In morte del Professor Domenico Cipriani-Le parole che non ti ho detto


Dovunque guardo nei miei ricordi, c’è un pizzico di lei

cliccare sull’icona



Prima di cominciare vorrei sottolineare come questo articolo sia davvero ponderato, e come, alla fine di una lunga rielaborazione, io lo ritenga assolutamente insufficiente per dire tutto quello che vorrei dire su Memmino Cipriani, la sua morte e quella cascata di ricordi impossibili da liberare, che questo avvenimento mi ha evocato. Scusate l’introduzione.

1.Se n’è andato il Prof. Cipriani, all’improvviso, è uscito per l’ultima volta da quella classe che è il mondo, con il sorriso nascosto sotto baffi, rayban e quell’aria autoritaria che trasportava con giocosa consapevolezza, smentendo la sua parvenza di burbero con quell’intercalare fatto di ceccanese stretto che a tanti l’ha reso noto. La mente torna inevitabilmente ad un passato fatto di ricordi.
Tornano, alla mente, le infinite piccole battaglie quotidiane, saggiamente orchestrate dal terribile Prof. per abituarci alle più difficili guerre della vita; noi , che, armati contro i mulini a vento, giocavamo a fare i sovversivi, a discutere, a dibattere, contro un grande e valoroso nemico.
Proprio ieri, in Piazza Mancini, davanti alla casa del Prof. Cipriani, nel lutto, uno stormo d’uccelli, ha attraversato il cielo nel tramonto, per rendere omaggio alla morte del nostro miglior nemico. Ci siamo avvicinati al letto funebre e abbiamo deposto le nostre armi ai piedi di una persona che ha lasciato un solco evidente nella storia delle nostre vite, con la sua vita come con la sua morte, che porta con sé molte immagini, molti ricordi, molti pezzi delle nostre vite inestimabili perché vissuti nella segreta intimità della classe, del rapporto esclusivo che solo un insegnante può stringere con i suoi alunni.
I profili possibili si addensano nella memoria senza rendere onore vero alla figura del Prof. Cipriani, ma più che un’improbabile Perboni del libro Cuore, tutto pacche sulle spalle e sorrisi gentili, Memmino mi ricorda più un professore d’altri tempi, autorità riconosciuta e rispettata nell’attimo teatrale e solenne del lavoro di docente, rigido e inflessibile, poco aperto, la sua stima dovevi guadagnartela sul campo di battaglia per poi scoprire di stare crescendo solo per te ed era difficile che si aprisse a manifestazioni di alcun tipo in quell’enclave di serietà che era il momento-classe.
Quando si usciva (in tutti i sensi) da quella formalità di cui, grazie a lui, ho imparato il profondo valore, Cipriani si apriva alla battuta, al sorriso, era uno che amava farsi due risate e ne conosceva i tempi esatti;le sue lezioni, avvolte da un silenzio carico di stima (e di paura, talvolta) non erano mai inutili, sapeva riflettere e far riflettere, conosceva i pesi e le misure, proprio come un uomo d’altri tempi, sapeva ben dosare le sue due anime, Professore dentro, uomo fuori (molti dovrebbero solo imparare da questa lezione) .
Se dicessi, inoltre, che grazie a lui, per colpa sua e spesso di protesta alla sua autorità di docente, tutti conosciamo e amiamo l’arte, mi limiterei ad uno spicchio sufficiente ma non necessario a rendergli un ultimo saluto.
Alla questione di Machiavelli “an sit melius amari quam timeri” (se sia meglio, cioè, essere più amati che temuti) Cipriani rispondeva che innanzitutto bisognava che ci si rispettasse, dopodiché, fuori dalla lezione, sapeva essere se stesso, dimettere i panni del burbero per indossare quelli del mattatore, sempre circondato da ragazze e ragazzi, personaggio principale di aneddoti bellissimi e memorabili, infine stimato.

2.Se Cipriani leggesse quello che ho scritto finora non esiterebbe a scuotere la testa con un mezzo sorriso, di scherno amabile, come per dire: Projè tu si pazz’ – ma era questa la sfida più ardua che Memmino sapeva porre ai suoi cadetti, una sfida che lanciava con il sorriso sornione di colui che tutto sa, che tutto ha visto, che tutto prevede, perché ne ha viste tante. La stima di Cipriani te la dovevi conquistare sul campo, non smetterò mai di ripetermelo, e quando la conquistavi lui era altrettanto inflessibile, si cedeva raramente ad elogi. Mi viene in mente quella volta che, dopo anni di batoste ciprianesche, di lotte contro un prof che credevo avesse una stima non particolarmente elevata di me, venne a scuola, per consegnarmi dei libri, Angelino Loffredi.Probabilmente il Prof e Angelino si conoscevano e fu così che, chiamato fuori dalla classe per questa inaspettata visita, mi ritrovai chiuso tra due giganti. Tutto mi aspettavo quando Loffredi gli chiese qualcosa di me, fuorché quello che disse il Prof: elogi, sentiti, non di circostanza, non ero più il Projè richiamato mentre confabulava in continuazione con Popò, amico dell’immancabile Gizzi (che detto da Cipriani aveva tutto un suono partcolare, chi c’era capirà), compagno di banco del vallecorsano Migliori; no, stando alle sue parole, ero diventato miracolosamente un ragazzo straordinario; da quel giorno una nuova luce nel suo  sguardo ( che forse non avevo saputo vedere) mi accompagnò, negli scambi fugaci di occhiate alla fine di ogni lezione, fino agli Esami e oltre.
Crediamo sempre che i Professori, quelli che amiamo, così come quelli che odiamo, siano immortali, appartenenti ad un ordine che non è il nostro, di un altro mondo se volete, ma è quando, tristemente, ci accorgiamo che non sono nient’altro che persone, allora scopriamo che questi erano davvero qualcosa di magico, che ha segnato la nostra vita per sempre. E Cipriani quel solco l’ha lasciato, e non solo in me.

3. Caro Prof.,
siamo venuti a trovarla, una truppa tutta da ridere, Proietta, Popolla, dopo ha arrivat’ pure Gizzi, che steva all’università( Professò Gizzi, ti ricordi le sue interrogazioni? – Mamma Gizzi- avresti risposto, con la mano sulla faccia), Migliori ha munut dopu, ci steva Chieffo Professò, Chieffo e massera si sentut Cremonesi ( con la sua scrittura illeggibile, letta in classe, in una comica unica) e c’è dispiaciuto che non è potuto venì, però io e lui ti pensiamo spesso ultimamente. Quando siamo venuti a casa sua avremmo tanto voluto che uscisse rampante dalla porta, con la sua camminata e il suo sorriso, perché nessuno di noi vuole ancora credere a quella cosa ma comunque sappia che le vogliamo proprio tanto bene e vorremmo tanto farci una passeggiata con lei per dirle quello che avremmo voluto dire se la vita ce lo avesse concesso,
Ciao Professò
Projè…

Annunci

Alla vigilia del 1 maggio)


“L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”

Alla vigilia del 1 di maggio, festa dedicata ai lavoratori, vorrei scrivere de multis rebus ma piace all’animo interessarsi proprio ai lavoratori che domani, come ben sapete, ricordano la loro festa. Le altere parole del primo articolo della costituzione italiana sembrano risuonare in questo tempo in cui parlare del lavoro appare difficile per la vastità di opinione che il suddetto elemento presenta. Il lavoro!  Sublime vocabolo da sempre presente nelle menti umane che sta a significare la realizzazione di un proprio obiettivo dal quale trarre frutti che si gusteranno in tempi futuri; come ben vediamo, il lavoro è essenzialmente questo: è una realizzazione, una salvezza dalla vita. Il lavorante è simile a colui che “con lena affannata , uscito fuor del pelago alla riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata” (Dante Alighieri I inferno)  giacchè, dopo aver navigato, trova un riparo sicuro: ecco, il lavoro dovrebbe essere un riparo, domus sublimis,  dove poter vivere la vita. Tuttavia, in questo tempo così ricco di crisi, questo concetto non appare più vero: milioni di persone perdono, ogni giorno, posti di lavoro e giustamente reclamano con forza e vigore affermando cose vere ma che forse, i potenti, non vogliono ascoltare. Può essere festeggiato nella gioia questo 1 maggio?

No, l’Italia, l’Esperia decantata dal Mantovano poeta, sembra essere schiacciata da un piede forte che tutto vuole e che nulla da.

No, l’Italia, non può accettare questa crisi che rovina la sua fisionomia.

No, l’Italia, terra del lavoro, appare simile a una madre senza un figlio, e chiede la pace, chiede che i suoi figli, i suoi lavoratori, ritornino nelle loro fabbriche, nei loro uffici, ovunque.  L’ora della riscossa, in questa crisi che con il suo giogo opprime, deve nascere nelle menti di tutti. Forza allora!  L’augurio di un buon primo maggio appare, in questa dimensione, come un sole che sorge che porta con sè un vento caldo che sa di libertà

Giancarlo.

25Aprile: lutto nazionale ?No…


 

In seguito alle discussioni su Facebook sul 25 Aprile ho qui delle domande da porre a chi pensa che quella giornata sia un qualcosa da non ricordare o meglio da non festeggiare…

Premetto che considero il ricorrere dell’uomo a guerre o a conflitti per risolvere determinate situazioni come una sconfitta per l’intera umanità discordando da quanto Hegel invece afferma raffigurandole come necessarie.

Prima di tutto penso che il fatto che siamo qui ed abbiamo la possibilità di discuterne dipenda direttamente da quel giorno quindi chiedo a costoro:

Dove saremmo ora se le forze alleate ed i partigiani non ci avessero liberato e consegnato la democrazia?

Dove saremmo se i militanti della repubblica sociale italiana avessero resistito e ci avessero lasciato nelle mani del Nazismo di cui siamo stati da sempre stati burattini ?

Poi se davvero non si vuole festeggiare il 25Aprile per le morti causate dalla guerra civile chiedo:

Perchè si è nostalgici di un partito che ci ha portati nel secondo conflitto mondiale facendo morire gran parte dell’esercito per impreparazione (campagna russa docet) e consentendo(non combattendolo) lo sterminio di milioni e milioni di ebrei e non solo ??

Riflessione: è vero esistono altri stermini come le stesse Foibe, i gulag che hanno provocato le stesse sofferenze, a prescindere dai numeri delle vittime, a prescindere dalla “reputazione” che hanno nel mondo di oggi: è il principio dell’intoccabilità della persona umana che è stato violato e la gravità non può che essere la stessa; chiunque metta a confronto le colpe dei totalitarismi a mio avviso sbaglia poichè entrambi hanno commesso lo stesso crimine…

Poi se si reputa il sistema democratico inadatto o addirittura come un ostacolo (rimpiangendo il periodo totalitarista) perchè poi si fa parte dello stesso aderendo a partiti politici??

La democrazia può allo stesso tempo essere utile ed inutile??

Mi spiego meglio quello democratico è un principio che non può essere utilizzato alla bisogna: se non lo si considera valido non lo si può poi usare per ambire a governare o ad ottenere posti all’interno delle varie amministrazioni…

Poi questo anti-americanismo non riesco a comprenderlo: avere delle basi americane nel nostro paese è una conseguenza del Patto NATO che implica una collaborazione tra i propri appartenenti poi non si può non ricordare l’accoglienza riservata ai nostri connazionali sicuramente diversa da quella che oggi noi riserviamo agli altri: non abbiamo forse una memoria troppo corta??

Ultima cosa: se si vuole ricordare i morti della RSI ci mancherebbe altro..però non si possono disonorare i morti partigiani o delle forze alleate…non faccio morti di serie a e di serie b tra foibe, olocausto e gulag, siate così onesti e non fateli neanche voi..

Gianluca Popolla

Ps-non mi sento migliore di nessuno credo solamente nei miei ideali e nella democrazia, ho posto delle domande e spero di non essere stato supponente e non avrò riluttanze nel caso qualcuno me le porrà…

Libertà? Sub lege – quei pareri insostenibili


Ognuno può dire quello che vuole?
No, secondo me, e non solo.
Se, da un lato, la nostra libertà di espressione è garantita nei limiti della libertà altrui secondo la morale o più semplicemente l’educazione, dall’altro, esiste uno scoglio duro che non è opinabile, il diritto, la legge, che tutti sono tenuti a rispettare indipendentemente dal loro parere in merito. Se tutti i pareri avessero ragione di esistere, ognuno avrebbe “il diritto” di dire quello che vuole (attenti anarchici, vale anche per gli altri) e avrebbe ragione di farlo. Nell’oceano dei pareri singolari, si pone un cardine fondamentale che tutti (anarchici, assassini, ladri e truffatori) siamo tenuti a rispettare, il testo della nostra tanto odiata Costituzione.
Seguendo un dibattito su Facebook (toni esclusi) tra gli amici Enrico e Riccardo, non ho potuto fare a meno, di cercare la XIIesima delle Disposizioni transitorie e finali, che, al giorno d’oggi, vale per entrambi, d’accordo o meno: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Aspettate che porti avanti il discorso e non giungete a conclusioni affrettate se siete intelligenti.
Naturalmente un testo di 139 articoli e 18 disposizioni, come potete capire, non è capace di dire tutto sulla legge; sulla Costituzione, per esempio, non c’è scritto altro in merito, ma come essa stessa prevede, nei giorni seguenti al 1 gennaio 1948, data della sua entrata in vigore, sarà scritto altro e così è stato.

Legge 20 giugno 1952, n. 645(http://www.miolegale.it/normativa/117-Legge-Scelba-l-645-1952-partito-fascista.html)
Art. 4 – Apologia del fascismo
Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità ideate nell’art. 1 è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000. .
Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni .
La pena è della reclusione da due a cinque anni e della multa da 1.000.000 a 4.000.000 di lire se alcuno dei fatti previsti nei commi precedenti è commesso con il mezzo della stampa.
La condanna comporta la privazione dei diritti previsti nell’art. 28, comma secondo, numeri 1 e 2, del codice penale, per usi periodo di cinque anni.


Perdonerete i riferimenti in lire e non in euro, ma sta di fatto che parlare bene del Fascismo è un reato e questo non lo dice Giovanni Proietta, ma la legge italiana. Altro discorso si potrebbe fare sui limiti del reato di apologia fascista ma non spetta a noi, bensì alla Corte Costituzionale che si è già espressa in materia, proprio dopo l’entrata in vigore della legge con sentenza del 16 gennaio 1957 connettendo più espressamente il citato comma 4 con la ricostituzione del partito fascista.
Ma a me non interessa approfondire, voglio piuttosto ribadire che non intendo accusare Enrico di reato di apologia fascista non tanto perché io non sia in disaccordo con quello che dice, anzi, quanto nel fatto che non sono legittimato a farlo perché credo nella ragione e nelle persona. La provocazione che lancio ad Enrico e a Riccardo, la lancio a tutti : E’ davvero un bene che, non tutti possano dire e fare quello che vogliono? Perché? E’ lecito che ci siano pilastri in discutibili a garanzia delle nostre libertà?
Secondo voi?
Giovanni Proietta

P.S: per poter parlare ed allo stesso tempo ascoltare bisogna fare un passo indietro, non credete?

Una scuola di fede


L’articolo che oggi scrivo non riguarda una tematica ambientale, cosa alquanto cara al mio animo, ma, oggi, desidero esprimere un pensiero personale su quanto sta succedendo nella Chiesa Cattolica. Rubo questa cara ma scottante tematica a Pif, tuttavia , anche io, da cattolico praticante, parlo senza alcun timore esprimendo la mia umile opinione .  E’vero, la Chiesa ha sbagliato, alcuni suoi membri hanno preferito la via del male abbandonando la via verace a cui sono prefissati: vivono in uno stato completamente confuso in cui la tentazione al peccato è davvero forte.  La Chiesa ha da sempre avuto problemi di questo tipo fin dalle epoche più antiche, basti pensare solo già a Papa Alessandro VI (1492-1503) ma essa ha sempre reagito dimostrando di volere rimanere legata al precetto divino che la obbliga a essere casta e pura. In questi giorni balzano alla cronaca storie alquanto disdicevoli di persone che, non per colpa propria, sono state “usate” da sacerdoti, membri della comunità cristiana.  Agli occhi del mondo la Chiesa ora appare come se fosse un’istiuzione antica, “passata di moda”, capace solo di fare del male e non di amare, ma tutto ciò è in parte sbagliato giacchè Ella è sorgente purissima di un’acqua che ha dissetato e che disseta milioni di popoli che trovano a Roma il loro Dio, che trovano nella persona del Papa quella di Colui che ci salvò, morendo.  Stiamo attraversando un momento difficile ,dove arriveremo?  Vi è,a  mio parere, una errata conoscenza dei cardini della Chiesa che purtroppo rende questa istituzione quasi come se fosse una matrigna, una belva.  Tutto questo è frutto, come accennavo, di una conoscenza sbagliata che persiste nel mondo moderno ma con ciò io, personalmente, non voglio affermare che i sacerdoti rei di questi peccati non debbano essere condannati ma debbono essere rieducati alla fede. Ecco, dovrebbe esserci una “scuola di fede” dove si insegni a definire esattamente il concetto di fede e quello di Chiesa affinchè questi peccati non vengano commesi.  Noi non dobbiamo credere che la Chiesa Cattolica sia un organismo lontano dalle nostre menti: la Chiesa vive con noi sul sentiero del mondo e come noi anch’essa sbaglia perchè è fatta di uomini. Cito una frase di una omelia che esprime al meglio questo concetto: “La Chiesa , poichè è composta di uomini, cammina sulla via del bene ma, alle volte, cambia rotta andando a finire in mondi dove regna la notte”.  A mio parere dovrebbe rinascere nell’animo di ognuno un richiamo alla fede che si deve concretizzare attraverso l’esercizio, in primis, del pentimento e poi con la voglia di cooperare insieme per la rinascita sia della Chiesa come Madre di tutti sia per la nostra fede!

Il fine giustifica i mezzi-Riflettendo su Facebook


Quando Mark Zuckengerb, giovane studente di Harvard appena diciannovenne, creò Facebook, non aveva la più pallida idea di come una semplice piattaforma di social-networking, si sarebbe poi trasformata in una dimensione parallela fondamentale della vita comunicativa moderna. Dove  Dio, la propria Nazione, la propria classe, erano state le uniche istituzioni garanti di identità per l’uomo, ora campeggia in bella mostra la propria vita internautica.

Facebook diventa, anche troppo spesso, il luogo dove trasferire una parte di sé, dove poter esistere ed urlare la propria identità in quel coro stonato che è la società di massa di oggi, dove vince chi urla di più.

Facebook diventa un amico, con cui condividere pensieri, dove l’affermazione della propria individualità è resa più semplice, tale da oltrepassare il velo di timidezza che cela un’adolescenza normale, un posto dove si possa decidere di essere quello che si vorrebbe essere nella vita quotidiana, un’illusione più che un sogno che talvolta sa regalare speranze.

Stare una settimana lontana da Facebook mi ha fatto male, direte? In effetti il mio lessico è andato oltre l’umana comprensione e così la mia mente ha cominciato a funzionare, causa, forse, della scomparsa dipendenza dal popolare social network. Ebbene si, non si vive di solo Facebook, sarebbe questa la tanto osannata conclusione che molti vorrebbero veder uscire dalla mia tastiera ma (e mi dispiace deluderli) la mia riflessione non è stata affatto negativa: ha, piuttosto, ridimensionato entro i giusti confini quello che è un ottimo mezzo di comunicazione.

Se oggi siamo arrivati dove siamo arrivati è perché abbiamo elaborato un sistema di comunicazione (e di collaborazione) con i nostri simili: quel linguaggio che in tanti manuali di biologia sembra doverci dividere dagli animali. Questo bisogno umano elementare rende necessaria la vita in comunità,primo luogo di relazione, di confronto con i simili. L’appartenenza ci regala un’identità senza la quale nessun uomo esiste veramente. Anche chi afferma di essere veramente se stesso, è se stesso proprio nella misura in cui non è come gli altri e obbedisce, più meno coscientemente, ad un universo di valori che gli è stato trasmesso. Essere umani significa essere umanizzati, introdotti, cioè, nella comunità umana, l’unica dalla quale a nessuno di noi, è dato di sfuggire, originali e conformisti e persino i più radicali scioperanti contro il sistema. Insomma: l’uomo ha bisogno degli altri, di appoggiarsi agli altri, per stare meglio e capire se stesso, ed è per questo che si rivolge ad una comunità pronta a donargli senza tanti convenevoli un’identità e soprattutto tanti “Amici”, tutti uniti in una finta valle di Giosafat.

Il senso di questo infinito abbraccio virtuale risiede proprio nella sua natura di mezzo di comunicazione che, in quanto tale, ha il potere di diventare un pericoloso quanto intrigante giocattolo nelle mani di chi non sa farne il giusto uso . “Da grandi poteri derivano grandi reponsabilità” ricordava Zio Ben al suo eroico nipote e se da un lato è vero che le potenzialità di Facebook sono indiscutibili(avreste mai pensato qualche anno fa che fosse possibile diffondere così tante informazioni in un campo così esteso?), è vero anche che questo social-network può diventare “curiosare qua e là”, cercare, trovare, entrare nell’intimità delle persone, ma si tratta di un gioco a carte scoperte, dove chi si siede al tavolo deve conoscere bene le regole per evitare di essere travolto da perdite irrecuperabili. Ognuno punta la sua quota sul panno verde, può decidere se vedere o essere “visto” e lo accetta. Ognuno è responsabile della propria partita.

Vi aspetterete un finale tragico , ma i toni di questo articolo non hanno rispettato le mie aspettative; come al solito prendo poco sul serio le cose importanti e analizzo a fondo cose apparentemente banali, volevo fare un articolo e ho scritto un mezzo saggio, pazienza, sarà per un’altra volta.

Dicevo? Concludo: il fine giustifica i mezzi.

Intelligenti pauca

Giovanni Proietta

Gianluca in Wonderland..storia di un lungo e faticoso viaggio..


A volte mi chiedo se quello che mi circonda, quello che vivo, quello che sento sia realtà o solamente una strana concezione della componente più fervida della mia fantasia e una risposta è difficile darla soprattutto alla luce delle “visioni” aberranti che mi si stanno proponendo ripetutamente.
Mi spiego meglio…

Pochi giorni fa in un paesino del Nord Italia un benefattore paga la mensa scolastica annuale a dei bambini extra-comunitari che altrimenti non avrebbero potuto permettersela ed avrebbero continuato sino alla fine della stagione scolastica a subire l’umiliazione di mangiare con pane ed acqua (questo gli passava la mensa in caso di mancato pagamento) davanti ai loro piccoli compagni serviti e riveriti normalmente.

Fino a qui tutto bene, addirittura riusciamo ad intravedere un lieto fine grazie al benefattore e alla sua donazione di 10000 Euro.

E invece no…

Il giorno successivo si innalzano polemiche incomprensibili da parte dei genitori “abbienti” (nel senso del denaro e non di altro…) che lamentano una disparità di trattamento reclamando di volere anche loro la mensa pagata o addirittura dichiarando che non avendo i soldi necessari era giusto che i bambini “diversi” non dovessero accedere al servizio-mensa..

Lasciarli a pane ed acqua insomma…

Perchè?

Perchè sono diversi, perchè sono la colpa di tutti i mali, perchè forse(e senza forse..)conviene non assumersi le proprie responsabilità e rifarsi delle proprie incapacità su chi è più debole, sul capro espiatorio di turno peccato che la forza di un Paese corrisponde al supporto che questo offre al servizio dei più deboli ;

perchè c’è una politica che costruisce i suoi voti proponendo come principi fondamentali il populismo e la distruzione del diverso sia per il colore della pelle, sia per l’appartenenza politica, sia per l’appartenenza territoriale.

Questo partito, che neanche nomino, è ben radicato nel Governo del nostro Paese ed ha ottenuto un grande successo alle ultime elezioni Regionali…

Ecco gli effetti dell’astensionismo e del disinteressamento verso la politica…

Colpa di una concezione per la quale la politica è “per pochi”, colpa di quei politici che continuando a lucrare su quello che considerano un giocattolo per fare soldi rischiano di mettere in ginocchio il nostro paese..e di quelle persone che gli permettono di farlo…

Caro Governo è ora di un pò di dignità…ma purtroppo con i soldi non si può comprarla…

Gianluca Popolla