Contro gli Alfieri della Società Chiusa!


Anche se qualcuno riterrà che la metafora che sto per mettere in campo sia troppo alta per la situazione che intende descrivere, non ho potuto fare a meno di elaborare certe considerazioni  dopo aver letto l’opera del filosofo Karl Popper, “La Società Aperta e i suoi nemici”, riguardo al fatto che molti comportamenti del nostro Sindaco e la sua giunta assomglino a quelli della Casta dei re-filosofi, nell’Atene sognata da Platone nel V sec. a.C.

Confrontando i volti di queste due proposte politiche, non si può non notare come l’atteggiamento dei governanti – in entrambe le situazioni –  non sia tanto quello di “amanti della verità”  quanto piuttosto quello di “orgogliosi possessori di questa”.

Una verità di cui detengono il segreto, chiusi nella loro Città del Comando, unici possessori di sconosciuti riti di iniziazione e soprattutto dimentichi non tanto della revocabilità del loro mandato, ma del giudizio storico sul loro operato, che non sarà dato dall’opposizione, né tantomeno da qualche esperto del settore, bensì da un urlo che si leverà, come si sta già levando, dalla nostra Città.

Peccato che nella Società Aperta i tabù vengano trasferiti nell’ambito della discussione critica, facendo di un ordine sociale calato dall’alto, un qualcosa di discutibile.

E’ facile dedurre che lo strumento principe di questa idea della politica è la democrazia, un contenitore pensato non tanto come un sistema basato sull’elezione di rappresentanti, quanto una realtà che fa del controllo dei governanti il suo principio guida; mentre la domanda della Società chiusa è: ” Chi deve governare?”, la Società Aperta si interroga sui limiti del potere, si concentra sulla valutazione dei metodi di governo. Insomma, la democrazia non è, come vorrebbe credere qualcuno, una monarchia autorizzata, dato che se è vero, come ci viene detto dalla nomenclatura ceccanese, che il Sindaco è il Sindaco di tutti, beh, questo vale anche per i cittadini.

Alla questione gestionale del Potere si può rispondere in molti modi, come ci ricorda lo stesso Popper; lo storicista crede che il destino di una qualsiasi istituzione sia immediatamente connesso con la sua natura, insomma crede nell’incontrovertibilità della Storia; l’ingegnere utopico crede nell'”inarrestabile marcia” dello sviluppo storico ma tuttavia crede di poterne  “alleviare le doglie” (Marx) stabilendo progetti a partire dal fine, dallo scopo, che egli si ripromette di realizzare in un nebuloso futuro, mai precisato; l’ingegnere gradualista, infine, (categoria nella quale si riconosce Popper) è convinto che non ci sia nessuno sviluppo storico, o perlomeno che, i progressi futuri, siano imprevedibili; insomma, per lui siamo semplicemente il risultato di quello che facciamo. Inoltre quest’ultimo personaggio non è convinto dai progetti utopici e radicali del suo più estremo compagno, perchè crede sinceramente che questi siano facilmente stravolgibili dal Tempo, dato che  l’uomo è fallibile e mortale.

Ebbene si, la più grande lezione che ci insegna Popper è questa: l’uomo può e soprattutto deve sbagliare, per migliorarsi. Invece di difendere i propri errori sarebbe utile se  i politici  facessero il loro mea culpa sulla pubblica piazza, tentando di correggersi, ma mentre scrivo, mi accorgo di quanto siamo ancora siamo lontani da questo.

Per concludere, bisogna dire che l’ingegnere gradualista, non avendo in mente alcun ideale proiettato verso un lontano futuro, non solo detta il ritmo della sua camminata, ma fa un passo dopo l’altro.

Certamente non corre, ma neanchè passeggia, secondo i tanti che hanno accusato Popper di conservatorismo, la sua ricetta è quella di un riformatore convinto che crede nelle infinite capacità della democrazia…

scusate se sono uscito fuori dal seminato…

Gipi

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