di: Giovanni Proietta

La tensione elettorale, almeno per noi, va scemando. Così come le onde che consumano la loro incessante marcia avanti e indietro scoprono, per qualche secondo, una parte di mare rimasta nascosta, allo stesso modo molti dei ballon d’essai si avviano sul viale del tramonto, tronfi della loro rinnovata nullità. Le elezioni non sono certo una dimensione totalizzante, una ragione di esistere e nemmeno l’unica spinta di ogni impegno politico. A dirlo è innanzitutto uno scienziato politico in potenza per cui la struttura del mondo poggia su pilastri prettamente “politici”, a parlare è, poi, uno che nel 2009 è entrato nel Parco abbandonato di Castel Sindici senza alcun bisogno di consenso elettorale. Le elezioni, in questo senso, sono per noi, il coronamento di un cammino che va avanti incessantemente dalla fondazione di questo blog (il noi è riferito a me e Gianluca, nel caso).
Sarebbe facile liquidare i micropolitici che aspiravano, famelici, a ben altri risultati come spocchiosi e scontati, ma non è nel nostro stile, seppure ci fa piacere affermare una nostra presunta superiorità (solo numerica, per carità) perlomeno nei confrontti di coloro che ci hanno sottovalutato con il sorriso sulle labbra.
Ora un vero politico passerebbe alla cassa, tessendo in pompa magna le proprie lodi di statista e ringraziando i suoi elettori quasi fosse loro servo, quando invece ne è servitore. Il risultato personale però, mi sono detto, meritava perlomeno una presa di coscienza “pubblica” sul blog che ci ha regalato molte delle emozioni, dei dibattiti, delle idee che ci hanno fatto crescere soprattutto perchè è il frutto di una campagna elettorale in sordina, mai sfrontata spero, in cui ho preferito evitare l’autopromozione per dare un taglio diverso e propriamente politico alla campagna elettorale. Senza gonfiare il petto, insieme con Gianluca, siamo stati tacitamente derisi da annunciati astri nascenti, imparando che procedere a testa bassa, percorrendo la propria strada senza bisogno di esaltarsi, è un’ottima politica.
Sediamo ora sulle spalle dei giganti. Primi fra tutti i membri del movimento, persone vere, per le quali non serve consultare il casellario delle preferenza per capire il valore umano e la grande sensibilità. Loro sono stati e saranno i nostri Big. Poi vengono le nostre idee, proprio dietro le nostre facce, appena sopra le nostre gambe, il vero motore dell’unico tipo di confronto che sappiamo affrontare laddove la politica ci è sembrata un po’ un’arena in cui azzannarsi, un po’ un concorso di bellezza in cui valersi dei propri simboli, se non della propria avvenenza. Abbiamo evitato di puntare alla pancia, in tutti i sensi che questo concetto può e deve avere, virando al mondo delle idee. Le persone non si convincono con buone doti di improvvisazione e manifestazioni di bonarietà insincera, gli elettori sanno valutare coerentemente le varie proposte e non hanno bisogno di specchietti per le allodole. Proprio per questo il primo fallimento di questa classe politica è stata l’analisi che si è ridotta ad un banale calcolo. Non capiscono che qualcosa sta cambiando, se volete essere materialisti potrebbe trattarsi anche solo di una progressiva scolarizzazione, per i romantici tradurremo da Bob Dylan “la risposta, amico mio, sta soffiando nel vento”, fatto sta che le persone hanno dimesso l’anello al naso che il politichese aveva loro affibbiato.
Da capolista ventiduenne, che ha passato i suoi giorni a schernirsi con gli amici, presentando semplicemente se stesso con le proprie battaglie di sempre e le proprie idee, sono felice di aver ricevuto così tanti voti di preferenza. Quei numeri timidi sono il migliore esempio di come nel fumetto della vita non sempre vinca il cattivo (non che io sia buono).
Chiudo con tre piacevoli ringraziamenti e un messaggio ai posteri.
Grazie a coloro che hanno sopportato i momenti di nervosismo, spingendomi a muovere altri passi tacendo intorno ai miei errori e rimandando la discussione a data da destinarsi (per alcuni di questi è giunta l’ora della prescrizione).
Grazie a Gianluca Popolla, grande amico e persona straordinaria, per la forza incessante dei suoi ideali, per il suo fervore democratico, per il coraggio, l’ambizione e l’incoscienza con la quale persegue, senza problemi, i propri progetti, mettendoci sempre la faccia e tenendo a distanza il momento della resa, anche quando il mio pessimismo diveniva cosmico.
Grazie ai ragazzi di “Idee in movimento” per avermi tirato fuori dal disfattismo (e all’anonimo che mi ha portato nel gruppo). Lo spazio che hanno faticosamente costruito merita attenzione crescente e spero che altre persone come noi si avvicinino al progetto perchè valido e onesto.
Chiudo tutto con una spinta di orgoglio che scalpita per venir fuori, sedando la forza propulsiva del mio ego con le splendide parole di “A muso duro” del cantautore Pierangelo Bertoli, e con queste vi rimando a nuove e più gloriose battaglie, che sta a noi immaginare.
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.”
Fiorisce la democrazia della nostra modesta primavera araba, rinasce la partecipazione giovanile, i comizi sono gremiti, ne viene fuori un’immagine che fa un po’ Italia anni 50’ e tanta voglia di crescere. Tutto dura circa un mese, poi si ripiomba nel silenzio e la gente rimane convinta dell’illusione di vivere in un paese democratico. Nei restanti tempi morti che ci separano dal prossimo confronto elettorale gli spiriti sono sopiti e a nessuno interessa più ascoltare l’opinione di quelle stesse persone che, appena un mese prima, venivano accerchiate con foga da folcloristici funzionari di partito. Lo spettacolo, invece, deve continuare. Se svuotiamo la politica di ogni significato e la riduciamo al semplice momento elettorale, trasformiamo il panorama in un’arena perenne in cui si confrontano schiere numeriche dai volti ammiccanti. La bellezza, le amicizie, la simpatia, la famiglia, i soldi spesi per la campagna, le alleanze, queste diventano le armi di uno scontro che assomiglia piuttosto a un concorso di bellezza che a una battaglia delle idee in cui è necessario convincere le persone della bontà del proprio progetto. Il programma è diventato lo strumento principe della pubblicità, il luogo del nonsense, il libro dei sogni infranti e bugiardi di chi non ha più nulla da dire sul futuro e cerca nel proprio passato qualche bella battuta. La giunta si fa a tavola, dove si prendono tutte le decisioni importanti, poco importa se la competenza necessaria per essere assessori si confonde con il numero di elettori di un potenziale consigliere elettorale, tutto fa brodo nel calderone oscuro in cui questa oligarchia mescola i propri elementi. Il comizio più che essere un buon canale di confronto con i cittadini (interattivo? Per carità!) è il sipario banale dietro cui nascondere la propria pochezza, arringando la folla e cercando il calore del proprio pubblico. Il voto è leggero, si può promettere, scambiare, può persino cambiare colore senza il bisogno di un’attenta analisi delle colpe e dei meriti. Se le elezioni sono tutto quello che possiamo trarre dalla politica non ci resta che rifugiarci in quel cantuccio di democrazia che la nostra indifferenza ci ha lasciato, provando a spiegare di nuovo cosa voglia dire “fare politica” in un mondo di analfabeti (indotti, s’intende).













