogo di migrazione”segnali: ricordo con una certa emozione lo scorso marzo, il volo dei cormorani presso la cascata; possiamo non rimanere insensibili dinnanzi a questo richiamo?  Diciamo sì alla riqualificazione del fiume nell’ambito naturale!

3) Diciamo di sì al fiume come “simbolo della vittoria dell’ambiente sull’inquinamento” affinchè questi, possa essere, la vittoria della natura contro l’insensato bisogno dell’uomo di costurire ovunque e senza alcun ritegno.

5) Diciamo di sì alla riqualificazione del fiume nell’ambito storico affinchè la sua presenza, nella nostra terra, possa offrire lo spunto di ricerche nell’ambito socio-storico per scopire le origini di Ceccano.

6) Diciamo di no alla campagna di chiusura verso questo fiume e in particolare diciamo di no a quanti propongono di ignorare il problema quando è evidente che questo fiume va a morire.

7) Diciamo di no alla cementificazione e alla cancellazione del suo corso nella Valle Latina: un fiume che ha dato tanto, un fiume che è stato simbolo di un territorio, non può scomparire sotto spessi strati di cemento come se fosse cose insulsa.

8) Diciamo di no a quanti affermano che non vi è nulla da fare per risanare le sorti di questo fiume: li invitiamo a unirsi nella battaglia “affinchè la gioia sia piena…”

9)Diciamo di no a un fiume discarica: ricordo a Sgurgola l’immagine triste e angosciosa di un tubo di liquami posto sulla superificie del fiume: diciamo di no a questa insensata e fantomatica discarica, segno della penuria che l’uomo, in questi tempi, sta vivendo

10) Diciamo di no a un fiume totalmente preda dell’inquinamento: il volo degli uccelli che ancora si possono ammirare ci dice che il fiume è vivo e che vuole essere aiutato così come egli ha tante volte aiutato noi sfamandoci e nutrendoci in tempi di carestia!

E sia questa la forza che deve essere con noi, una forza che ci permette di superare le barriere e superare le ipotetiche incertezze. Un fiume muore ,come possiamo rimanere sordi a questo muto grido che sale da esso? La posta in gioco è alta, aiutaci anche tu!

Giancarlo.